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I Pompieri di Roma al Concorso Internazionale di Torino del 1928

I POMPIERI DI ROMA AL CONCORSO INTERNAZIONALE DI TORINO DEL 1928

di Alessandro Fiorillo

Uno degli aspetti più interessanti della tradizione pompieristica del periodo comunale era rappresentato dai concorsi nazionali e internazionali, fondamentali per la diffusione delle nuove tecniche d’intervento e la condivisione delle ultime scoperte nel campo della tecnologia antincendio. Era un momento di confronto e di crescita per molti corpi di pompieri, durante il quale si stringevano contatti e rapporti di collaborazione utili, oltre che per l’aspetto formativo, anche per una progressiva standardizzazione del servizio sul territorio nazionale.

Famoso fu il Concorso Internazionale che si tenne a Torino, nei primi quattro giorni del settembre del 1928, per celebrare le feste centenarie di Emanuele Filiberto di Savoia e il decennale della vittoria nella Prima Guerra Mondiale. L’organizzazione fu curata dal Comandante dei Pompieri di Torino Ing. Viterbi, e il concorso rappresentò un evento di prim’ordine per la famiglia pompieristica italiana di quegli anni, sia perché fu occasione d’incontro per le rappresentanze di moltissimi Corpi di Pompieri d’Italia (compresi i Corpi di Palermo, Catania e Messina, ma anche molti Corpi di piccole città), sia per la presenza di Corpi esteri con i quali si poterono confrontare e conoscere nuove tecniche, attrezzature, tecnologie, ecc.

Alla manifestazione parteciparono circa 2000 pompieri, organizzati in non meno di 150 squadre e con la presenza di circa 300 autocarri. Per l’occasione venne costruito un vero e proprio villaggio in legno che servì per le manovre e le gare di spegnimento d’incendio, che resero l’evento particolarmente emozionante e formativo per le difficoltà reali e le simulazioni di salvataggio che dovettero affrontare i pompieri impegnati.

Ovviamente anche il Corpo dei Vigili di Roma partecipò al concorso, e una squadra di pompieri capitolini si recò a Torino portando con se un autopompa De Manresa da 1500 litri, un autocarro con due alzate di Scala Romana ed una FIAT 503 per i servizi del Comando. I pompieri romani affrontarono le prove del concorso il primo giorno della manifestazione, cioé nel pomeriggio del 1 settembre, subito dopo la prova sostenuta dai Pompieri di Milano che per l’occasione si cimentarono nell’opera di spegnimento dell’incendio di un fienile. Ai nostri toccò la prova di spegnimento dell’incendio della Casa del Fascio, con simulazione di salvataggio di una persona rimasta bloccata al secondo piano dello stabile. La seconda prova fu rappresentata dalle manovre di montaggio e smontaggio della Scala Romana, uno degli strumenti più tipici e spettacolari della tradizione pompieristica romana, e la manovra completa venne svolta in soli 12 minuti. E fu proprio la squadra dei Vigili di Roma a conseguire, in virtù del punteggio ottenuto, ben due premi del Concorso Internazionale di Torino, rappresentati dalla Grande Medaglia d’Oro offerta dal Duca di Genova per la manovra d’incendio e di salvataggio alla Casa del Fascio, e una Coppa d’argento offerta dal Comitato organizzatore del Concorso per la manovra della Scala Romana in briglia.

Il Comandante del Corpo di Roma, Ing. Giacomo Olivieri, venne nominato Membro onorario di due istituzioni pompieristiche: una portoghese ed una fra gli Ufficiali professionisti dei Pompieri inglesi.

Il personale del Corpo dei Vigili di Roma inviato al Concorso Internazionale di Torino del 1928 fu il seguente:

Comandante: Ing. Giacomo Olivieri

Vice Comandante: Ing. Ugolini

Capo Reparto Macchinista: Dottori

Capi Squadra: Ballerinie Bascheriniclip_image006[4]

Sotto Capo Squadra: Cenedella

Vigili: Benedetti, Filiberti, Flori e Ranieri

Bibliografia: Capitolium 1928, pag. 425, 426, 427. Archivio Storico Capitolino.

clip_image002[4]                                                                                               clip_image004[4]                                                                                                                              Manovra di spegnimento incendio della Casa del Fascio                                                                    Foto di gruppo di Ufficiali e pompieri partecipanti al Concorso                                                                                                                                                             Medaglia del pompiere romano Raimondo Ballerini

 

 

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i Gatti Neri

GATTI NERI VELOCISSIMI!

di Alessandro Fiorillo

Con l’appellativo "gatti neri" erano conosciute le Squadre Celeri, un corpo speciale dei Vigili del Fuoco negli anni 40. 23.3

Uno di loro Robero Donnini, (ci ha lasciato nel 2010 all’età di 96 anni), molto ci ha raccontato sull’organizzazione delle Squadre Celeri, sugli interventi, gli addestramenti a via Genova, sul fatto che erano "velocissimi" e in pochi secondi erano pronti sul mezzo ad uscire per l’intervento di soccorso. Il loro compito era quello di approntare l’intervento una volta giunti sul posto, arrivavano prima dell’autobotte, quindi preparavano tutto il necessario, tubazioni, manichette, lance e via iniziavano con l’opera di spegnimento dell’incendio.

Le Squadre Celeri furono piuttosto impegnate negli anni 40, soprattutto in occasione dei bombardamenti delle città italiane. A Roma, dove erano coordinate e dirette dall’Ufficiale Alberto Cosimini, intervennero incessantemente il 19 luglio 1943 durante il primo drammatico bombardamento della città (oltre1500 vittime accertate con stime che parlano di un totale di circa 3000 vittime presunte).

Recentemente, seguendo alcune testimonianze, siamo venuti a conoscenza del fatto che una di queste squadre celeri a Roma era in servizio all’interno del Vittoriano, il monumento meglio noto come Altare della Patria. Queste squadre di stanza nei sotterranei del Vittoriano erano a disposizione esclusiva del Capo del Governo, che spesso trascorreva le sue giornate nel vicino Palazzo Venezia.DSCI0004

Qualche giorno fa insieme al CR Claudio Gioacchini, siamo entrati nei sotterranei del Vittoriano. E abbiamo avuto conferma che, quasi 70 anni fa, lì sotto c’erano i vigili del fuoco, i "gatti neri" (tale nomignolo era dovuto al fatto che nella grande camerata di via Genova dove alloggiavano era dipinto un enorme gatto nero). Abbiamo trovato anche i nomi dei vigili, incisi sulle pareti (sono lì da quasi 70 anni, basta un infiltrazione d’acqua o un pò d’umidità per tirarli via…per fortuna abbiamo fatto in tempo a fotografarli, e a salvarli quindi dall’oblio). Quei sotterranei (il cui ingresso, come già detto, si trova sotto l’altare della Patria) venivano usati negli anni 40 anche come rifugio antiaereo, durante i bombardamenti. Sicuramente le postazioni dei Vigili del Fuoco e della Croce Rossa (abbiamo trovato nei sotterranei inequivocabili tracce anche della loro presenza) si trovavano lì anche per sfuggire alle potenziali distruzioni dei bombardamenti (per evitare quindi d’essere messi fuori servizio dagli stessi). Le gallerie che abbiamo esplorato sono soltanto una piccola porzione delle stesse, che si inerpicano nel sottosuolo di Roma e raggiungono anche posti relativamente distanti da Piazza Venezia (probabilmente passano anche sotto via del Corso e arrivano fino a Piazza del Popolo e forse oltre).

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Medaglie al V.C. conferite per l’intervento dell’8 giugno 1913 in via del Tritone

MEDAGLIE AL VALOR CIVILE CONFERITE A SEGUITO DEL SEGUENTE INTERVENTO:

8 GIUGNO 1913, CROLLO DELL’ALA DI UN PALAZZO IN VIA DEL TRITONE

MEDAGLIA D’ARGENTO

Ing. Cav. Uff. Fucci Giuseppe Comandante dei vigili, perché, nella notte dell’8 giugno 1913, essendo rovinata l’ala sinistra d’un vasto palazzo in via del Tritone, accorse a capo d’un drappello dei suoi militi, e con un servizio di pronto soccorso e di salvataggio efficace, trasse dalle macerie ben sedici persone seppellite.

Per lo stesso disastro:

Ing. Renato De Paolis, Sottocomandante

Ing. Giacomo Olivieri, Sottocomandante

Pillade Pinti, Maresciallo Testa Macario, Brigadiere Pio Recchi, Vice-Brigadiere Attilio Marcucci, Vice-Brigadiere Alfredo Romiti, Vice-Brigadiere Salvatore Moschetti, Vigile Giuseppe De Santis, Vigile Antonio Piras, Vigile Gioacchino Gaetani.

MEDAGLIA DI BRONZO

Per lo stesso disastro dell’8 giugno:

Ing. Carlo Giuliani, Vice-Comandante

Ing. Venuto Venuti, Sottocomandante

Attilio Olmeda, Vigile Enrico De Angelis, Vigile

NELLO STESSO ANNO, 1913, ATTESTATI DI BENEMERENZA SONO STATI CONFERITI A:

Roma,

Ing. Pasquale Sorbara, Sotto-Comandante

Alberto Albani, Vice-Brigadiere Giuseppe Montanelli, Caporale Mariano Caroli, Vigile Luigi Olivieri, Vigile Raniero Franzero.

Velletri,

Costantino Farina, Comandante

Cesare Caravà, Brigadiere Fernando De Angeli, Brigadiere Pietro Trenta.

Per una più precisa ricostruzione storica stiamo cercando informazioni, foto, materiale sui nominativi ed eventi citati in questa lista.

Se puoi aiutarci nelle nostre ricerche contattaci all’email: gruppostoricovvfroma@gmail.com

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Vincenzo Sebastiani

VINCENZO SEBASTIANI
“SOTTOCOMANDANTE DEI VIGILI DI ROMA”

di Alessandro Fiorillo

Questo articolo intende rievocare la figura del Sotto-Comandante dei Vigili di Roma Ing. Vincenzo Sebastiani, al quale è stata intitolata la caserma di Via Genova (Sede Centrale del Comando di Roma).
sebastiani 1Vincenzo Sebastiani nacque a Roma il 26 ottobre 1885. Fin da giovanissimo spiccò per le sue doti sportive, in particolare nel nuoto e nel ciclismo. Ma la sua passione più grande fu la montagna, fu infatti socio del Club Alpino Italiano e divenne uno dei primi alpinisti d’Italia e tra i fondatori della S.U.C.A.I. (Stazione Universitaria del Club Alpino Italiano) di Roma, e del “Gruppo Romano Sciatori” di cui fu eletto Vice Presidente. Stabilì una sede della società nella località abruzzese di Ovindoli, nei cui campi di neve si abbandonava alle escursioni con gli “ski” (nome con il quale, ancora nel 1917, erano chiamati gli sci). Questa sua passione per la montagna e il suo legame con il territorio abruzzese gli valsero, a seguito della tragica morte, l’intitolazione di un rifugio montano, ancora oggi esistente, tra il piano di Campo Felice (Aq) e le Montagne della Duchessa. Oltre che nello sport, spiccò negli studi accademici, conseguì infatti, presso la Regia Scuola d’Applicazione in Roma, la laurea di Ingegnere Civile. In seguito a un pubblico concorso, fu nominato “Sotto-Comandante dei Vigili”, nel cui corpo di Roma entrò nell’agosto del 1914, segnalandosi subito per la passione, l’intelligenza, il coraggio e l’alto senso del dovere. La sua opera venne particolarmente apprezzata durante le operazioni di soccorso dopo il tragico terremoto della Marsica (Abruzzo) del 15 gennaio 1915. Gli fu affidato il comando di una squadra di vigili romani, e con gli stessi si adoperò, instancabilmente, tra le macerie di Avezzano, compiendo anche personalmente difficoltosi e pericolosi salvataggi, grazie ai quali gli fu conferita la medaglia d’argento di benemerenza del Comune di Roma, quella d’argento di benemerenza assegnata dal Governo e la medaglia d’argento della Fondazione Carnegie. Richiamato alle armi col grado di Sottotenente di complemento del Genio, prima ancora dell’inizio della Grande Guerra, egli fu addetto ai Servizi Tecnici Aeronautici è più tardi fu inviato in zona di guerra con un parco Aerostatico. Successivamente, dopo la formazione delle sezioni dei Pompieri Militari, fu assegnato alla seconda armata, e gli fu affidato, dopo la presa di Gorizia, il comando della numerosa squadra dei “Pompieri Militari in Gorizia Italiana” (molti dei quali provenienti dal Corpo dei Vigili di Roma), comando che esercitò dal 14 agosto 1916 al 20 agosto 1917. Il 19 agosto 1917, mentre dirigeva un servizio di spegnimento sotto il tiro nemico, restò gravemente ferito, e morì il giorno dopo. Fu decorato con medaglia d’argento al valore, con la seguente motivazione: “Restava gravemente ferito mentre con abituale coraggio dirigeva le operazioni di estinzione di un incendio sul quale insisteva ancora il tiro di artiglieria avversario. Appena superata gravissima operazione, con esemplare serenità, si dichiarava contento di aver compiuto il proprio dovere”.
 Il Comandante del Corpo dei Vigili di Roma, ing. Giacomo Olivieri, dava comunicazione della tragica morte del Tenente Sebastiani attraverso un ordine del giorno, di cui ripropongo alcuni significativi passi: “23 agosto 1917. Con animo costernato partecipo al Corpo la morte eroica del Sotto-Comandante Ing. Vincenzo Sebastiani, avvenuta il 20 corr. Per granata nemica, mentre guidava con l’usato ardire i Pompieri Militari allo spegnimento di incendi nella città di Gorizia. I nostri Vigili che con lui divisero da oltre un anno i pericoli dell’ardua missione, che ne raccolsero il corpo infranto, e che sul letto di morte lo videro fregiato della medaglia d’argento al valore, ci diranno come di questa missione Egli fosse compreso e come sopra ogni altro sentimento avesse sacra la religione della Patria e del dovere. La memoria di lui ci sarà di sprone nei diuturni cimenti e formerà l’orgoglio della nostra famiglia, su cui risplenderà sempre di fulgida luce la bella e generosa figura del giovane Ufficiale, che per virtù di animo e di mente seppe conquistare il nostro affetto e la nostra stima, che consacreremo con un ricordo tangibile qui in mezzo a noi. Ing. Olivieri”. La morte del Tenente Ing. Vincenzo Sebastiani, che nell’ambito dei Corpi dei Pompieri di tutta Italia aveva saputo guadagnarsi l’ammirazione e il rispetto per il coraggio e la competenza, suscitò viva commozione. Ancora sul Bollettino Ufficiale della Federazione Tecnica Italiana Corpi Pompieri del 1922, viene pubblicata una lunga e commovente narrazione (ripresa dal periodico Coraggio e Previdenza del 1 dicembre 1922) che descrive il trasporto della salma di Vincenzo Sebastiani dal cimitero di Cormons a Roma. Vi si può leggere anche il discorso pronunciato in quell’occasione dal Comandante dei Pompieri di Gorizia, Ing. Riccardo Del Neri. Riporto brevemente alcuni passaggi della narrazione:
(…) La gloriosa salma partita da Gorizia giunse a Roma, domenica 11 dicembre s. a. , fu provveduto al suo trasferimento dalla stazione di Termini alla Chiesa della Madonna degli Angeli. La cerimonia riuscì quanto mai imponente ed il concorso degli amici, dei colleghi e dei soci del Club Alpino fu veramente straordinario. Tutti i pompieri di Roma, liberi dal servizio, seguirono volontariamente la salma (…). E’ stato già comunicato che il Municipio di Gorizia provvederà a murare a sue spese nella Caserma Pompieri una lapide in memoria dell’eroico ufficiale, che altrettanto farà il Corpo dei Pompieri di Roma e che il Club Alpino intitolerà al Suo Nome il rifugio sul Velino”.
Verrà anche creata, grazie soprattutto all’attivismo dell’Ing. Silvestro Dragotti del Comando di Napoli, una “Fondazione Vincenzo Sebastiani” il cui Capitale sarà poi impiegato per sussidiare pompieri infortunati o famiglie di essi.
Nel 1923, a cura del Reggio Commissario del Comune di Roma, verrà scoperta, nella caserma dei Pompieri di Roma di via Genova, una lapide a ricordo perenne del Sotto-Comandante Vincenzo Sebastiani (visibile ancora oggi), a cui verrà pure intitolata la caserma.

 

 

 

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Paolo Bertollini

Roma-Torvajanica 2 agosto 2009

Paolo Bertollini

Di Enrico Branchesi

clip_image002In questi giorni il solleone dell’estate si fa sentire, di notte l’afa prende il posto del sonno e di giorno si respira a mala pena, è una stagione all’insegna del bel tempo e del caldo torrido.

Ormai la gente è in movimento per le sospirate ferie ed anch’io sono entrato in quel girone tanto atteso.

Oggi è domenica 2 agosto con la mia signora ci siamo recati al mare, per la precisione a Torvajanica presso il lungo mare delle Sirene dove orami da anni c’è la stazione balneare per noi pompieri delle Scuole Centrali Antincendi, scusate Scuola di Formazione di Base.

Ogni tanto mi piace andare lì, è un posto dove prendendo il sole ci si può rilassare, incontrare i colleghi di tutti i giorni e quelli che ormai la loro parte l’hanno già fatta.

Tra questi ho incontrato l’ex C.R. Paolo Bertollini un pompiere vecchio stampo, classe ’23.

Gli ho chiesto se gli andava di raccontarmi del suo passato nei Servizi Antincendi dei vigili del fuoco.clip_image004

Entrato in servizio il 1° gennaio del 1942 come volontario nel 1° corpo di Roma, viene subito destinato alla casermetta di via Collazia (caserma istituita per esigenze belliche, i cui locali vennero requisiti dal ministero all’Ordine dei padri Minimi) per un breve periodo.

I vigili più giovani furono nuovamente trasferiti in via cortina D’Ampezzo nel quartiere di _Monte Mario, lì non trovarono locali adibiti a caserma ma bensì a somiglianti ad una scuola, infatti nel suo interno c’erano solo dormitori e aule, nessuna ombra di sezioni operative o mezzi di soccorso.

Nell’immediato confine era presente alla caserma “Olivelli” il raggruppamento del Genio Antincendi, dove i nostri giovani vigili venivano ospitati per l’addestramento pratico, vista l’esistenza di un castello di manovra.

Con esso si potevano cimentare e provare l’ebbrezza di lanciarsi nel vuoto per poi ricadere su di un telo rotondo o su un’altro a scivolo, i cortili permettevano lo srotolamento di tubazioni e sempre sulle pareti del castello imparare il montaggio della scala italiana e la salita di quella a ganci.

Logicamente i ragazzi dalle divise color caki erano guidati da istruttori, personale esperto e capace, tra loro ricorda il M.llo Cecchini, il V. scelto Gallina e il V.scelto Panunzi.

Finito questo periodo di corso, preparatorio al lavoro che i vigili avrebbero da lì a poco svolto con la realtà concreta di una città importante come Roma, furono destinati alle varie caserme di città.

clip_image006Il nostro testimone fece numero nella casermetta di via Pola, anche questa come Collazia requisitia per esigenze belliche.

L’entrata era abbastanza larga da poterci passare con i mezzi da intervento con un giardino spazioso dove poi fu costruita l’autorimessa e le varie stanze della casa adibite ad i vari servizi necessari.

L’importanza fondamentale di quella ubicazione strategica era la vicinanza con “Villa Torlonia” la residenza di Mussolini.

Il Bertollini infatti racconta che loro non potevano espletare nessun altro servizio per la città di Roma al di fuori che della villa del Duce, erano addetti all’incolumità delle persone e della struttura.

In servizio erano circa una ventina di vigili e ricorda ancora qualche amico che più aveva legato con lui come il vigile Frascarelli Leo, il Vigile Farina Cesare che era anche un pugile affermato, ed il capo autorimessa Trillò.

Per lungo tempo gli istruttori Giovanni Di Massimo e il fratello Mario ( lo scalpellino del Corpo di Roma) ed un altro brigadiere soprannominato “Break”, portarono i giovani vigili nella strada antistante alla casermetta per l’addestramento con le scale in previsione certa di un saggio che da li a breve si sarebbe tenuto alle Scuole Centrali Antincendi alla presenza di Benito Mussolini e del ministro tedesco Ribentropp. (di questi nomi ci siamo soffermati per la sicurezza, ed è certissimo).

Per Bertollini l’esperienza nei vigili del fuoco termina nel settembre dello stesso anno, per il richiamo alle armi dal Regio Esercito, li espresse a domanda per il Genio Antincendi, vista la sua passata esperienza nel Corpo

Nazionale dei Vigili del Fuoco, fu accontentato ed assegnato alla 10 comp. Genio di Bologna.clip_image008

Le vicissitudini della guerra lo portarono in Corsica per poi tornare al seguito degli americani sulla linea difensiva Gustav, i ricordi vanno nella provincia di Caserta dove erano a protezione di un vasto deposito di carburanti.

Nel ’46 fu congedato definitivamente dal servizio con il Regio Esercito.

IL 1° aprile del 1953 tornò in servizio nei Vigili del fuoco, assegnato al 35° Corpo di Frosinone, poi dislocato presso le Scuole Centrali Antincendi come falegname, viste le attitudini e capacità in carpenteria, nel reparto assegnatogli incontrò altri colleghi. Con Umberto e Claudio Pierimarchi, fecero lavori importanti come il totale rivestimento in legno del nuovo castello di manovra delle scuole, il famoso “ K2”, prepararono il castello provvisorio in piazza di Siena per la manifestazione del ’56, ancora nel ’61 furono chiamati a Torino al campo Ruffino dove in 2 mesi innalzarono il castello di manovra per una manifestazione notturna.

Questa occasione non la ricorda volentieri, un suo caro amico e collega, il Brig. Soiat, profugo Polesano perse la vita per un infarto.

Così si conclude questa chiacchierata con Bertollini papà del mio amico Roberto anche lui C. R. istruttore ginnico alle Scuola Formazione di Base, alla sua età una mente così lucida e sicura non è certo cosa di tutti i giorni, ho apprezzato molto la sua storia molto interessante che ci ha dato modo di capire cos’era la casermetta di via Pola, unica la sua testimonianza anche relativamente alla sede di un’altra scuola come quella di Monte Mario.

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Settimio Baldieri detto “il Pompierone”

 

 

Settimio Baldieri
“ Il Pompierone”

 

 

Baldieri Settimio copia ridottaGiovanni e Settimio Baldieri. Due componenti la balda schiera di cinque figli maschi, tutti volontari nel corpo dei pompieri, tutti ricordati per le loro eroiche gesta. Ma Giovanni e Settimio, pur nello stesso temerario coraggio dei loro fratelli, emersero su questi per altre preziose doti.
Settimio Baldieri, tenente dei pompieri arredatore e decoratore eccezionale, era conosciutissimo a Roma per la sua imponente mole e per la sua affettuosa cordialità.
Per Re Umberto I il tenente dei vigili Settimio Baldieri era soltanto il “Pompierone”. Il Sovrano non lo chiamò mai altrimenti nei due brevi periodi in cui il Baldieri, negli appartamenti del Quirinale destinati ad ospitare l’imperatore Guglielmo II di Germania eseguì tali e tante meravigliose opere decorative,per le quali il Re, oltre ad elogiarlo con parole di vivo compiacimento, lo nominò Cavaliere della Corona d’Italia. E quando l’Imperatore Guglielmo II prese possesso degli alloggi ad esso destinati e osservato da grande intenditore, l’arredamento e la parte decorativa degli ambienti, volle conoscere l’autore di tanto artistico lavoro, Settimio Baldieri …..non trovò affatto strano il desiderio del Sovrano. Si presentò….massiccio e disinvolto e accolse, in rigida posizione di attenti, gli elogi di Guglielmo II, così come aveva accolti quelli di Umberto I. Ma se il suo Re lo aveva creato Cavaliere della corona d’Italia, l’Imperatore, come per non essere da meno, volle decorarlo due volte, e qui sarà bene lasciar parlare lo stesso Baldieri.
“ l’Imperatore Gujermone doppo d’avemme stretta la mano, m’ammollò la decorazione dell’aquila Nera e quanno rivenne la siconna vorta a Roma, nun potette fa a meno de damme quella dell’aquila Rossa. E così come vedete, e mostrava il suo decoratissimo petto, mò posso fa pure concorrenza all’uccellaro. ” Ebbe infatti le due decorazioni che insieme a quelle ottenute per atti di coraggio ed altre opere meritorie, formavano nel suo ampio petto un bellissimo medagliere. Tuttavia il Baldieri, inimitabile artista dell’arte decorativa, non risulterà meno grande se lo andremmo a considerare quale ufficiale del corpo dei pompieri. L’Amministrazione comunale del tempo con a capo il Sindaco Principe Don Prospero Colonna, fu debitrice al tenente Baldieri della risoluzione dei gravissimi casi, determinatesi, sempre negli incendi che colpirono la città, per far fronte ai quali gli antichi vigili non possedevano davvero le moderne attrezzature di oggi. Basterebbe citare l’incendio del pastificio Pantanella, quello di palazzo Odescalchi e l’altro ancor più terrificante del Circo reale in via Vittorio Colonna, ove solo il coraggio e il sangue freddo del gigantesco tenente valsero a scongiurare disastri maggiori e perdite di vite umane. Da un bollettino dell’epoca apprendiamo infatti che: tale era l’impeto e la potenza del fuoco, che quasi tutti i pompieri, presi un istante dal panico, restarono stupiti ed inerti. Il tenente Baldieri comprese che doveva andare. con i suoi centoquattro chili di peso si lanciò sulla scala-porta ( circa 20 metri di altezza) la salì velocemente e da lassù impartì ordini a gran voce. I pompieri elettrizzati applaudirono, scattarono, agirono e ….. l’incendio fu domato. Il Principe Colonna che aveva cominciato a stimare moltissimo il suo tenente dei pompieri, finì col diventarne amico carissimo. Talchè, chiunque, in quel tempo, avrebbe potuto osservare sullo scrittoio del sindaco a Villa Massimo sulla via Sallustiana l’imponente effige di Settimio Baldieri, detto semplicemente da Re Umberto I “ Il Pompierone”.

“Strenna dei romanisti 1959”

 

 

 

 

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Giovanni Baldieri

Giovanni Baldieri
Un grande e ignorato figlio di Roma

BALDIERI_GIOVANNI foto RIDOTTA      Chi, circa sessant’anni fa, fosse passato verso sera per via Garibaldi al civ. 14, si sarebbe fermato ad ascoltare, piacevolmente sorpreso, il bel canto che da essa proveniva, i pezzi più noti del “ Trovatore “ e della “ Forza del destino” venivano interpretati con maestria somma, e nessuno avrebbe sospettato che gli esecutori di tanto repertorio non fossero veri e propri artisti di canto. Coloro, infatti, che si cimentavano in sì difficile interpretazione, erano Menicuccio Fumanti pittore e tenore, Giovanni Baldieri, pompiere e baritono ed infine il basso Faggioli unico professionista del canto. Ma Giovanni Baldieri non era soltanto pompiere e baritono non era soltanto un grande cuore di amico, ma un vero e proprio patriota che antepose sempre i doveri ai diritti del cittadino italiano. Ancora giovanissimo, fu tra i primi difensori di Roma, al Vascello. Il 20 settembre 1870, alla testa di un esiguo manipolo di suoi dipendenti pompieri, sgominati dopo una breve lotta gli occupanti del Campidoglio, inalberò con un’azione personale, il primo tricolore d’Italia sulla storica torre.
Tutti i moti popolari per l’unione di Roma alla madre Patria lo ebbero promotore instancabile e gli episodi gloriosi di Serristori, villa Cecchini e casa Ajani, recano il ricordo di questo eroico figlio di Roma. Era cospiratore Carbonaro, ma per esso la politica significava soltanto amor di patria. Sapeva che ai diritti del cittadino corrispondono altrettanti doveri, ma sembrava ignorare i primi, per l’intima gioia di adempiere i secondi sino al sacrificio della sua stessa esistenza. Era un’idealista e un forte.
Giovanni Baldieri sapeva amare Roma e la desiderava ardentemente capitale d’Italia. Coloro, che a prezzo di sacrifici inenarrabili, e sovente a prezzo della propria vita, agivano per questo fine, erano sacri a Giovanni Baldieri .Devesi alla sua opera instancabile se le onoranze tributate ai resti mortali di Angelo Brunetti e compagni ( tumulate sull’altura gianicolense a San Pietro in Montorio) riuscirono imponenti e degne di questi figli grandi d’Italia. Per sua personale iniziativa venne magnificamente addobbata tutta la via Garibaldi e sul prospetto della sua casa, fece effigiare dal Fumanti un grande ritratto dell’eroico “ Ciceruacchio”. E se il momento a Giuseppe Garibaldi non venne eretto nel giardino di San Pietro in Montorio, su un’area infelice e niente affatto degna dell’eroe, ciò devesi unicamente all’interessamento del Baldieri. Nella suddetta area era già stata rimossa una fontana marmorea per far posto all’erigendo monumento, quando il Baldieri, con romana passione, recatosi a conferire con l’allora assessore dell’urbanistica Giuseppe Desideri, ottenne che il monumento a Garibaldi sorgesse al cospetto dell’Urbe, nell’attuale ubicazione dominante.
Perfino il corpo dei pompieri si giovò della sua opera. Allora il corpo era formato da operai artigiani e capomastri, i quali prestavano servizio a turno nelle cinque inadatte caserme di Piazza Firenze, del Monte di Pietà, della Pilotta, Rusticucci e via Cernaia. Con l’estendersi della città e sorti i nuovi quartieri dell’Esquilino, Tiburtino e Testaccio il servizio dei pompieri era divenuto assai precario, e la deficienza di esso si verificò, purtroppo, nel grande incendio dello stabilimento Pantanella ai Cerchi, che provocò la destituzione del comandante Ing. Ingami. Il Baldieri, quale facente parte del corpo, propose su di un opuscolo l’accasermamento dei vigili, interessando nel contempo l’allora assessore Don Prospero Colonna. Questi infatti istituì il primo gruppo dei vigili accasermati nei locali di Piazza della Pilotta, ed in seguito, ad opera del Comandante Ing. Fucci, sorse la caserma di via Genova, nei locale dell’ex Eldorado, ove si tenevano fiere di vini. Franco nell’esprimersi, come gli era permesso dalla sua dirittura morale, sollecito nell’attuazione di ogni opera buona e giusta. Intrepido, direi quasi temerario, dinanzi al pericolo. Di statura al di sopra della media,dal corpo massiccio e ben piantato ( pesava circa 120 Kg.) era di sorprendente agilità. Lo prova il fatto che insieme al Vice comandante dei pompieri, capitano Jonni, salì un bel giorno sulla cima della guglia di Piazza del Popolo, con l’ausilio di una semplice scala armata, e giunto alla fine di tanto viaggio si sedette tranquillamente, insieme al capitano, sulle traverse della croce che sovrasta la guglia. E ciò dopo aver fatto togliere la scala. Distavano dal suolo 50 metri.
Giovanni Baldieri concluse la sua operosa esistenza il 29 luglio 1899. I suoi resti mortali riposano nel cinerario dei reduci delle Patrie Battaglie al Verano.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             “ Strenna dei romanisti del 1948”

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Memorie di un partigiano

I VIGILI DEL FUOCO DI ROMA NEGLI ANNI DELLA GUERRA: L’ALLIEVO VIGILE MARIO BIANCHI RACCONTA

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Nell’ambito delle attività di ricerca e recupero delle memorie relative alla storia del Corpo Nazionale, portate avanti negli ultimi tempi dal Gruppo Storico dei Vigili del Fuoco di Roma, sono state raccolte numerose testimonianze e racconti che offrono spesso degli spaccati inediti ed interessanti di storia vissuta, vicende che spesso s’intrecciano con fatti noti e emblematici della storia recente del paese.

E’ il caso per esempio della testimonianza di Mario Bianchi, 85 anni, entrato nel Corpo dei Vigili del Fuoco di Roma a 16 anni, e rimasto in servizio per 5 mesi come allievo da maggio a settembre 1943. Il Bianchi ha una memoria lucidissima, si ricorda benissimo le date e i luoghi, lo intervistano spesso all’università per storia contemporanea (gli piace parlare molto del periodo trascorso nelle forze armate di liberazione e si meraviglia che qualcuno gli domanda il suo trascorso nei pompieri).

Mario ci racconta che nel maggio 1943 entrò nei Vigili del Fuoco e fu subito trasferito ad Acilia, dove c‘era una caserma formata da due capannoni molto grandi e dal castello di manovra per gli addestramenti. In questa caserma, nel cui territorio circostante da come ci racconta Mario imperversava pure la malaria, alloggiavano più di cento vigili, le camerate erano molto ampie e contenevano letti a castello a tre piani. Non esistevano i bagni, la cui funzione era assolta da buche di fortuna scavate all’esterno e periodicamente ricoperte. La mensa era costituita esclusivamente da brodo e da una piccola porzione di carne.

Alla mattina gli allievi facevano istruzione militare, e al pomeriggio c’erano le esercitazioni pompieristiche (l’istruttore era il Vigile Scelto Giusti). Alle 17 c’era la libera uscita ma già alle 20 bisognava rientrare (1). Gli allievi di stanza ad Acilia non partecipavano agli interventi ordinari, ma erano pronti ad essere impiegati in caso di bombardamento o altra grande calamità. Mario Bianchi ricorda di essere intervenuto dopo il bombardamento di Ostia, avvenuto alcuni giorni prima del 19 luglio, e ricorda benissimo il bombardamento di San Lorenzo, quartiere dove il Bianchi abitava con tutta la famiglia. Mario racconta che nella tarda mattinata del 19 luglio la Centrale di Roma chiamò la caserma Acilia per avvisare di prepararsi per intervenire nei luoghi colpiti dal bombardamento. Vennero da via Genova con diversi camion a prelevare tutti gli allievi, e Mario ricorda che non appena oltrepassarono l’Arco di S. Bibiana videro l’inferno. L’edificio che ospitava la farmacia Sbarigia era crollato, c’erano morti a decine e binari divelti. Man mano che procedevano nel quartiere si resero sempre più conto del disastro, decine di palazzi crollati, molti morti nel piazzale del cimitero Verano. Vennero formate squadre di 10 vigili, la squadra dove operava il Bianchi era guidata dal Vigile Scelto Giusti. Operarono che ancora erano in corso i bombardamenti, e intervennero per primi nel carcere minorile dove estrassero i corpi di diversi ragazzi. Quindi si spostarono in via dei Sardi, dove il crollo di un palazzo aveva seppellito ben 13 vigili del fuoco. La squadra del Bianchi lavorò a lungo su questo crollo, senza riuscire a trovare i corpi dei colleghi periti. Seppe poi che i loro corpi furono disseppelliti diversi giorni dopo da altre squadre. Gli allievi di Acilia restarono a lavorare a San Lorenzo per alcuni giorni, quando smontavano dal servizio alloggiavano in un convento che si trovava nei pressi. Dopo tre o quattro giorni rientrarono nella loro caserma.

Mario Bianchi ricorda molto bene anche le vicende legate all’8 settembre del 1943. Ricorda che un vigile in caserma aveva una radio, e dalla stessa aveva ascoltato il dispaccio che annunciava l’armistizio. Loro non compresero bene cosa questo significasse, quindi andarono a dormire nelle camerate come nulla fosse. All’improvviso furono tutti svegliati da un gran rumore, la caserma era stata occupata dalle truppe tedesche con i blindati. I vigili furono disarmati, e in un primo momento i tedeschi sembravano non comprendere che erano pompieri, credevano piuttosto che fossero soldati. Vennero quindi allineati sul muro in gruppi di quattro, e in quel momento il Bianchi temette che sarebbero stati fucilati sul posto. Invece vennero soltanto perquisiti, e subito dopo mandati via. Confusi, gli allievi rientrarono a Roma a piedi, alcuni si diressero alla caserma di Ostiense, altri come il Bianchi semplicemente rientrarono nelle proprie case.

Qui finisce l’esperienza del nostro testimone nel Corpo dei Vigili del Fuoco. Lo stesso, successivamente, entra nei GAP (2), e partecipa a diverse azioni partigiane. Insieme con le truppe di liberazione italiane combatte anche al nord.

NOTE:

(1) Il personale permanente rispettava invece un altro orario di servizio.

(2) Gruppi di Azione Patriottica.

Intervista – 15 ottobre 2008 – di Alessandro Fiorillo

Riprese e montaggio di Enrico Branchesi – Gianluca Fierro

Ricerche di Claudio Gioacchini

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I Pompieri nel Comune Tuscolano

I Pompieri nel Comune Tuscolano
Breve storia dei Vigili del Fuoco di Frascati

di Enrico Branchesi

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PRESENTAZIONE
Il mio lavoro in seno al Corpo Nazionale dei Vigili del fuoco è quello di curare l’immagine dello stesso con fotografie emblematiche e di arricchire l’archivio storico nazionale con documentazioni fotografiche di ogni tipo, dalle calamità ai grandi eventi.
Dopo oltre 25 anni a contatto con migliaia di foto, in buona parte anche storiche, queste da pochi anni hanno cominciato ad affascinarmi creando il desiderio di capirle, di sapere magari chi fossero quei vigili con quelle divise così diverse dalle nostre o quegli automezzi al nostro occhio strani rispetto a quelli di oggi, capire quale fosse il luogo della ripresa e così via. Queste domande mi hanno fatto pensare che, per darmi delle risposte e mettere ordine a quelle foto, avrei dovuto cominciare a cercare in altri archivi partendo dagli inizi delle istituzioni rappresentate.
Frascati è una cittadina che mi affascina; risiedo a pochi chilometri dalla famosa piazza Marconi, dove domina la seicentesca villa Aldobrandini, affacciata sulla maestosa vista dell’Urbe. Ho pensato quindi di cominciare la mia ricerca sui Pompieri di Roma e dei suoi distaccamenti, partendo proprio da questa comunità piena di storia.
Questa pubblicazione nasce con la speranza che sia di fondamentale utilità, con notizie che emergono dopo circa 130 anni. Le stesse fanno di questa raccolta un testo con un percorso altalenante, come fu quello del Corpo dei Pompieri, raccontato attraverso documenti che fanno ripercorrere la storia della cittadina fin dalla proclamazione dell’Unità d’Italia.
Purtroppo molto materiale cartaceo è andato disperso anche a causa degli eventi bellici e storici e sicuramente molto altro giacerà in chissà quale archivio od in case private di nipoti o pronipoti di quei vigili che allora portarono avanti il buon nome del “Corpo dei Pompieri Tuscolani”.
Per me queste pagine hanno assunto anche un’altra valenza: quella d’una lunga avventura, un impresa un poco ardita a caccia di tracce lontane nel tempo.
Una lunga “camminata nella storia” permessa anche dalla collaborazione di amici, colleghi e soprattutto dell’amministrazione comunale. Con questo volumetto realizzo il mio desiderio di fare un piccolo regalo ai frascatani, alla sua amministrazione ed ai suoi pompieri. Oggi lascio alla “mia gente” tanto amata un mio pensiero per illuminarne un poco di più il futuro senz’altro radioso e pieno di grandi conquiste, che attende ancora le generazioni che verranno.

 

Il volume è ancora disponibile, chi volesse può inviare e-mail a: enrico.branchesi@vigilfuoco.it

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La VII Coorte e la Militia Vigilum

L’EXCUBITORIUM DELLA VII COORTE E LA MILITIA VIGILUM

di Alessandro Fiorillo

Nel 6 d.C. l’imperatore Ottaviano Augusto, riformando un corpo antincendi (formato da circa 600 schiavi) che fino ad allora aveva operato sotto la guida di magistrati noti come Aediles Curules, fonda la Militia Vigilum, quello che di fatto possiamo considerare come il primo vero corpo di vigili del fuoco scientificamente organizzati nella storia, la cui struttura per certi versi somiglia all’organizzazione attuale. La presenza di caserme e posti di guardia, di uomini accasermati addetti specificamente all’opera di prevenzione e repressione degli incendi, unitamente a compiti di polizia cittadina, rende questa Militia un organizzazione avanzatissima per quel tempo.
Augusto, che aveva suddiviso la città di Roma in quattordici regioni, pose le stesse sotto il controllo di sette cohortes, composte da circa 1000 uomini ciascuna che alloggiavano in caserme, chiamate stationes, e posti di guardia o distaccamenti, noti come excubitoria. Ogni Cohortes, responsabile del servizio antincendi e dell’ordine pubblico di due regioni, era divisa in sette centurie, a capo di ognuna delle quali era posto un centurione. L’intera Militia Vigilum era invece capitanata dal Praefectus Vigilum.
I Vigiles, il cui numero complessivo si aggirava attorno alle 7000 unità, venivano reclutati principalmente tra gli schiavi e i liberti (schiavi liberati). I vigiles aquarii erano specializzati nella staffetta con i secchi, ai siphonarii spettava invece il compito di azionare le pompe.
I Vigiles erano muniti di secchi, asce, picconi, corde, ramponi e scale. Per soffocare le fiamme si servivano di coperte intrise d’acqua e aceto, chiamate Centones. Disponevano inoltre di una pompa, nota come sipho, che era l’ evoluzione dell’ Antlia Ctesibiana, la prima pompa inventata dal greco Ctesibio nel III sec. a.c. L’acqua per lo spegnimento degli incendi veniva convogliata o all’interno di tronchi d’albero appositamente svuotati all’interno, ma più spesso all’interno di vere e proprie tubazioni in cuoio.
Roma era la città che più di ogni altra disponeva di un enorme quantità d’acqua, grazie ai monumentali acquedotti che da luoghi lontani portavano il prezioso elemento necessario per il consumo e per l’alimentazione delle numerose fontane e terme cittadine. C’era quindi una diffusa disponibilità d’acqua, e spesso i Vigiles rifornivano le loro botti direttamente nelle terme o nelle varie cisterne presenti in città. Il problema principale era però rappresentato dal fatto che l’acqua, soprattutto nelle insulae delle zone plebee, non veniva portata ai piani superiori a quello di terra, per la mancanza di una colonna montante, pertanto un incendio che avveniva già ad un primo piano o ai piani superiori era difficile da estinguere con il solo ausilio dei secchi. Ecco perché gli incendi restarono numerosi nell’arco dei secoli, nonostante la presenza della Militia Vigilum.
La pompa in uso ai Vigiles romani come abbiamo già accennato era chiamata sipho. Questa macchina, costituita da due cilindri con quattro valvole ed una cassetta di compensazione, azionata da stantuffi a movimento alternativo, serviva principalmente per l’adduzione dell’acqua ma anche per mandarla in pressione e spingerla verso l’alto. La pompa era azionata dai Vigiles siphonarii.
Come mezzi di trasporto venivano utilizzati dei carri, trainati dai cavalli, sui quali erano montate delle botti che trasportavano l’acqua. Altri carri erano invece adibiti al trasporto del materiale, quali scale, corde, picconi, tubazioni in cuoio, pompe.
Nel 1866 alcuni scavi hanno riportato alla luce, nel rione romano di Trastevere, l’antica caserma dei Vigiles della VII Coorte. L’opinione condivisa dagli studiosi è che i resti della costruzione, tutt’oggi visitabile e ubicata tra via Montefiore, via Giggi Zanazzo e via della VII Coorte (vicino Piazza Sonnino), non siano da attribuire alla caserma (statio), ma all’excubitorium (distaccamento), ovvero ad uno di quei posti di guardia della regione limitrofa alla sede della caserma, secondo quanto testimoniato dai graffiti rinvenuti sui muri dell’edificio. La costruzione, che risale al III secolo, era inizialmente un abitazione privata, poi adattata a stazione dei vigili. Immediatamente dopo gli scavi furono rivenuti preziosi documenti, soprattutto graffiti e iscrizioni, grazie ai quali s’è gettata nuova luce sul servizio prestato dalla Militia Vigilum negli anni dell’Impero. Affiorarono anche alcuni nomi dei vigili in servizio, i ringraziamenti agli dei e il numero d’ordine della coorte d’appartenenza. La VII Coorte ebbe in carico la vigilanza dell’XI regione (Circus Maximus) e della XIV (Trans Tiberim).

 

Le foto che seguono, realizzate dal CSE Enrico Branchesi, mostrano i suggestivi interni dell’Excubitorium della VII Coorte, la più antica caserma di vigili del fuoco al mondo.

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Per tutti gli usi (pubblicazioni e altro) chiediamo cortesemente di contattare il Gruppo Storico VVF Roma e di indicare la fonte o linkare il sito. Grazie per la collaborazione.

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Incendio al Palazzo della Cancelleria

PALAZZO DELLA CANCELLERIA
 ROGO DI FINE ANNO – 31 DICEMBRE 1939

di Claudio Gioacchini ed Enrico Branchesi

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E’ il 31 dicembre del 1939, nella sede Centrale dei Vigili del Fuoco di Roma si festeggia l’anno che se ne va. Tutto trascorre tranquillo, non ci sono state richieste di soccorso nemmeno per la pericolosità dei fuochi d’artificio di fine anno. Ma ecco, finito il brindisi, il suono della sirena per la prima partenza, esattamente alle ore 0,15 del nuovo anno. La segnalazione arrivata al centralino di via Genova è di un violento incendio divampato al palazzo della Cancelleria, situato tra Corso Vittorio e Campo De’ Fiori, struttura del 1513, ad oggi Tribunale della Santa Sede, sulla lunga facciata in stile rinascimentale è incorporata la chiesa di San Lorenzo in Damaso. Tra le prime squadre, anche il vigile Roberto Donnini, entrato nel Corpo di Roma nel 1938, la testimonianza dell’evento lo riporta indietro nel tempo, i suoi ricordi ancora lucidi sono di un gran bagliore visibile già da via Nazionale, un rosso vivo a contrasto con il buio della notte. Dietro di loro a seguire altre autopompe, autoscale, e quanto poteva servire per ogni evenienza. I vigili arrivati sul posto constatavano che l’incendio divampava in modo violento nella chiesa e particolarmente nella copertura della navata centrale, controllato proprio dal nostro testimone Donnini, nel salone dei cento giorni, nell’attiguo salone dei Vescovi e nella copertura provvisoria, costruita a protezione dei lavori in corso su via del Pellegrino, e il fuoco minacciava di estendersi su tutto il palazzo.

L’incendio, per la sua vastità minacciava di avvolgere il tutto in un unico rogo e i vigili affrontarono l’impresa con potenti getti d’acqua da tutti i lati, nonostante le difficoltà da superare come l’intenso calore, il fumo densissimo, crolli continui di materiali vari, e i passaggi ostruiti che rendevano difficoltoso lo stendimento delle tubazioni di mandata. Sul posto il Comandante dei Vigili di Roma ed il Sottufficiale Alberto Cosimini che, con notevole capacità, posizionarono i vigili nei giusti settori, e riuscirono, anche con la prontezza ed i mezzi a disposizione, ad arrestare e circoscrivere l’implacabilità delle fiamme. A Donnini fu assegnato il compito di spegnimento nella parte alta dell’edificio, dove le enormi capriate in legno antico erano ridotte a tizzoni carbonizzati, e Roberto ricorda che a Roma c’era la neve ed anche se era su un rogo, quindi il calore doveva sentirsi, dal gran freddo le mani a contatto con la lancia che buttava acqua, si congelavano.

Nel frattempo una squadra forzava una porta della sacrestia verso il lato di via del Pellegrino perché l’accesso della chiesa era impraticabile a causa delle fiamme, così si poté consentire al parroco ed ad altri funzionari della Santa Sede di mettere in salvo gli arredi sacri, mentre altri vigili addetti ad operazioni di spegnimento all’interno della chiesa provvedevano al recupero di altre opere preziose. Un maggiore sforzo per i vigili fu chiesto per l’Aula Magna, un tesoro d’arte, che il fuoco avrebbe distrutto per sempre.

Il grande incendio era stato stretto in una morsa su tutti i fronti e quindi circoscritto. Piccoli focolai qua e là, e i vigili, con seri rischi, per estinguerli definitivamente dovevano cimentarsi in ardui passaggi, come camminare su dei cornicioni ed addirittura sugli spessori dei muri. La chiusura dell’intervento si poteva ritenere conclusa dopo circa 9 ore di faticosa lotta contro il fuoco. Per maggior sicurezza e a garanzia di ogni improvviso evento, sul posto veniva lasciata una squadra di vigili per tutto il giorno e la seguente notte.

Durante l’opera di spegnimento accorsero sul posto Autorità e Funzionari, il Direttore Generale dei Servizi Antincendi, l’Ispettore Generale, il Governatore di Roma, il Prefetto,il Questore ed altri funzionari dello Stato del Vaticano. Nella mattina successiva giunse in visita il Cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato di Sua Santità, il quale a nome del Vaticano proferì parole di alto elogio per la professionalità e l’ardimento del 73° Corpo dei Vigili di Roma.

Bibliografia:
Rivista Vigile del Fuoco – aprile 1940

 

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Incendio dell’Ospedale della Lungara – 1922

L’INCENDIO DELL’OSPEDALE DELLA LUNGARA -  17/18 MAGGIO 1922

Per più giorni la cronaca cittadina si è occupata dell’incendio avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 maggio in alcuni locali di proprietà dell’ospedale di Santo Spirito (1). E poiché fatalità volle che, a causa di detto incendio, perissero sull’istante sedici cronici, ricoverati nella sala Viale, ed in seguito altri quattro sul totale di ventisette degenti in detta sala, ogni impressione e ogni giudizio furono commisurati a questo gravissimo lutto cittadino, sicchè fù perduto ogni senso obiettivo di serenità, furono trevisati altresì dati di fatto, e l’opinione pubblica, male informata, giudicò acerbamente importanti servizi pubblici e non risparmiò neppure il servizio dei Vigili del Fuoco, incolpandolo soprattutto di essere accorso in ritardo.

A comprendere come si svolsero i fatti è bene conoscere che al secondo piano di uno dei tanti fabbricati, che compongono l’ospedale santo Spirito, esistono affiancate l’una all’altra due sale: la sala Flaiani e la sala Viale, divise tra loro da un muro maestro per tutta la loro lunghezza, muro che si prolunga oltre il soffittone delle due sale fino al colmareccio del tetto.

In questo muro,all’altezza di oltre due metri dal pavimento, si aprono dei vani di finestra, senza infissi di sorta, che servono di comunicazione di aria tra le due sale. Il lato esterno di sala Viale guarda sui terreni dell’ospedale, lungo la riva destra del Tevere, tra il Ponte Vittorio Emanuele e il ponte di Ferro; il lato esterno di sala Flaiani guarda su una serie di cortiletti e di interni in direzione di via della Lungara. Questi due lati lunghi corrispondono alle gronde dell’unico tetto a padiglione che copre le due sale,avente,come dicemmo, per colmareccio, il divisorio. Sotto la sala Viale havvi un’altra sala che l’occupa per la maggior parte, detta sala Santa Caterina, mentre la parte rimanente è occupata da un piegatoio di biancheria, che, a mezzo di una porta è in comunicazione con un essiccatoio a vapore, che occupa quasi la metà della sala Flaiani. Nel detto essiccatoio, oltre le cabine, in cui si introduceva la biancheria da asciugare, si praticava altresì uno tendaggio esterno di lenzuola e d’altro, su canne, sostenute da filoni metallici attaccati a tanti anelli murati poco sotto il soffitto dell’essiccatoio. Nella camera dell’essiccatoio, in basso, a sinistra di chi entra da una scala a chiocciola di accesso all’essiccatoio, trovasi un grande sportello di ferro, che permette l’accesso nell’interno di una ciminiera che serve, di esito ai prodotti della combustione.

La parte anteriore della sala Flaiani è divisa dal rimanente con un tramezzo per ricavarne una piccola anticamera, cui si accede da una scala esterna e nella quale anticamera, si ha di fronte l’accesso l’ingresso della sala Flaiani, a sinistra l’ingresso della sala Viale.

Al termine della sala Flaiani vi è a destra una scaletta che conduce alle sottostanti sale di Santa Caterina ecc. ecc. Si comprende pertanto che l’unico accesso alla sala Viale, e quindi l’unica uscita della medesima, può effettuarsi dalla scala esterna, uscendo dalla sala Viale, passando per l’anticamera della sala Flaiani, che trovasi sull’essiccatoio della biancheria, e raggiungendo la scala esterna. Se uscendo dalla sala Viale e dall’anticamera della sala Flaiani, in luogo di volgere a destra verso la scala di uscita, si proseguisse di fronte, si accederebbe, attraverso un corridoio, ad altri reparti di chirurgia in un piano superiore, e girando sempre sulla sinistra, si raggiungerebbe l’armamentario chirurgico, dalla cui finestra si può vedere in direzione di un cortile (il così detto “ Campo infetto” perché lì avviene il deposito e la consegna della lavanderia infetta) senza tuttavia vedere il cortile stesso, perché la visuale è intercettata da minori costruzioni.

In questo cortile, cui si accede da via della Lungara 11 si affacciano le finestre dell’essiccatoio e nel medesimo trovasi un grande vascone vari metri cubi di acqua. Dallo stesso cortile si innalza la ciminiera che raccoglie i prodotti della combustione dei forni di due macchine a vapore Cornovaglia a servizio della lavanderia.  Nello stesso cortile vi sono le finestre di una sala dell’ospedale,detta di Santa Caterinella, e da esse si possono vedere assai bene le finestre dell’essiccatoio, la ciminiera ecc.ecc.

Al di sotto dei locali occupati dal piegatoio e dall’essiccatoio,che si trovano al primo piano, si hanno al piano terreno dalla parte di sala Viale, le macchine a vapore ed altro,dalla parte di sala Flaiani le lavatrici ecc. ecc. Il piano terreno è separato dal primo piano da volte in muratura, il primo piano è separato da volte in muratura,il primo piano è separato da secondo piano da soffitti di legno,rinforzati da travi di ferro scoperti.

I prodotti della combustione dei forni delle caldaie si dirigono in canali di fumo, che traversano il pavimento dell’essiccatoio fino a raggiungere la ciminiera, che trovasi nel lato esterno della sala Flaiani, nella prima parte di detta sala occupata dall’anticamera. L’accesso a detto essiccatoio è fatto per mezzo di una scala metallica a chiocciola,cui non si accede dai locali dell’ospedale,ma bensì dal salone delle macchine della lavanderia. La lavanderia non è a servizio dell’ospedale santo Spirito, il quale,essendo proprietario dei locali e del macchinario,ne ha affittato l’uso alla ditta Iacomini & C. che l’esercita per il Corpo della Reale Guardia.  Nel cortile detta del Capo infetto, si ha una porta, che attraverso l’abitazione di un custode conduce al terreno annesso alla lavanderia, cui può accedersi direttamente da un altro ingresso in via della Lungara 120. Detta porta è sempre chiusa e l’azienda della lavanderia può agire indipendentemente senza alcuna servitù di passaggio nella zona riservata all’ospedale.

La sera dell’incendio la sala Flaiani era completamente sgombra di malati; la sala Viali conteneva 27 cronici di età avanzatissima fino a 87 anni, il meno vecchio aveva 60 circa.

Quasi contemporaneamente e intorno alle ore 22.45 del 17 maggio un infermiere della sala di Santa Caterinella ed una suora dell’armamentario chirurgico avevano la sensazione di un principio d’incendio, ma, mentre la suora aveva una sensazione confusa, a causa della visuale non libera dalla finestra dell’armamentario al cortiletto del campo infetto,l’infermiere poté vedere che nel locale dell’essiccatoio stava covando un incendio. Tutto si limitava a un po’ di fumo,a qualche scintilla, senza chiarore e senza fiamme. Si recò ad avvertire il sorvegliante di servizio,dopo aver detto e fatto constatare la cosa a due compagni infermieri. Con il sorvegliante tornò al finestrone della sala di Santa Caterinella, e trovò la scena cambiata, sia pur non gravemente. Una fiamma si era prodotta ed usciva dalla finestra dell’essiccatoio più prossima alla ciminiera,dalle altre finestre né chiarore né  fiamme.

L’incendio si stava sviluppando, cominciava anzi a divampare, per una ragione assai semplice, che sembra oggi accertata. La notizia dell’incendio, ripetuta ad alta voce fra i tre infermieri, era stata udita dal macchinista della lavanderia, che abita con la famiglia in locali prossimi alla sala di Santa Caterinella. Questi pensò dapprima che l’incendio si fosse sviluppato in un deposito di trucioli, che si trovano nell’area esterna verso il Tevere in prossimità della caldaia, e sotto le finestre della Sala Viale ma, visto che da quel lato era tutto tranquillo, pensò alla camera delle stufe, e si recò in essa, salendo la scala a chiocciola. La trovò invasa da fumo fittissimo, senza avere impressione che vi fosse fiamma, traversò la sala, raggiunse la porta di comunicazione tra l’essiccatoio e il piegatoio, l’aprì, e in quell’istante, la corrente d’aria esterna, che invase l’essicatoio, cominciò a far divampare l’incendio che egli riconobbe sul suo capo. Uscì di corsa, dando anche esso l’allarme ad alta voce impressionato da questa, quasi direi, repentina apparizione di fuoco.

Da questo istante si organizzarono i servizi interni del personale ospedaliero, allontanando i malati dalla zona ritenuta pericolosa, e poiché si ebbe la sensazione che la sala Viale potesse trovarsi in qualche pericolo, perché, sebbene l’incendio si sviluppasse sotto la sala Flaiani, sgombra di malati, poteva da lì propagarsi al piegatoio che occupava nel piano sottostante la prima parte della Viale, si rivolsero i soccorsi anche in quella sala.

Frattanto un’infermiere ricevette l’ordine dal sorvegliante di telefonare ai vigili.

L’infermiere si diresse verso il portone principale dell’ospedale santo Spirito, ove trovasi gli apparecchi e voleva cercare il numero telefonico del posto di guardia di Piazza Rusticucci (S. Pietro) che è assai vicino all’ospedale, senza pensare, che i vigili si potevano chiamare senza numero. Fu allora che per risparmiare tempo nella ricerca, fu consigliato a un portantino di correre a piedi al posto di guardia per chiedere soccorsi. E difatti un portantino si recò al posto di Borgo e segnalò l’incendio. Fu immediatamente messo in marcia l’autocarro, prendendo su di esso il portantino. Mentre l’autocarro era per lasciare il posto, il Comando di via Genova che era stato avvisato in quell’istante per telefono, dava ordine a Borgo di partire per l’incendio e lo seguiva senz’altro con altri due autocarri, con la moto-pompa e con l’ufficiale di servizio Ing. Sorbara Pasquale, l’ora di partenza corrisponde alle ore 23.20. Naturalmente giunse per primo il posto di Borgo. Gli uomini si attaccarono al più prossimo idrante stradale situato presso l’arco dei Penitenzieri all’imbocco di via della Lungara. Con una brevissima tubazione,biforcata a mezzo di una cassetta di divisione, si misero all’istante in azione due getti, entrando dal portone di via della Lungara 116, nel cortile detto del campo infetto e, dirigendo i getti a due finestre nella camera dell’essiccatoio battendo direttamente il fuoco.

Subito dopo, con l’aiuto del Comando giunto già sul posto, si eseguì una seconda tubazione dall’idrante posto presso il portone del collegio militare in via della Lungara, e questa tubazione più lunga fu diretta, entrando dal portone in via della Lungara 120 e girando intorno al fabbricato, dentro la stanza del piegatoio, cui il fuoco si era rapidamente propagato.

Il fuoco quindi da questo momento era battuto direttamente da tre lance nelle due stanze di modeste dimensioni in cui si era sviluppato e propagato l’incendio.

Altri uomini intanto eseguirono una terza tubazione ad un terzo idrante, che trovasi in via di Borgo di santo Spirito presso il portone d’ingresso del palazzo dell’amministrazione ospedaliera, e da questo idrante il tubo, per mezzo di una tubazione in colonna, fu condotta nel corridoio antistante l’anticamera della sala Flaiani, per isolare il fuoco dalla parte degli altri padiglioni chirurgici.

Fu piazzata altresì la moto-pompa nel vascone del campo infetto, e perché, lavorando con due e talvolta anche con tre getti il vascone non si esaurisse, vi si immise per rifornirlo l’acqua di una tubazione attaccata ad una presa della rete di innaffiamento sul Lungotevere di faccia al portone del Collegio Militare, facendo agire questa tubazione a sbocco libero per avere la massima portata. La moto-pompa che somministrava getti a forte pressione doveva battere dal pavimento di sala Flaiani il soffittone di detta sala e il tetto.

Giacché era frattanto avvenuto quanto segue:

Sul principio del lavoro, quasi contemporaneamente all’arrivo dei vigili, era mancata ad un istante la luce in tutto l’ospedale, perché l’incendio aveva provocato un corto nel circuito principale. Il personale ospedaliero accese i lumi a petrolio, di cui è provvista ogni sala, i pompieri accesero le loro torce e proseguirono il loro lavoro in un disagio indicibile per la difficoltà immensa delle comunicazioni in un fabbricato così antico e vasto. I cronici di sala Viale si stavano allontanando faticosamente prima anche dell’arrivo dei vigili, operando a questa bisogna il personale sanitario di ogni grado, ma, dopo la rimozione del quarto malato, il fuoco che divampava tanto più furiosamente, quanto più lungamente era stato contenuto e che sembra nel suo periodo di preparazione avesse direttamente attaccato il soffitto, fece crollare istantaneamente quella parte di soffitto che costituiva quella parte di pavimento dell’anticamera della sala Flaiani e Viale, travolgendo per poco medici ed infermieri con le barelle di trasporto, se non fossero provvidenzialmente trattenuti dall’ufficiale dei vigili, che ebbe la sensazione del crollo immediato nel modo con cui le fiamme facevano breccia nel pavimento. Sala Viale fu tagliata fuori da ogni soccorso diretto. Le fiamme, invasero sala Flaiani, attaccando immediatamente il pavimento e il tetto. Nello stesso tempo, attraverso la porta d’ingresso di sala Viale e i finestroni senza infissi nel divisorio tra sala Flaiani e sala Viale; si rovesciò in questa tale un fumo denso e tossico, tale un calore, che i poveri ricoverati, vecchi, cronici con un minimo di resistenza organica furono vinti all’istante.

Tuttavia dal lato esterno sul Tevere, armata una scala romana sopra una malsicura tettoia di bandoni e divelti due ferri di una inferriata, furono potuti trarre in salvo da pompieri, da un’infermiere, coadiuvati da un brigadiere dei RR.CC. altri quattro malati. Alcuni cronici in condizioni quasi disperati e le salme delle vittime furono poi allontanati da sala Viale attraverso l’ultima finestra del divisorio tra Flaiani e Viale, superata con un pezzo di scala da una parte e uno dall’altra a guisa di una scala a libretto, il cui ripiano è rappresentato dalla soglia del finestrone.

Tutto questo insieme di fatti si è svolto in tempo assai breve, dopo di che non rimase che proseguire il lavoro di isolamento dell’incendio, che riuscì ottimamente.

L’incendio non raggiunse sala Viale, neppure il fondo di sala Flaiani, fu arrestato dinnanzi alla porta che dall’anticamera di sala Flaiani e attraverso il corridoio conduce da detta sala  agli altri reparti di chirurgia. In breve la sicurezza fu ridata in modo completo, ma il sacrificio di vite era stato compiuto.

I vigili, crollato il pavimento dell’anticamera Flaiani, non ebbero altro accesso nei locali che da una finestra in via della Lungara, salendo la loro scala romana ed entrando in una delle sale Baroni e, attraversando una serie interminabile di sale, scalette, corridoi ecc. raggiungendo di nuovo il fondo di sala Flaiani e Viale dalla parte opposta del pavimento crollato. Più tardi, abbattendo un muro in corrispondenza di un antico vano e, passando nella proprietà del manicomio di Santa Maria della pietà, poté evitarsi questo incomodo passaggio.

Intervenuti altri ufficiali del Corpo a dar aiuto al collega di servizio, fu con ogni cura e con un lavoro assai lungo, delicato e pericoloso, praticato il vuoto tra il soffittone di sala Flaiani e il tetto e, mettendo allo scoperto singolarmente ogni trave maestra del soffittone, di sala Flaiani, che ardeva nella sua testata verso il cortile di campo infetto, fu spenta con l’acqua fornita dall’idrante di via Borgo S. Spirito.

Il servizio di sicurezza fu mantenuto per vari giorni per timore che sotto i rottami del pavimento di parte di sala Flaiani e di una piccola parte del tetto crollati entro l’essiccatoio, covasse ancora il fuoco, come pure nella parte interna di qualche trave nel divisorio fra l’essiccatoio e il piegatoio. Presenziavano le operazioni fin oltre le due del mattino Autorità civili e militari a cominciare dall’on. Sindaco, Prosindaco, Assessore del Corpo, Prefetto, Comandante la divisione militare RR.CC., RR.GG.

Nelle prime ore del mattino S.M. la Regina Elena e S.A.R. la principessa Iolanda si recarono sul luogo della sventura, e accompagnate dal direttore dell’ospedale, visitarono i superstiti e i malati rimossi dalle sale più pericolose, che invero erano già tutti nella più completa tranquillità.

Altra visita compì poco dopo S.M. il Re di ritorno da Venezia recandosi direttamente a Santo Spirito dalla stazione ove al suo arrivo fu avvisato del sinistro.

Imponenti funerali testimoniarono la pietà del popolo di Roma alle povere vittime di un destino assai crudele. E i giornali che dovrebbero illuminare l’opinione pubblica esercitando il loro diritto di critica, hanno parlato, sballandole di ogni colore.

I vigili giunsero in ritardo e quindi discredito a così importante servizio pubblico.

La presente relazione dimostra che l’incendio fu appena segnalato nell’interno dell’ospedale verso le 22.45. che il primo avviso ai vigili fu portato di persona da un portantino, che ritornò sul posto sull’autocarro dei vigili alle 23.20.

In questo intervallo di tempo, nel quale si svolse un’opera di ricognizione, di avvertimento, di segnalazione interne nel personale ospedaliero, dovrebbe, se mai, ricercarsi se mancò la percezione immediata della necessità di chiamare per prima cosa i vigili. Ma la cronaca degli incendi di qualche entità purtroppo dimostra in modo continuo che gli incendi più gravi, i quali disorientano alcuni e impressionano gli altri hanno come triste effetto, tale deficiente segnalazione.

E’ innegabile che una mezz’ora di tempo ha grande valore in sinistri di questa natura, ma è pur vero che l’incendio non fu diagnosticato come un incendio grave,appunto perchè contenuto e quasi soffocato e, perchè avvertito sulle prime da un solo infermiere, corse di bocca in bocca al personale di turno, che per prima cosa pensò all’allontanamento dei malati che aveva in custodia dalle corse più prossime al fuoco. Solo quando la notizia dell’incendio del fabbricato da via dei Penitenzieri e Lungara giunse al portone principale di Borgo Santo Spirito furono avvertiti i vigili distaccando un portantino ivi di servizio e telefonando poi.  Il crollo dell’anticamera di sala Flaiani fu immediato, ciò che dimostra quale guadagno avesse fatto il fuoco prima di essere minimamente avvertito, I malati trovarono la morte unicamente nel loro letto o ai piedi del loro letto nella sala Viale investita dal fumo e dal calore, e tuttavia due giorni dopo uno dei principali periodici cittadini stampava a lettere cubitali “altri 4 cadaveri estratti dalle macerie”:

Nella sala Viale non entrò il fuoco, il quale attraverso un finestrone del divisorio lambì soltanto un letto come vedesi tuttora causando gravi ustioni a un povero degente che poi perì. Ma la sala Viale anche oggi ha intero il suo pavimento, avvallato soltanto in corrispondenza del piegatoio e tutto intero il tetto. Il crollo parziale avvenne solo nella sala Flaiani, completamente sgombra di malati. Le cause dell’incendio? Le responsabilità? È quello che il magistrato sta ricercando con l’aiuto di un perito giudiziario scelto nella persona del sotto-comandante dei vigili Ing. Pasquale Sorbara che era in quella notte di servizio.

Ing. Giacomo Olivieri

Sottocomandante dei Vigili

del Fuoco di Roma

NOTE:

1) – L’Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà alla Lungara. Noto anche come il Manicomio della Lungara o l’Ospedale dei Pazzerelli. Sorto intorno al 1550 in via della Lungara, ad opera di una confraternita di gentiluomini spagnoli vicini a Ignazio di Lodola, con lo scopo di accogliere i pellegrini giunti a Roma per il Giubileo del 1550.

Nel giro di pochi anni si trasformò però in ospizio per il ricovero e la cura dei poveri pazzi. Fino al 1725 svolse attività autonoma poi venne unito all’Ospedale di Santo Spirito sotto la cui amministrazione rimase fino alla caduta dello StatoPontificio. Dopo l’unità d’Italia il manicomio assunse lo status di Opera Pia fino a che nel 1919 passò all’amministrazione provinciale.

Si ringrazia la dott.ssa Tania Renzi per il prezioso aiuto nelle ricerche.

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   L’ospedale psichiatrico, durante la demolizione                                          L’ospedale raffigurato in una incisione

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Crollo del Palazzo di San Michele a Ripa – 1962

CROLLO DEL PALAZZO SAN MICHELE A RIPA

Di Claudio Gioacchini ed Enrico Branchesi

Il complesso dell’Istituto San Michele a Ripa è situato sulle rive del fiume Tevere, proprio davanti a Porta Portese. Una struttura monumentale nota per l’accoglienza dei ragazzi abbandonati ed il loro recupero educativo.
Nel 1679 fu Carlo Odescalchi a fondare questa opera assistenziale, affidando all’architetto Carlo Fontana il compito di costruire un carcere minorile annesso al già esistente ospizio.
Un edificio polifunzionale in cui si raggruppavano varie attività.

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Alla fine del 1800 fu adibito prevalentemente a struttura carceraria e vide la detenzione di molti oppositori di Papa Pio IX.
Dopo l’Unità d’Italia fu confiscata e nel 1871 nacque l’istituto Romano San Michele , affidato al Comune di Roma.
Dopo la trasformazione di Roma Capitale d’Italia, il San Michele divenne una storia di continua decadenza e degrado, il complesso a parte il carcere minorile, fu lasciato andare e vi si insediarono sempre più artigiani autonomi. Gli assistiti nel ’38 furono trasferiti a Tor Marancia. Nel giro di trent’anni gli edifici, occupati e devastati nel periodo bellico e nel dopoguerra da militari, da senzatetto e sfollati. La struttura, infatti nel gennaio 1962, crollarono in parte, il tetto e dei solai sottostanti.
Nel 1969 venne acquisito dallo Stato che destinò la struttura restaurata al Ministero dei Beni Culturali.

L’intervento dei Vigili

clip_image003La mattina del 29 novembre 1962, dopo una notte che aveva fatto registrare oltre 300 interventi, poco dopo le 9, un tipografo e alcune donne avevano chiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco a Palazzo San Michele, qualcuno, aveva espresso seri dubbi sulla resistenza delle vecchie arcate interne dell’edificio ormai vecchie di qualche secolo. In quel momento tutto il Comando era impegnato sull’intero fronte della Provincia, mentre altri mezzi e uomini affluivano a Nettuno per arginare una minacciosa inondazione. Con una campagnola andarono in via di San Michele il vigile Pasquale Giuliano e l’ausiliario ventiduenne Lucio Bisonni. A questi due giovani si deve riconoscere il merito di aver evitato che la cronaca di Palazzo San Michele si trasformasse in una cronaca di morte. Sono i due vigili usciti dal crollo con la pelle segnata dal dolore. Il più giovane in gravi condizioni trasportato all’ospedale dell’isola tiberina. Bisonni è stato il protagonista d’eccezione ai quali i sopravvissuti scampati al crollo dovranno perenne riconoscenza.

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Giuliano e Bisonni, effettuarono il sopralluogo alle arcate del cortile interno, in alcuni appartamenti dell’ala centrale del palazzo, spingendosi poi, fin sul cornicione per controllare gli effetti delle infiltrazioni d’acqua. Ma la visita al cornicione in casi del genere, che costituisce il pericolo da prevenire, non aveva preoccupato i due giovani. Piuttosto le crepe al secondo piano fecero intravvedere nella drammaticità di quei minuti l’imminente pericolo.
Il vigile Pasquale Giuliano si allarmò subito e insieme al suo compagno cominciarono a far sgomberare gli appartamenti aiutando donne e bambini a scendere le scale. In pochi minuti una trentina di persone furono sotto il porticato nel cortile sulla strada.
Purtroppo il destino delle vecchie mura di Palazzo San Michele era ormai segnato. Pochi istanti ancora ed il crollo travolse pareti, soffitti, pavimenti ecc.
Il vigile Giuliano fu colpito ad una mano da un grosso pezzo di muratura, mentre Lucio fu quasi travolto riportando le ferite più gravi e poco più tardi nella camera di medicazione dell’ospedale Fatebenefratelli, gli venne diagnosticata una sospetta frattura della scatola cranica.
Dopo il crollo i vigili del fuoco intervennero in massa per rimuovere le macerie ed abbattere i muri pericolanti nonchè completare le verifiche in ogni parte ancora in piedi del vasto edificio ferito nel suo cuore più vivo. Dieci nuclei familiari potevano essere travolti nel crollo, se pochi minuti prima del cedimento nella parte superiore dell’ala centrale dell’edificio i primi due attenti vigili del fuoco non avessero preso la saggia e coraggiosa iniziativa di far sgomberare quanto più rapidamente possibile donne e bambini. Alcuni abitanti dell’ultimo piano rimasero in posizioni assai pericolose dopo il crollo e ci volle l’ausilio della scala aerea per poter mettere in salvo quelle dieci persone (tra donne e bambini) che non erano riuscite a lasciare lo stabile durante la prima evacuazione e che solo per un caso fortuito non vennero coinvolte direttamente nel violento cedimento della struttura. Sulle cause dello stesso non vi furono dubbi e la verità emerse chiarissima agli occhi di tutti: la pioggia della notte precedente, infatti, infiltratasi nel tetto già pericolante del vecchio palazzo, provocò un aumento del peso gravante sulla soletta e causò il generarsi di una ulteriore serie di crepe nelle pareti dell’ultimo piano, tanto che poi alcuni inquilini vedendole aumentare di misura e sentendo dei rumori strani e crepitii sospetti, chiesero un primo intervento presso la caserma di via Genova per assicurarsi che non vi fosse pericolo, il quale invece già si preparava a mietere innocenti vittime tra loro. Solo l’attenta analisi di quei due ragazzi impedì che la morte falciasse inermi vite tra gli abitanti del già vetusto palazzo.

Il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma con O.d.G. del 16 gennaio 1963 nella persona del Comandante Giuseppe Oriani rivolse “un vivo elogio al sottoelencato personale per la capacità e lo spirito di iniziativa dimostrato in occasione del crollo di via di San Michele” Giuliano Pasquale, Bisonni Lucio – Frascarelli, Duran, Liberati, Patini, Cianfarani, Nesto, Capazzi, Tamanti, Silvestri, Tuzzi, Portoghesi ,Proietti, Cantoro, Morigi, Marconi, Bonerba, Vacca, Ghighi, Milani.

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I vigili di Roma in soccorso ad Arezzo – 1917

I VIGILI DI ROMA IN SOCCORSO AD AREZZO

di Enrico Branchesi

 

 

 

E’ il 26 aprile del 1917, ore 11:30 circa. Nell’alta valle Tiberina, nelle province di Arezzo e Perugia una scossa del IX° grado della scala mercalli provoca una cinquantina di vittime e ingenti danni in diversi comuni.

Immediatamente il Sottosegretario di Stato De Vito richiede al sindaco di Roma l’invio dei Vigili del fuoco nelle zone colpite dal terremoto, per le operazioni di soccorso alle popolazioni.

Su indicazione del comandante del Corpo di Roma Ing. Giuseppe Fucci venne incaricato per l’operazione l’esperto Ing. Venuto Venuti che a sua volta individuò 22 elementi per formare due squadre. Il materiale di soccorso era composto da una scala aerea “Magirus”, da un camion pesante, un autocarro, da un’autovettura, una scala romana, ed altre attrezzature. Venne tutto caricato su quattro vagoni di un treno speciale militare diretto ad Arezzo, la destinazione che doveva essere raggiunta dai Vigili del fuoco di Roma.

La mattina del 1° maggio, all’arrivo del treno nella città toscana, il sottocomandante di Roma Venuto Venuti, presi accordi con l’On. De Vito e con l’Ing. Perilli, Ispettore superiore del genio civile, radunò le due squadre che si avviarono con i propri mezzi verso Villa Monterchi distante 30Km. Da lì si divisero per raggiungere ciascuna la rispettiva destinazione di San Sepolcro e Città di Castello.

Nello stesso pomeriggio del 1° maggio iniziarono le operazioni di soccorso, in accordo con gli ingegneri del genio civile, che continuarono fino al 14 dello stesso mese.

Nel periodo del soccorso le due squadre usufruirono del vitto e dell’alloggio in forma gratuita ed in parte a proprie spese: la squadra di Città di Castello fu ospitata per intero dall’amministrazione comunale; la squadra di San Sepolcro ebbe egualmente alloggio gratuito e parte del vitto con rancio militare, completato con £ 2,00 a persona con un pasto giornaliero.

Furono effettuati abbattimenti, puntellamenti di costruzioni pericolanti, recuperi di masserizie e fu portato soccorso in un susseguirsi di centri abitati:

San Sepolcro, Citerna, Lugnano, Petretole e Monterchi quasi completamente distrutti, Città di Castello, Celle, Lippiano, Monte Santa Maria, Gioiello, Reglio, Rogacciano, Patanchia, Anghiari ecc.

L’operato dei nostri Vigili fu apprezzato ed elogiato dalle autorità Governative e militari, dai municipi e dalle popolazioni che espressero il loro compiacimento con telegrammi e lettere dirette, oltre che al comandante del Corpo dei Vigili del fuoco, anche al sindaco di Roma.

Furono ben 47 gli interventi principali, lavori compiuti per il consolidamento e il recupero anche di edifici di importanza storica, come nel caso della demolizione di pietre pericolanti sulla sommità del campanile della chiesa di San Francesco e la messa in sicurezza della croce in ferro dell’effige del Santo in lamiera e di una sfera in rame.

Questa operazione fu seguita con interesse dalla cittadinanza, per l’altezza del campanile di ben 43 metri e per la difficile manovra che gli arditi vigili del fuoco di Roma andavano a compiere, con la loro destrezza e disinvoltura nell’uso della famosa “Scala Romana”.

Anche il Duomo, un monumento nazionale di notevole portata, fu colpito. Vennero puntellati la trave principale e il colmareccio del tetto; nel timpano, in parte crollato, ci fu bisogno di rimuovere dei conci in pietra pericolanti che gravavano nella parte centrale e superiore.

Il lavoro venne eseguito con l’alzata della scala romana a 22 metri e con la scala aerea.

L’uso della Scala Romana si rese fondamentale, ed i pompieri romani ne erano fieri. Nessuno sapeva usarla con la loro destrezza e professionalità, avendo avuto modo in altre calamità, come nel terremoto del 1905 in Calabria, nel paese di Aiello, di raggiungere un alto grado di preparazione in questa specialità.

Altri interventi si susseguirono nei modi più svariati, l’abbattimento di muri pericolanti e di molti camini che incombevano il crollo sugli stessi tetti. La demolizione di una parte della scala, nella Regia Scuola Tecnica “Luca Pacioli” di San Sepolcro.

Nel paese di Celle, frazione di Città di Castello, si dovette abbattere il campanile, previo smontaggio e trasporto in basso delle tre campane.

La squadra di San Sepolcro si adoperò a mezzo del camion pesante condotto dal Brigadiere Dottori Edoardo, per la distribuzione di viveri ed indumenti, in almeno 15 centri percorrendo oltre 400 Km.

Il giorno 14 dello stesso mese di maggio venne riordinato il materiale, tutto il personale lasciava le zone colpite dal sisma per raggiungere la stazione ferroviaria di Arezzo, essendo sicuri di aver compiuto ogni sorta di messa in sicurezza e senza tralasciare nulla e nessuno che ancora poteva avere il bisogno ed il soccorso dei Vigili di Roma.

Il mattino successivo le squadre, gli automezzi e le attrezzature, seguivano in treno il viaggio giungendo nella capitale alle ore 18:00.

Nei giorni a seguire, riprese le normali attività di comando, in via Genova il Sottocomandante Ing. Venuti segnalava con il vivo compiacimento al comandante del Corpo l’encomiabile contegno tenuto da tutti i graduati e vigili delle due squadre durante la permanenza nei luoghi colpiti dal terremoto, e sentì di dover segnalare: i brigadieri Testa Macario e Belli Pietro, il vigile sottocapo Di Nardo Federico, i vigili Clementi Carlo, Tavani Angelo, Taveri Giulio  e Binaretti Pilade, distintisi in modo particolare in specialità e qualità nell’esecuzione di alcune delicate e difficili operazioni.

 

Da una relazione riassuntiva del Sottocomandante Ing. Venuto Venuti – Roma, 20 maggio 1917

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I Vigili del Fuoco e l’invasione di Malta. Breve storia del Btg. Speciale "Santa Barbara"

 

di Alessandro Mella

“E’ una giornata assolata dell’autunno del 1942, un ragazzetto in pantaloni corti giocando nei prati che circondano la zona delle Capannelle a Roma, scorge per una stradetta polverosa un gruppo di uomini che marciano armati tenendo il passo e con in testa un basco. Il giovanotto è incuriosito e cerca di vederli bene, si avvicina quatto quatto tra il fieno, fatica a crederci ma sono proprio Vigili del Fuoco!”

Una scena del gente probabilmente si sarebbe potuta verificare veramente nei giorni in cui nella capitale erano accampati i pompieri che avrebbero dovuto partecipare alle operazioni militari a Malta. Questo volume senza presunzione cerca di raccontare quel poco che in questi anni è stato possibile scoprire su questo reparto affascinante e misterioso. In più di duecento pagine (224) vengono illustrate le fasi dell’invasione dell’isola secondo i piani delle forze armate, la creazione e mobilitazione del battaglione di Vigili del Fuoco, la sua storia ed evoluzione, le caratteristiche dell’obbiettivo dell’azione, le uniformi e tenute del personale coinvolto, l’opera di soccorso durante i bombardamenti ed una gran quantità di notizie e curiosità. L’opera inedita si arricchisce di moltissime immagini spesso inedite e mai pubblicate prima. Una pagina di storia del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco viene quindi raccontata per la prima volta in un opera dedicata, frutto di anni di lavoro e raccolta di notizie e novità. Un piccolo passo avanti ottenuto grazie al contributo prezioso di molti amici e colleghi che l’autore ringrazia di cuore. Lo stesso ha scelto di non percepire denaro dalla vendita del volume ma avere come compenso alcune copie gratuite del testo per le persone care. Se avete modo di diffonderne la notizia e farlo conoscere a colleghi ed appassionati vi saremo grati anche inoltrando questa mail.

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