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I Pompieri nel Comune Tuscolano

I Pompieri nel Comune Tuscolano
Breve storia dei Vigili del Fuoco di Frascati

di Enrico Branchesi

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PRESENTAZIONE
Il mio lavoro in seno al Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco è quello di curare l’immagine dello stesso con fotografie emblematiche e di arricchire l’archivio storico nazionale con documentazioni fotografiche di ogni tipo, dalle calamità ai grandi eventi.
Dopo oltre 25 anni a contatto con migliaia di foto, in buona parte anche storiche, queste da pochi anni hanno cominciato ad affascinarmi creando il desiderio di capirle, di sapere magari chi fossero quei vigili con quelle divise così diverse dalle nostre o quegli automezzi al nostro occhio strani rispetto a quelli di oggi, capire quale fosse il luogo della ripresa e così via. Queste domande mi hanno fatto pensare che, per darmi delle risposte e mettere ordine a quelle foto, avrei dovuto cominciare a cercare in altri archivi partendo dagli inizi delle istituzioni rappresentate.
Frascati è una cittadina che mi affascina; risiedo a pochi chilometri dalla famosa piazza Marconi, dove domina la seicentesca villa Aldobrandini, affacciata sulla maestosa vista dell’Urbe. Ho pensato quindi di cominciare la mia ricerca sui Pompieri di Roma e dei suoi distaccamenti, partendo proprio da questa comunità piena di storia.
Questa pubblicazione nasce con la speranza che sia di fondamentale utilità, con notizie che emergono dopo circa 130 anni. Le stesse fanno di questa raccolta un testo con un percorso altalenante, come fu quello del Corpo dei Pompieri, raccontato attraverso documenti che fanno ripercorrere la storia della cittadina fin dalla proclamazione dell’Unità d’Italia.
Purtroppo molto materiale cartaceo è andato disperso anche a causa degli eventi bellici e storici e sicuramente molto altro giacerà in chissà quale archivio od in case private di nipoti o pronipoti di quei vigili che allora portarono avanti il buon nome del “Corpo dei Pompieri Tuscolani”.
Per me queste pagine hanno assunto anche un’altra valenza: quella d’una lunga avventura, un impresa un poco ardita a caccia di tracce lontane nel tempo.
Una lunga “camminata nella storia” permessa anche dalla collaborazione di amici, colleghi e soprattutto dell’amministrazione comunale. Con questo volumetto realizzo il mio desiderio di fare un piccolo regalo ai frascatani, alla sua amministrazione ed ai suoi pompieri. Oggi lascio alla “mia gente” tanto amata un mio pensiero per illuminarne un poco di più il futuro senz’altro radioso e pieno di grandi conquiste, che attende ancora le generazioni che verranno.

 

Il volume è ancora disponibile, chi volesse può inviare e-mail a: enrico.branchesi@vigilfuoco.it

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La VII Coorte e la Militia Vigilum

L’EXCUBITORIUM DELLA VII COORTE E LA MILITIA VIGILUM

di Alessandro Fiorillo

Nel 6 d.C. l’imperatore Ottaviano Augusto, riformando un corpo antincendi (formato da circa 600 schiavi) che fino ad allora aveva operato sotto la guida di magistrati noti come Aediles Curules, fonda la Militia Vigilum, quello che di fatto possiamo considerare come il primo vero corpo di vigili del fuoco scientificamente organizzati nella storia, la cui struttura per certi versi somiglia all’organizzazione attuale. La presenza di caserme e posti di guardia, di uomini accasermati addetti specificamente all’opera di prevenzione e repressione degli incendi, unitamente a compiti di polizia cittadina, rende questa Militia un organizzazione avanzatissima per quel tempo.
Augusto, che aveva suddiviso la città di Roma in quattordici regioni, pose le stesse sotto il controllo di sette cohortes, composte da circa 1000 uomini ciascuna che alloggiavano in caserme, chiamate stationes, e posti di guardia o distaccamenti, noti come excubitoria. Ogni Cohortes, responsabile del servizio antincendi e dell’ordine pubblico di due regioni, era divisa in sette centurie, a capo di ognuna delle quali era posto un centurione. L’intera Militia Vigilum era invece capitanata dal Praefectus Vigilum.
I Vigiles, il cui numero complessivo si aggirava attorno alle 7000 unità, venivano reclutati principalmente tra gli schiavi e i liberti (schiavi liberati). I vigiles aquarii erano specializzati nella staffetta con i secchi, ai siphonarii spettava invece il compito di azionare le pompe.
I Vigiles erano muniti di secchi, asce, picconi, corde, ramponi e scale. Per soffocare le fiamme si servivano di coperte intrise d’acqua e aceto, chiamate Centones. Disponevano inoltre di una pompa, nota come sipho, che era l’ evoluzione dell’ Antlia Ctesibiana, la prima pompa inventata dal greco Ctesibio nel III sec. a.c. L’acqua per lo spegnimento degli incendi veniva convogliata o all’interno di tronchi d’albero appositamente svuotati all’interno, ma più spesso all’interno di vere e proprie tubazioni in cuoio.
Roma era la città che più di ogni altra disponeva di un enorme quantità d’acqua, grazie ai monumentali acquedotti che da luoghi lontani portavano il prezioso elemento necessario per il consumo e per l’alimentazione delle numerose fontane e terme cittadine. C’era quindi una diffusa disponibilità d’acqua, e spesso i Vigiles rifornivano le loro botti direttamente nelle terme o nelle varie cisterne presenti in città. Il problema principale era però rappresentato dal fatto che l’acqua, soprattutto nelle insulae delle zone plebee, non veniva portata ai piani superiori a quello di terra, per la mancanza di una colonna montante, pertanto un incendio che avveniva già ad un primo piano o ai piani superiori era difficile da estinguere con il solo ausilio dei secchi. Ecco perché gli incendi restarono numerosi nell’arco dei secoli, nonostante la presenza della Militia Vigilum.
La pompa in uso ai Vigiles romani come abbiamo già accennato era chiamata sipho. Questa macchina, costituita da due cilindri con quattro valvole ed una cassetta di compensazione, azionata da stantuffi a movimento alternativo, serviva principalmente per l’adduzione dell’acqua ma anche per mandarla in pressione e spingerla verso l’alto. La pompa era azionata dai Vigiles siphonarii.
Come mezzi di trasporto venivano utilizzati dei carri, trainati dai cavalli, sui quali erano montate delle botti che trasportavano l’acqua. Altri carri erano invece adibiti al trasporto del materiale, quali scale, corde, picconi, tubazioni in cuoio, pompe.
Nel 1866 alcuni scavi hanno riportato alla luce, nel rione romano di Trastevere, l’antica caserma dei Vigiles della VII Coorte. L’opinione condivisa dagli studiosi è che i resti della costruzione, tutt’oggi visitabile e ubicata tra via Montefiore, via Giggi Zanazzo e via della VII Coorte (vicino Piazza Sonnino), non siano da attribuire alla caserma (statio), ma all’excubitorium (distaccamento), ovvero ad uno di quei posti di guardia della regione limitrofa alla sede della caserma, secondo quanto testimoniato dai graffiti rinvenuti sui muri dell’edificio. La costruzione, che risale al III secolo, era inizialmente un abitazione privata, poi adattata a stazione dei vigili. Immediatamente dopo gli scavi furono rivenuti preziosi documenti, soprattutto graffiti e iscrizioni, grazie ai quali s’è gettata nuova luce sul servizio prestato dalla Militia Vigilum negli anni dell’Impero. Affiorarono anche alcuni nomi dei vigili in servizio, i ringraziamenti agli dei e il numero d’ordine della coorte d’appartenenza. La VII Coorte ebbe in carico la vigilanza dell’XI regione (Circus Maximus) e della XIV (Trans Tiberim).

 

Le foto che seguono, realizzate dal CSE Enrico Branchesi, mostrano i suggestivi interni dell’Excubitorium della VII Coorte, la più antica caserma di vigili del fuoco al mondo.

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Per tutti gli usi (pubblicazioni e altro) chiediamo cortesemente di contattare il Gruppo Storico VVF Roma e di indicare la fonte o linkare il sito. Grazie per la collaborazione.

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Incendio al Palazzo della Cancelleria

PALAZZO DELLA CANCELLERIA
 ROGO DI FINE ANNO – 31 DICEMBRE 1939

di Claudio Gioacchini ed Enrico Branchesi

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E’ il 31 dicembre del 1939, nella sede Centrale dei Vigili del Fuoco di Roma si festeggia l’anno che se ne va. Tutto trascorre tranquillo, non ci sono state richieste di soccorso nemmeno per la pericolosità dei fuochi d’artificio di fine anno. Ma ecco, finito il brindisi, il suono della sirena per la prima partenza, esattamente alle ore 0,15 del nuovo anno. La segnalazione arrivata al centralino di via Genova è di un violento incendio divampato al palazzo della Cancelleria, situato tra Corso Vittorio e Campo De’ Fiori, struttura del 1513, ad oggi Tribunale della Santa Sede, sulla lunga facciata in stile rinascimentale è incorporata la chiesa di San Lorenzo in Damaso. Tra le prime squadre, anche il vigile Roberto Donnini, entrato nel Corpo di Roma nel 1938, la testimonianza dell’evento lo riporta indietro nel tempo, i suoi ricordi ancora lucidi sono di un gran bagliore visibile già da via Nazionale, un rosso vivo a contrasto con il buio della notte. Dietro di loro a seguire altre autopompe, autoscale, e quanto poteva servire per ogni evenienza. I vigili arrivati sul posto constatavano che l’incendio divampava in modo violento nella chiesa e particolarmente nella copertura della navata centrale, controllato proprio dal nostro testimone Donnini, nel salone dei cento giorni, nell’attiguo salone dei Vescovi e nella copertura provvisoria, costruita a protezione dei lavori in corso su via del Pellegrino, e il fuoco minacciava di estendersi su tutto il palazzo.

L’incendio, per la sua vastità minacciava di avvolgere il tutto in un unico rogo e i vigili affrontarono l’impresa con potenti getti d’acqua da tutti i lati, nonostante le difficoltà da superare come l’intenso calore, il fumo densissimo, crolli continui di materiali vari, e i passaggi ostruiti che rendevano difficoltoso lo stendimento delle tubazioni di mandata. Sul posto il Comandante dei Vigili di Roma ed il Sottufficiale Alberto Cosimini che, con notevole capacità, posizionarono i vigili nei giusti settori, e riuscirono, anche con la prontezza ed i mezzi a disposizione, ad arrestare e circoscrivere l’implacabilità delle fiamme. A Donnini fu assegnato il compito di spegnimento nella parte alta dell’edificio, dove le enormi capriate in legno antico erano ridotte a tizzoni carbonizzati, e Roberto ricorda che a Roma c’era la neve ed anche se era su un rogo, quindi il calore doveva sentirsi, dal gran freddo le mani a contatto con la lancia che buttava acqua, si congelavano.

Nel frattempo una squadra forzava una porta della sacrestia verso il lato di via del Pellegrino perché l’accesso della chiesa era impraticabile a causa delle fiamme, così si poté consentire al parroco ed ad altri funzionari della Santa Sede di mettere in salvo gli arredi sacri, mentre altri vigili addetti ad operazioni di spegnimento all’interno della chiesa provvedevano al recupero di altre opere preziose. Un maggiore sforzo per i vigili fu chiesto per l’Aula Magna, un tesoro d’arte, che il fuoco avrebbe distrutto per sempre.

Il grande incendio era stato stretto in una morsa su tutti i fronti e quindi circoscritto. Piccoli focolai qua e là, e i vigili, con seri rischi, per estinguerli definitivamente dovevano cimentarsi in ardui passaggi, come camminare su dei cornicioni ed addirittura sugli spessori dei muri. La chiusura dell’intervento si poteva ritenere conclusa dopo circa 9 ore di faticosa lotta contro il fuoco. Per maggior sicurezza e a garanzia di ogni improvviso evento, sul posto veniva lasciata una squadra di vigili per tutto il giorno e la seguente notte.

Durante l’opera di spegnimento accorsero sul posto Autorità e Funzionari, il Direttore Generale dei Servizi Antincendi, l’Ispettore Generale, il Governatore di Roma, il Prefetto,il Questore ed altri funzionari dello Stato del Vaticano. Nella mattina successiva giunse in visita il Cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato di Sua Santità, il quale a nome del Vaticano proferì parole di alto elogio per la professionalità e l’ardimento del 73° Corpo dei Vigili di Roma.

Bibliografia:
Rivista Vigile del Fuoco – aprile 1940

 

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Incendio dell’Ospedale della Lungara – 1922

L’INCENDIO DELL’OSPEDALE DELLA LUNGARA -  17/18 MAGGIO 1922

Per più giorni la cronaca cittadina si è occupata dell’incendio avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 maggio in alcuni locali di proprietà dell’ospedale di Santo Spirito (1). E poiché fatalità volle che, a causa di detto incendio, perissero sull’istante sedici cronici, ricoverati nella sala Viale, ed in seguito altri quattro sul totale di ventisette degenti in detta sala, ogni impressione e ogni giudizio furono commisurati a questo gravissimo lutto cittadino, sicchè fù perduto ogni senso obiettivo di serenità, furono trevisati altresì dati di fatto, e l’opinione pubblica, male informata, giudicò acerbamente importanti servizi pubblici e non risparmiò neppure il servizio dei Vigili del Fuoco, incolpandolo soprattutto di essere accorso in ritardo.

A comprendere come si svolsero i fatti è bene conoscere che al secondo piano di uno dei tanti fabbricati, che compongono l’ospedale santo Spirito, esistono affiancate l’una all’altra due sale: la sala Flaiani e la sala Viale, divise tra loro da un muro maestro per tutta la loro lunghezza, muro che si prolunga oltre il soffittone delle due sale fino al colmareccio del tetto.

In questo muro,all’altezza di oltre due metri dal pavimento, si aprono dei vani di finestra, senza infissi di sorta, che servono di comunicazione di aria tra le due sale. Il lato esterno di sala Viale guarda sui terreni dell’ospedale, lungo la riva destra del Tevere, tra il Ponte Vittorio Emanuele e il ponte di Ferro; il lato esterno di sala Flaiani guarda su una serie di cortiletti e di interni in direzione di via della Lungara. Questi due lati lunghi corrispondono alle gronde dell’unico tetto a padiglione che copre le due sale,avente,come dicemmo, per colmareccio, il divisorio. Sotto la sala Viale havvi un’altra sala che l’occupa per la maggior parte, detta sala Santa Caterina, mentre la parte rimanente è occupata da un piegatoio di biancheria, che, a mezzo di una porta è in comunicazione con un essiccatoio a vapore, che occupa quasi la metà della sala Flaiani. Nel detto essiccatoio, oltre le cabine, in cui si introduceva la biancheria da asciugare, si praticava altresì uno tendaggio esterno di lenzuola e d’altro, su canne, sostenute da filoni metallici attaccati a tanti anelli murati poco sotto il soffitto dell’essiccatoio. Nella camera dell’essiccatoio, in basso, a sinistra di chi entra da una scala a chiocciola di accesso all’essiccatoio, trovasi un grande sportello di ferro, che permette l’accesso nell’interno di una ciminiera che serve, di esito ai prodotti della combustione.

La parte anteriore della sala Flaiani è divisa dal rimanente con un tramezzo per ricavarne una piccola anticamera, cui si accede da una scala esterna e nella quale anticamera, si ha di fronte l’accesso l’ingresso della sala Flaiani, a sinistra l’ingresso della sala Viale.

Al termine della sala Flaiani vi è a destra una scaletta che conduce alle sottostanti sale di Santa Caterina ecc. ecc. Si comprende pertanto che l’unico accesso alla sala Viale, e quindi l’unica uscita della medesima, può effettuarsi dalla scala esterna, uscendo dalla sala Viale, passando per l’anticamera della sala Flaiani, che trovasi sull’essiccatoio della biancheria, e raggiungendo la scala esterna. Se uscendo dalla sala Viale e dall’anticamera della sala Flaiani, in luogo di volgere a destra verso la scala di uscita, si proseguisse di fronte, si accederebbe, attraverso un corridoio, ad altri reparti di chirurgia in un piano superiore, e girando sempre sulla sinistra, si raggiungerebbe l’armamentario chirurgico, dalla cui finestra si può vedere in direzione di un cortile (il così detto “ Campo infetto” perché lì avviene il deposito e la consegna della lavanderia infetta) senza tuttavia vedere il cortile stesso, perché la visuale è intercettata da minori costruzioni.

In questo cortile, cui si accede da via della Lungara 11 si affacciano le finestre dell’essiccatoio e nel medesimo trovasi un grande vascone vari metri cubi di acqua. Dallo stesso cortile si innalza la ciminiera che raccoglie i prodotti della combustione dei forni di due macchine a vapore Cornovaglia a servizio della lavanderia.  Nello stesso cortile vi sono le finestre di una sala dell’ospedale,detta di Santa Caterinella, e da esse si possono vedere assai bene le finestre dell’essiccatoio, la ciminiera ecc.ecc.

Al di sotto dei locali occupati dal piegatoio e dall’essiccatoio,che si trovano al primo piano, si hanno al piano terreno dalla parte di sala Viale, le macchine a vapore ed altro,dalla parte di sala Flaiani le lavatrici ecc. ecc. Il piano terreno è separato dal primo piano da volte in muratura, il primo piano è separato da volte in muratura,il primo piano è separato da secondo piano da soffitti di legno,rinforzati da travi di ferro scoperti.

I prodotti della combustione dei forni delle caldaie si dirigono in canali di fumo, che traversano il pavimento dell’essiccatoio fino a raggiungere la ciminiera, che trovasi nel lato esterno della sala Flaiani, nella prima parte di detta sala occupata dall’anticamera. L’accesso a detto essiccatoio è fatto per mezzo di una scala metallica a chiocciola,cui non si accede dai locali dell’ospedale,ma bensì dal salone delle macchine della lavanderia. La lavanderia non è a servizio dell’ospedale santo Spirito, il quale,essendo proprietario dei locali e del macchinario,ne ha affittato l’uso alla ditta Iacomini & C. che l’esercita per il Corpo della Reale Guardia.  Nel cortile detta del Capo infetto, si ha una porta, che attraverso l’abitazione di un custode conduce al terreno annesso alla lavanderia, cui può accedersi direttamente da un altro ingresso in via della Lungara 120. Detta porta è sempre chiusa e l’azienda della lavanderia può agire indipendentemente senza alcuna servitù di passaggio nella zona riservata all’ospedale.

La sera dell’incendio la sala Flaiani era completamente sgombra di malati; la sala Viali conteneva 27 cronici di età avanzatissima fino a 87 anni, il meno vecchio aveva 60 circa.

Quasi contemporaneamente e intorno alle ore 22.45 del 17 maggio un infermiere della sala di Santa Caterinella ed una suora dell’armamentario chirurgico avevano la sensazione di un principio d’incendio, ma, mentre la suora aveva una sensazione confusa, a causa della visuale non libera dalla finestra dell’armamentario al cortiletto del campo infetto,l’infermiere poté vedere che nel locale dell’essiccatoio stava covando un incendio. Tutto si limitava a un po’ di fumo,a qualche scintilla, senza chiarore e senza fiamme. Si recò ad avvertire il sorvegliante di servizio,dopo aver detto e fatto constatare la cosa a due compagni infermieri. Con il sorvegliante tornò al finestrone della sala di Santa Caterinella, e trovò la scena cambiata, sia pur non gravemente. Una fiamma si era prodotta ed usciva dalla finestra dell’essiccatoio più prossima alla ciminiera,dalle altre finestre né chiarore né  fiamme.

L’incendio si stava sviluppando, cominciava anzi a divampare, per una ragione assai semplice, che sembra oggi accertata. La notizia dell’incendio, ripetuta ad alta voce fra i tre infermieri, era stata udita dal macchinista della lavanderia, che abita con la famiglia in locali prossimi alla sala di Santa Caterinella. Questi pensò dapprima che l’incendio si fosse sviluppato in un deposito di trucioli, che si trovano nell’area esterna verso il Tevere in prossimità della caldaia, e sotto le finestre della Sala Viale ma, visto che da quel lato era tutto tranquillo, pensò alla camera delle stufe, e si recò in essa, salendo la scala a chiocciola. La trovò invasa da fumo fittissimo, senza avere impressione che vi fosse fiamma, traversò la sala, raggiunse la porta di comunicazione tra l’essiccatoio e il piegatoio, l’aprì, e in quell’istante, la corrente d’aria esterna, che invase l’essicatoio, cominciò a far divampare l’incendio che egli riconobbe sul suo capo. Uscì di corsa, dando anche esso l’allarme ad alta voce impressionato da questa, quasi direi, repentina apparizione di fuoco.

Da questo istante si organizzarono i servizi interni del personale ospedaliero, allontanando i malati dalla zona ritenuta pericolosa, e poiché si ebbe la sensazione che la sala Viale potesse trovarsi in qualche pericolo, perché, sebbene l’incendio si sviluppasse sotto la sala Flaiani, sgombra di malati, poteva da lì propagarsi al piegatoio che occupava nel piano sottostante la prima parte della Viale, si rivolsero i soccorsi anche in quella sala.

Frattanto un’infermiere ricevette l’ordine dal sorvegliante di telefonare ai vigili.

L’infermiere si diresse verso il portone principale dell’ospedale santo Spirito, ove trovasi gli apparecchi e voleva cercare il numero telefonico del posto di guardia di Piazza Rusticucci (S. Pietro) che è assai vicino all’ospedale, senza pensare, che i vigili si potevano chiamare senza numero. Fu allora che per risparmiare tempo nella ricerca, fu consigliato a un portantino di correre a piedi al posto di guardia per chiedere soccorsi. E difatti un portantino si recò al posto di Borgo e segnalò l’incendio. Fu immediatamente messo in marcia l’autocarro, prendendo su di esso il portantino. Mentre l’autocarro era per lasciare il posto, il Comando di via Genova che era stato avvisato in quell’istante per telefono, dava ordine a Borgo di partire per l’incendio e lo seguiva senz’altro con altri due autocarri, con la moto-pompa e con l’ufficiale di servizio Ing. Sorbara Pasquale, l’ora di partenza corrisponde alle ore 23.20. Naturalmente giunse per primo il posto di Borgo. Gli uomini si attaccarono al più prossimo idrante stradale situato presso l’arco dei Penitenzieri all’imbocco di via della Lungara. Con una brevissima tubazione,biforcata a mezzo di una cassetta di divisione, si misero all’istante in azione due getti, entrando dal portone di via della Lungara 116, nel cortile detto del campo infetto e, dirigendo i getti a due finestre nella camera dell’essiccatoio battendo direttamente il fuoco.

Subito dopo, con l’aiuto del Comando giunto già sul posto, si eseguì una seconda tubazione dall’idrante posto presso il portone del collegio militare in via della Lungara, e questa tubazione più lunga fu diretta, entrando dal portone in via della Lungara 120 e girando intorno al fabbricato, dentro la stanza del piegatoio, cui il fuoco si era rapidamente propagato.

Il fuoco quindi da questo momento era battuto direttamente da tre lance nelle due stanze di modeste dimensioni in cui si era sviluppato e propagato l’incendio.

Altri uomini intanto eseguirono una terza tubazione ad un terzo idrante, che trovasi in via di Borgo di santo Spirito presso il portone d’ingresso del palazzo dell’amministrazione ospedaliera, e da questo idrante il tubo, per mezzo di una tubazione in colonna, fu condotta nel corridoio antistante l’anticamera della sala Flaiani, per isolare il fuoco dalla parte degli altri padiglioni chirurgici.

Fu piazzata altresì la moto-pompa nel vascone del campo infetto, e perché, lavorando con due e talvolta anche con tre getti il vascone non si esaurisse, vi si immise per rifornirlo l’acqua di una tubazione attaccata ad una presa della rete di innaffiamento sul Lungotevere di faccia al portone del Collegio Militare, facendo agire questa tubazione a sbocco libero per avere la massima portata. La moto-pompa che somministrava getti a forte pressione doveva battere dal pavimento di sala Flaiani il soffittone di detta sala e il tetto.

Giacché era frattanto avvenuto quanto segue:

Sul principio del lavoro, quasi contemporaneamente all’arrivo dei vigili, era mancata ad un istante la luce in tutto l’ospedale, perché l’incendio aveva provocato un corto nel circuito principale. Il personale ospedaliero accese i lumi a petrolio, di cui è provvista ogni sala, i pompieri accesero le loro torce e proseguirono il loro lavoro in un disagio indicibile per la difficoltà immensa delle comunicazioni in un fabbricato così antico e vasto. I cronici di sala Viale si stavano allontanando faticosamente prima anche dell’arrivo dei vigili, operando a questa bisogna il personale sanitario di ogni grado, ma, dopo la rimozione del quarto malato, il fuoco che divampava tanto più furiosamente, quanto più lungamente era stato contenuto e che sembra nel suo periodo di preparazione avesse direttamente attaccato il soffitto, fece crollare istantaneamente quella parte di soffitto che costituiva quella parte di pavimento dell’anticamera della sala Flaiani e Viale, travolgendo per poco medici ed infermieri con le barelle di trasporto, se non fossero provvidenzialmente trattenuti dall’ufficiale dei vigili, che ebbe la sensazione del crollo immediato nel modo con cui le fiamme facevano breccia nel pavimento. Sala Viale fu tagliata fuori da ogni soccorso diretto. Le fiamme, invasero sala Flaiani, attaccando immediatamente il pavimento e il tetto. Nello stesso tempo, attraverso la porta d’ingresso di sala Viale e i finestroni senza infissi nel divisorio tra sala Flaiani e sala Viale; si rovesciò in questa tale un fumo denso e tossico, tale un calore, che i poveri ricoverati, vecchi, cronici con un minimo di resistenza organica furono vinti all’istante.

Tuttavia dal lato esterno sul Tevere, armata una scala romana sopra una malsicura tettoia di bandoni e divelti due ferri di una inferriata, furono potuti trarre in salvo da pompieri, da un’infermiere, coadiuvati da un brigadiere dei RR.CC. altri quattro malati. Alcuni cronici in condizioni quasi disperati e le salme delle vittime furono poi allontanati da sala Viale attraverso l’ultima finestra del divisorio tra Flaiani e Viale, superata con un pezzo di scala da una parte e uno dall’altra a guisa di una scala a libretto, il cui ripiano è rappresentato dalla soglia del finestrone.

Tutto questo insieme di fatti si è svolto in tempo assai breve, dopo di che non rimase che proseguire il lavoro di isolamento dell’incendio, che riuscì ottimamente.

L’incendio non raggiunse sala Viale, neppure il fondo di sala Flaiani, fu arrestato dinnanzi alla porta che dall’anticamera di sala Flaiani e attraverso il corridoio conduce da detta sala  agli altri reparti di chirurgia. In breve la sicurezza fu ridata in modo completo, ma il sacrificio di vite era stato compiuto.

I vigili, crollato il pavimento dell’anticamera Flaiani, non ebbero altro accesso nei locali che da una finestra in via della Lungara, salendo la loro scala romana ed entrando in una delle sale Baroni e, attraversando una serie interminabile di sale, scalette, corridoi ecc. raggiungendo di nuovo il fondo di sala Flaiani e Viale dalla parte opposta del pavimento crollato. Più tardi, abbattendo un muro in corrispondenza di un antico vano e, passando nella proprietà del manicomio di Santa Maria della pietà, poté evitarsi questo incomodo passaggio.

Intervenuti altri ufficiali del Corpo a dar aiuto al collega di servizio, fu con ogni cura e con un lavoro assai lungo, delicato e pericoloso, praticato il vuoto tra il soffittone di sala Flaiani e il tetto e, mettendo allo scoperto singolarmente ogni trave maestra del soffittone, di sala Flaiani, che ardeva nella sua testata verso il cortile di campo infetto, fu spenta con l’acqua fornita dall’idrante di via Borgo S. Spirito.

Il servizio di sicurezza fu mantenuto per vari giorni per timore che sotto i rottami del pavimento di parte di sala Flaiani e di una piccola parte del tetto crollati entro l’essiccatoio, covasse ancora il fuoco, come pure nella parte interna di qualche trave nel divisorio fra l’essiccatoio e il piegatoio. Presenziavano le operazioni fin oltre le due del mattino Autorità civili e militari a cominciare dall’on. Sindaco, Prosindaco, Assessore del Corpo, Prefetto, Comandante la divisione militare RR.CC., RR.GG.

Nelle prime ore del mattino S.M. la Regina Elena e S.A.R. la principessa Iolanda si recarono sul luogo della sventura, e accompagnate dal direttore dell’ospedale, visitarono i superstiti e i malati rimossi dalle sale più pericolose, che invero erano già tutti nella più completa tranquillità.

Altra visita compì poco dopo S.M. il Re di ritorno da Venezia recandosi direttamente a Santo Spirito dalla stazione ove al suo arrivo fu avvisato del sinistro.

Imponenti funerali testimoniarono la pietà del popolo di Roma alle povere vittime di un destino assai crudele. E i giornali che dovrebbero illuminare l’opinione pubblica esercitando il loro diritto di critica, hanno parlato, sballandole di ogni colore.

I vigili giunsero in ritardo e quindi discredito a così importante servizio pubblico.

La presente relazione dimostra che l’incendio fu appena segnalato nell’interno dell’ospedale verso le 22.45. che il primo avviso ai vigili fu portato di persona da un portantino, che ritornò sul posto sull’autocarro dei vigili alle 23.20.

In questo intervallo di tempo, nel quale si svolse un’opera di ricognizione, di avvertimento, di segnalazione interne nel personale ospedaliero, dovrebbe, se mai, ricercarsi se mancò la percezione immediata della necessità di chiamare per prima cosa i vigili. Ma la cronaca degli incendi di qualche entità purtroppo dimostra in modo continuo che gli incendi più gravi, i quali disorientano alcuni e impressionano gli altri hanno come triste effetto, tale deficiente segnalazione.

E’ innegabile che una mezz’ora di tempo ha grande valore in sinistri di questa natura, ma è pur vero che l’incendio non fu diagnosticato come un incendio grave,appunto perchè contenuto e quasi soffocato e, perchè avvertito sulle prime da un solo infermiere, corse di bocca in bocca al personale di turno, che per prima cosa pensò all’allontanamento dei malati che aveva in custodia dalle corse più prossime al fuoco. Solo quando la notizia dell’incendio del fabbricato da via dei Penitenzieri e Lungara giunse al portone principale di Borgo Santo Spirito furono avvertiti i vigili distaccando un portantino ivi di servizio e telefonando poi.  Il crollo dell’anticamera di sala Flaiani fu immediato, ciò che dimostra quale guadagno avesse fatto il fuoco prima di essere minimamente avvertito, I malati trovarono la morte unicamente nel loro letto o ai piedi del loro letto nella sala Viale investita dal fumo e dal calore, e tuttavia due giorni dopo uno dei principali periodici cittadini stampava a lettere cubitali “altri 4 cadaveri estratti dalle macerie”:

Nella sala Viale non entrò il fuoco, il quale attraverso un finestrone del divisorio lambì soltanto un letto come vedesi tuttora causando gravi ustioni a un povero degente che poi perì. Ma la sala Viale anche oggi ha intero il suo pavimento, avvallato soltanto in corrispondenza del piegatoio e tutto intero il tetto. Il crollo parziale avvenne solo nella sala Flaiani, completamente sgombra di malati. Le cause dell’incendio? Le responsabilità? È quello che il magistrato sta ricercando con l’aiuto di un perito giudiziario scelto nella persona del sotto-comandante dei vigili Ing. Pasquale Sorbara che era in quella notte di servizio.

Ing. Giacomo Olivieri

Sottocomandante dei Vigili

del Fuoco di Roma

NOTE:

1) – L’Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà alla Lungara. Noto anche come il Manicomio della Lungara o l’Ospedale dei Pazzerelli. Sorto intorno al 1550 in via della Lungara, ad opera di una confraternita di gentiluomini spagnoli vicini a Ignazio di Lodola, con lo scopo di accogliere i pellegrini giunti a Roma per il Giubileo del 1550.

Nel giro di pochi anni si trasformò però in ospizio per il ricovero e la cura dei poveri pazzi. Fino al 1725 svolse attività autonoma poi venne unito all’Ospedale di Santo Spirito sotto la cui amministrazione rimase fino alla caduta dello StatoPontificio. Dopo l’unità d’Italia il manicomio assunse lo status di Opera Pia fino a che nel 1919 passò all’amministrazione provinciale.

Si ringrazia la dott.ssa Tania Renzi per il prezioso aiuto nelle ricerche.

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   L’ospedale psichiatrico, durante la demolizione                                          L’ospedale raffigurato in una incisione

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Crollo del Palazzo di San Michele a Ripa – 1962

CROLLO DEL PALAZZO SAN MICHELE A RIPA

Di Claudio Gioacchini ed Enrico Branchesi

Il complesso dell’Istituto San Michele a Ripa è situato sulle rive del fiume Tevere, proprio davanti a Porta Portese. Una struttura monumentale nota per l’accoglienza dei ragazzi abbandonati ed il loro recupero educativo.
Nel 1679 fu Carlo Odescalchi a fondare questa opera assistenziale, affidando all’architetto Carlo Fontana il compito di costruire un carcere minorile annesso al già esistente ospizio.
Un edificio polifunzionale in cui si raggruppavano varie attività.

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Alla fine del 1800 fu adibito prevalentemente a struttura carceraria e vide la detenzione di molti oppositori di Papa Pio IX.
Dopo l’Unità d’Italia fu confiscata e nel 1871 nacque l’istituto Romano San Michele , affidato al Comune di Roma.
Dopo la trasformazione di Roma Capitale d’Italia, il San Michele divenne una storia di continua decadenza e degrado, il complesso a parte il carcere minorile, fu lasciato andare e vi si insediarono sempre più artigiani autonomi. Gli assistiti nel ’38 furono trasferiti a Tor Marancia. Nel giro di trent’anni gli edifici, occupati e devastati nel periodo bellico e nel dopoguerra da militari, da senzatetto e sfollati. La struttura, infatti nel gennaio 1962, crollarono in parte, il tetto e dei solai sottostanti.
Nel 1969 venne acquisito dallo Stato che destinò la struttura restaurata al Ministero dei Beni Culturali.

L’intervento dei Vigili

clip_image003La mattina del 29 novembre 1962, dopo una notte che aveva fatto registrare oltre 300 interventi, poco dopo le 9, un tipografo e alcune donne avevano chiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco a Palazzo San Michele, qualcuno, aveva espresso seri dubbi sulla resistenza delle vecchie arcate interne dell’edificio ormai vecchie di qualche secolo. In quel momento tutto il Comando era impegnato sull’intero fronte della Provincia, mentre altri mezzi e uomini affluivano a Nettuno per arginare una minacciosa inondazione. Con una campagnola andarono in via di San Michele il vigile Pasquale Giuliano e l’ausiliario ventiduenne Lucio Bisonni. A questi due giovani si deve riconoscere il merito di aver evitato che la cronaca di Palazzo San Michele si trasformasse in una cronaca di morte. Sono i due vigili usciti dal crollo con la pelle segnata dal dolore. Il più giovane in gravi condizioni trasportato all’ospedale dell’isola tiberina. Bisonni è stato il protagonista d’eccezione ai quali i sopravvissuti scampati al crollo dovranno perenne riconoscenza.

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Giuliano e Bisonni, effettuarono il sopralluogo alle arcate del cortile interno, in alcuni appartamenti dell’ala centrale del palazzo, spingendosi poi, fin sul cornicione per controllare gli effetti delle infiltrazioni d’acqua. Ma la visita al cornicione in casi del genere, che costituisce il pericolo da prevenire, non aveva preoccupato i due giovani. Piuttosto le crepe al secondo piano fecero intravvedere nella drammaticità di quei minuti l’imminente pericolo.
Il vigile Pasquale Giuliano si allarmò subito e insieme al suo compagno cominciarono a far sgomberare gli appartamenti aiutando donne e bambini a scendere le scale. In pochi minuti una trentina di persone furono sotto il porticato nel cortile sulla strada.
Purtroppo il destino delle vecchie mura di Palazzo San Michele era ormai segnato. Pochi istanti ancora ed il crollo travolse pareti, soffitti, pavimenti ecc.
Il vigile Giuliano fu colpito ad una mano da un grosso pezzo di muratura, mentre Lucio fu quasi travolto riportando le ferite più gravi e poco più tardi nella camera di medicazione dell’ospedale Fatebenefratelli, gli venne diagnosticata una sospetta frattura della scatola cranica.
Dopo il crollo i vigili del fuoco intervennero in massa per rimuovere le macerie ed abbattere i muri pericolanti nonchè completare le verifiche in ogni parte ancora in piedi del vasto edificio ferito nel suo cuore più vivo. Dieci nuclei familiari potevano essere travolti nel crollo, se pochi minuti prima del cedimento nella parte superiore dell’ala centrale dell’edificio i primi due attenti vigili del fuoco non avessero preso la saggia e coraggiosa iniziativa di far sgomberare quanto più rapidamente possibile donne e bambini. Alcuni abitanti dell’ultimo piano rimasero in posizioni assai pericolose dopo il crollo e ci volle l’ausilio della scala aerea per poter mettere in salvo quelle dieci persone (tra donne e bambini) che non erano riuscite a lasciare lo stabile durante la prima evacuazione e che solo per un caso fortuito non vennero coinvolte direttamente nel violento cedimento della struttura. Sulle cause dello stesso non vi furono dubbi e la verità emerse chiarissima agli occhi di tutti: la pioggia della notte precedente, infatti, infiltratasi nel tetto già pericolante del vecchio palazzo, provocò un aumento del peso gravante sulla soletta e causò il generarsi di una ulteriore serie di crepe nelle pareti dell’ultimo piano, tanto che poi alcuni inquilini vedendole aumentare di misura e sentendo dei rumori strani e crepitii sospetti, chiesero un primo intervento presso la caserma di via Genova per assicurarsi che non vi fosse pericolo, il quale invece già si preparava a mietere innocenti vittime tra loro. Solo l’attenta analisi di quei due ragazzi impedì che la morte falciasse inermi vite tra gli abitanti del già vetusto palazzo.

Il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma con O.d.G. del 16 gennaio 1963 nella persona del Comandante Giuseppe Oriani rivolse “un vivo elogio al sottoelencato personale per la capacità e lo spirito di iniziativa dimostrato in occasione del crollo di via di San Michele” Giuliano Pasquale, Bisonni Lucio – Frascarelli, Duran, Liberati, Patini, Cianfarani, Nesto, Capazzi, Tamanti, Silvestri, Tuzzi, Portoghesi ,Proietti, Cantoro, Morigi, Marconi, Bonerba, Vacca, Ghighi, Milani.

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I vigili di Roma in soccorso ad Arezzo – 1917

I VIGILI DI ROMA IN SOCCORSO AD AREZZO

di Enrico Branchesi

 

 

 

E’ il 26 aprile del 1917, ore 11:30 circa. Nell’alta valle Tiberina, nelle province di Arezzo e Perugia una scossa del IX° grado della scala mercalli provoca una cinquantina di vittime e ingenti danni in diversi comuni.

Immediatamente il Sottosegretario di Stato De Vito richiede al sindaco di Roma l’invio dei Vigili del fuoco nelle zone colpite dal terremoto, per le operazioni di soccorso alle popolazioni.

Su indicazione del comandante del Corpo di Roma Ing. Giuseppe Fucci venne incaricato per l’operazione l’esperto Ing. Venuto Venuti che a sua volta individuò 22 elementi per formare due squadre. Il materiale di soccorso era composto da una scala aerea “Magirus”, da un camion pesante, un autocarro, da un’autovettura, una scala romana, ed altre attrezzature. Venne tutto caricato su quattro vagoni di un treno speciale militare diretto ad Arezzo, la destinazione che doveva essere raggiunta dai Vigili del fuoco di Roma.

La mattina del 1° maggio, all’arrivo del treno nella città toscana, il sottocomandante di Roma Venuto Venuti, presi accordi con l’On. De Vito e con l’Ing. Perilli, Ispettore superiore del genio civile, radunò le due squadre che si avviarono con i propri mezzi verso Villa Monterchi distante 30Km. Da lì si divisero per raggiungere ciascuna la rispettiva destinazione di San Sepolcro e Città di Castello.

Nello stesso pomeriggio del 1° maggio iniziarono le operazioni di soccorso, in accordo con gli ingegneri del genio civile, che continuarono fino al 14 dello stesso mese.

Nel periodo del soccorso le due squadre usufruirono del vitto e dell’alloggio in forma gratuita ed in parte a proprie spese: la squadra di Città di Castello fu ospitata per intero dall’amministrazione comunale; la squadra di San Sepolcro ebbe egualmente alloggio gratuito e parte del vitto con rancio militare, completato con £ 2,00 a persona con un pasto giornaliero.

Furono effettuati abbattimenti, puntellamenti di costruzioni pericolanti, recuperi di masserizie e fu portato soccorso in un susseguirsi di centri abitati:

San Sepolcro, Citerna, Lugnano, Petretole e Monterchi quasi completamente distrutti, Città di Castello, Celle, Lippiano, Monte Santa Maria, Gioiello, Reglio, Rogacciano, Patanchia, Anghiari ecc.

L’operato dei nostri Vigili fu apprezzato ed elogiato dalle autorità Governative e militari, dai municipi e dalle popolazioni che espressero il loro compiacimento con telegrammi e lettere dirette, oltre che al comandante del Corpo dei Vigili del fuoco, anche al sindaco di Roma.

Furono ben 47 gli interventi principali, lavori compiuti per il consolidamento e il recupero anche di edifici di importanza storica, come nel caso della demolizione di pietre pericolanti sulla sommità del campanile della chiesa di San Francesco e la messa in sicurezza della croce in ferro dell’effige del Santo in lamiera e di una sfera in rame.

Questa operazione fu seguita con interesse dalla cittadinanza, per l’altezza del campanile di ben 43 metri e per la difficile manovra che gli arditi vigili del fuoco di Roma andavano a compiere, con la loro destrezza e disinvoltura nell’uso della famosa “Scala Romana”.

Anche il Duomo, un monumento nazionale di notevole portata, fu colpito. Vennero puntellati la trave principale e il colmareccio del tetto; nel timpano, in parte crollato, ci fu bisogno di rimuovere dei conci in pietra pericolanti che gravavano nella parte centrale e superiore.

Il lavoro venne eseguito con l’alzata della scala romana a 22 metri e con la scala aerea.

L’uso della Scala Romana si rese fondamentale, ed i pompieri romani ne erano fieri. Nessuno sapeva usarla con la loro destrezza e professionalità, avendo avuto modo in altre calamità, come nel terremoto del 1905 in Calabria, nel paese di Aiello, di raggiungere un alto grado di preparazione in questa specialità.

Altri interventi si susseguirono nei modi più svariati, l’abbattimento di muri pericolanti e di molti camini che incombevano il crollo sugli stessi tetti. La demolizione di una parte della scala, nella Regia Scuola Tecnica “Luca Pacioli” di San Sepolcro.

Nel paese di Celle, frazione di Città di Castello, si dovette abbattere il campanile, previo smontaggio e trasporto in basso delle tre campane.

La squadra di San Sepolcro si adoperò a mezzo del camion pesante condotto dal Brigadiere Dottori Edoardo, per la distribuzione di viveri ed indumenti, in almeno 15 centri percorrendo oltre 400 Km.

Il giorno 14 dello stesso mese di maggio venne riordinato il materiale, tutto il personale lasciava le zone colpite dal sisma per raggiungere la stazione ferroviaria di Arezzo, essendo sicuri di aver compiuto ogni sorta di messa in sicurezza e senza tralasciare nulla e nessuno che ancora poteva avere il bisogno ed il soccorso dei Vigili di Roma.

Il mattino successivo le squadre, gli automezzi e le attrezzature, seguivano in treno il viaggio giungendo nella capitale alle ore 18:00.

Nei giorni a seguire, riprese le normali attività di comando, in via Genova il Sottocomandante Ing. Venuti segnalava con il vivo compiacimento al comandante del Corpo l’encomiabile contegno tenuto da tutti i graduati e vigili delle due squadre durante la permanenza nei luoghi colpiti dal terremoto, e sentì di dover segnalare: i brigadieri Testa Macario e Belli Pietro, il vigile sottocapo Di Nardo Federico, i vigili Clementi Carlo, Tavani Angelo, Taveri Giulio  e Binaretti Pilade, distintisi in modo particolare in specialità e qualità nell’esecuzione di alcune delicate e difficili operazioni.

 

Da una relazione riassuntiva del Sottocomandante Ing. Venuto Venuti – Roma, 20 maggio 1917