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GIUSEPPE ORIGO – 1809

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MARCHESE GIUSEPPE ORIGO

Primo Comandante dei Vigili del Fuoco di Roma

di Enrico Branchesi e Claudio GioacchiniM. Giuseppe Origo 1

Le origini della famiglia Origo partono dalla città di Trevi nell’Umbria, la nobile Casata si trasferì a Roma verso la fine del XV secolo, insediandosi stabilmente nel rione Sant’Eustachio, dove ancor oggi esiste il loro settecentesco palazzo con ingresso in via di Torre Argentina.
Figlio di Vincenzo Origo e di Cristina Conti, Giuseppe nacque a Roma il 24 marzo 1782, compì i suoi studi presso il Collegio Romano, si appassionò nei rami della chimica, della fisica e meccanica, in seguito ne fece la sua attività.
Fu la Consulta Straordinaria per gli Stati Romani che, con decreto del 19 agosto 1809 istituì il Corpo dei Pompieri, passarono pochi mesi e Origo ebbe ufficialmente l’incarico di organizzarlo. Lo curò in modo esemplare con quotidiana dedizione, ormai noto studioso nel campo della fisica, tra l’altro socio dell’Accademia dei Lincei, poté adeguare alle necessità i progressi tecnici atti a migliorare il funzionamento del nuovo Corpo dei Pompieri romani che guidò per ben ventitré anni.
Nel 1829, dopo alcuni studi insieme al noto fisico, professor Aldini, idearono e provarono delle tute con copricapo in amianto, su delle persone, facendole passare tra muri di fiamme, uscendone completamente indenni, visto il risultato dotò subito i suoi uomini di tali attrezzature, ne diede pubblica dimostrazione nell’anfiteatro Corea.
Nel corso degli anni continuò a dare prova di efficienza ed una esemplare organizzazione al Corpo dei Vigili.
Durante l’occupazione napoleonica di Roma il marchese Origo vestì anche funzioni pubbliche, si avvalse il merito di “aggiunto al maire di Roma incaricato della pubblica istruzione”.
Dal 1816 fù nominato presidente del rione Sant’Eustachio, con l’incarico di capo del locale ufficio di polizia.
Il 27 novembre del 1826 il Cardinale Segretario di Stato conferì al Tenente Giuseppe Origo il grado onorario di Colonnello, seguito da innumerevoli elogi per lo zelo e la somma intelligenza con cui portò i Vigili di Roma ad un aspetto altamente professionale.
Arrivò poco oltre l’età di cinquant’anni affaticato e in precarie condizioni di salute, il Comandante volle ritirarsi a vita privata intorno alla metà del 1833, in una sua casa di Tivoli, poté trovare il desiderato riposo solo per pochi mesi, purtroppo cessava la sua esistenza la mattina del primo dicembre dello stesso anno.
Prima di lasciare il servizio da Comandante e i suoi Vigili, si preoccupò di garantire la direzione del Corpo di Roma al futuro successore Don Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta, con nomina dal 31 agosto 1833.
Ad onorare e premiare la fervida attività sempre sollecitamente svolta in tanti campi dal Marchese Giuseppe Origo non mancarono certo riconoscimenti ufficiali da parte delle supreme autorità sia in patria che all’estero, venendo incluso da Pio VII tra i Camerieri segreti soprannumerari nel 1816, secondo una notizia riportata dal Diario di Roma n° 49 del 19 giugno, quindi ascritto nel 1824 dal Re di Francia Luigi XVIII tra i Cavalieri della Legion d’Onore ed insignito, infine, da Gregorio XVI nel 1832 della Commenda dell’Ordine di San Gregorio Magno, appena istituito.
La sua più grande soddisfazione fù l’opera svolta tra i Vigili romani in loro favore, tanto da disporre nel testamento di essere sepolto con lapide dove si esprimeva in special modo di aver istituito il Corpo dei Pompieri di Roma. La pietra sepolcrale ancor oggi visibile nella chiesa di San Pastore, sita nella omonima tenuta allora di sua proprietà estesa nel territorio di Gallicano.
Fu un uomo di fede religiosa, di sinceri sentimenti e di carità cristiana, Giuseppe Origo fu inoltre deputato di varie istituzioni pie, quale la Congregazione degli Operai della Divina Pietà, un sodalizio di laici che aveva come fine primario quello di provvedere al sostentamento delle povere famiglie.
La chiesa di San Gregorio a ponte quattro capi, fù ceduta alla Congregazione da Benedetto XIII nel 1727, Origo ne fù amministratore e a questa stessa lasciò per testamento tutti i suoi beni liberi da qualsiasi precedente vincolo in qualità di erede universale.
Con una lapide posta verticalmente alle pareti della chiesa stessa, viene così ricordato:

JOSEPHUS ORIGUS MARCHIO

ROMAE ORTUS VII KAL. APR. MDCCLXXXII

OSSA AD S. PASTORIS ADQUIESCUNT

DUX MILITUM QUI RESTINGUENDO SUNT IGNI

QUOS IN URBE PRIMUS INSTITUIT

EQUES LEGIONIS AB HONORE DICTAE

LUDORUM SAECULARIUM CURATOR

ALTER A PRAEF. URBIS AD REGIONEM EUSTACHIANAM

SODALITATEM A DIVINA PIETATE

CUJUS FUERAT EX DECURIONIBUS

BONARUM SUORUM SCRIPSIT HEREM

QUAE. SACRUM. QUOTANNIS. BENEMRENTI.DECREVIT

(Marchese Giuseppe Origo, nato a Roma il 16 marzo 1782, morì a Tivoli il 1 dicembre 1833.

Le spoglie riposano presso la chiesa del San Pastore. Capo dei Vigili (soldati che devono spegnere il fuoco) che per primo istituti a Roma.

Cavaliere della Legione d’Onore, responsabili dei ludi secolari nominato dal prefetto della città alla regione Eustachiana, lasciò i suoi averi alla Congregazione della divina Pietà la quale fissò annualmente un rito religioso in onore del meritevole Marchese.

 

Arch. Capitolino

March. Origo-Del RE

L’olio su tela del Marchese Origo fa parte della  collezione della Congregazione della Divina Pietà.

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Terremoto di Aiello Calabro – 1905

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Terremoto ad Aiello Calabro

Il soccorso dei Vigili di Roma

Tutto successe nella notte tra il sette e l’otto settembre del 1905.
Erano quasi le tre, quando il sonno più profondo immerge nel totale rilassamento,
alle 2.40 una fortissima scossa tellurica, con intensità crescente, colpì il paese di Aiello in modo distruttivo. Il sisma fu avvertito a chilometri di distanza e moltissimi altri paesi della Calabria furon
o investiti dall’onda dello sciame sismico.
Questo terremoto provocò 557 morti e solo ad Aiello furono ventitré. Molte delle case isolate nella campagna crollarono, la popolazione del paese rimase senza tetto e senza nulla da mangiare, la povera gente colpita da quella tragedia ebbe il timore di affrontare il vicino inverno senza un adeguato riparo potendo solo sperare nella pietà collettiva degli Italiani.
La preghiera fu accolta intimamente nel cuore della popolazione, immediato fu l’intervento del Genio e del Regio Esercito, delle regie autorità governative e locali nonché di associazioni varie che donarono offerte in denaro ed aiuti materiali anche in supporto all’attività di soccorso e ricerca delle persone rimaste sotto le macerie e d’assistenza ai molti feriti.
Dopo aver dato sepoltura ai morti e portati i feriti in luogo sicuro occorse l’opera di corpi tecnici per demolire quei fabbricati pericolanti o consolidarne altri e costruire dei ricoveri di fortuna per i superstiti.
L’Ispettore Generale del Ministero dell’Interno, Commendator Brunialti, comprese il dramma della tragedia e, conoscendo le speciali capacità dei Vigili di Roma in particolar modo nell’uso della scala romana, pensò all’opportunità di richiedere una squadra per inviarla sul luogo colpito dal sisma.45b
L’invito fu comunicato al personale del corpo di via Genova ed accolto con entusiasmo dal Comandante al più giovane dei vigili. Tutti si sarebbero recati in aiuto immediatamente.
La squadra fu formata da venti uomini al comando dell’ufficiale ingegner Venuto Venuti.
Il Comandante, Ing. Cav. Giuseppe Fucci, formò la spedizione con i vigili più esperti nel settore e la corredò con il più svariato materiale per permettere, non appena giunta sul posto, di iniziare subito qualunque genere di lavoro.
La squadra venne salutata dalle autorità municipali alla partenza in treno dalla stazione Termini alle ore 8:00 del tredici novembre.
Il viaggio fino alla stazione calabra di Amantea si svolse sotto l’imperversare di un’insistente pioggia alternata a grandine e si raggiunse Aiello dopo una marcia di ventisette chilometri alle ore 17:00 del giorno quattordici. Tanto il personale era provato che parve aver bisogno a sua volta di soccorso.
I vigili furono ricevuti dal Sindaco che li invitò nella baracca che avrebbe servito loro da dimora per il periodo di permanenza, inoltre fu offerto un abbondante ristoro e
modo d’asciugarsi dagli indumenti fradici dalla pioggia. I vigili subito approfittarono dell’ospitalità per un breve riposo che permise di superare il ricordo del viaggio poco clemente.46b
Sistemato l’alloggio e messo in ordine il magazzino degli attrezzi, i soccorritori romani iniziarono subito a darsi da fare, ovviamente i lavori da svolgere si presentarono di varia natura, l’ingegner Venuto Venuti insieme ai colleghi del Genio Civile ispezionò il paese per calcolare la gravità dei danni, in relazione alle urgenze, divise la squadra in tre parti; la più numerosa la adibì alle demolizioni, l’altra la riservò ai lavori più delicati e con maggior rischio e destinò la terza ai puntellamenti.
L’opera di demolizione più importante si svolse sul palazzo Belmonte, dove si palesò l’utilità della scala romana, l’Ing. Venuti dispose il montaggio della scala nel modo detto in briglia e, vista la pericolosità del lavoro da svolgere, prese ogni tipo di accorgimento per la sicurezza dei vigili che vi operavano.
Montate le scale si ebbe il lato scenico della situazione che impressionò talmente tanto i paesani intenti a vedere il lavoro dei pompieri che questi vennero soprannominati “Diavoli”.
Intanto le altre due squadre operarono incessantemente per soddisfare ogni richiesta dei cittadini.
Questo primo periodo di intenso lavoro servi a coronare l’opera dei Vigili di Roma con una fiducia assoluta da parte della popolazione. L’eco di questa simpatia si manifestava con telegrammi del Sindaco di Aiello a quello di Roma.
Il primo dicembre l’49bing. Venuto Venuti terminò il primo turno e lasciò il servizio all’ufficiale ing. Giacomo Olivieri. Questi fu accolto in maniera festosa e venne portato ad apprezzare l’opera efficace svolta dal suo collega rientrato a Roma in modo di poter continuare sulla stessa linea.
Ad Olivieri rimase il compito del consolidamento degli edifici, un lavoro all’apparenza con minori rischi ma non privo di difficoltà, i puntellamenti sempre all’ordine del giorno nonchè la sistemazione e ricostruzione dei tetti delle abitazioni e del Palazzo Municipale.
Per il gruppo dei vigili romani si avvicinò quindi il momento del ritorno e la popolazione capì al punto che sui suoi volti il dispiacere di questo allontanamento si fece vivo. L’ing. Olivieri lasciò parte del materiale che più poteva essere adatto al proseguimento del lavoro di incatenamento compresa un’alzata di scala romana per due operai aiellesi precedentemente istruiti all’uso.
Le autorità e i cittadini di Aiello salutarono commossi la squadra dei vigili romani che la mattina del ventuno dicembre intrapresero la marcia del ritorno verso la stazione di Amantea, ad attenderli il Sindaco per esprimergli parole di ringraziamento.
A Napoli la squadra incontrò il Comandante dei vigili partenopei che volle esprimere gli elogi a nome di tutto il corpo napoletano.
Arrivarono alla stazione di Roma alle ore quindici del ventitré dicembre accolti dalla soddisfazione dell’Assessore comunale e dagli applausi dei familiari che erano lì ad attenderli.
La professionalità dei Vigili di Roma e la loro abilità nell’uso della scala romana divenne nota in tutta la nazione, questa specializzazione venne successivamente richiesta da altri corpi in molteplici occasioni, meritando ogni volta elogi e infiniti ringraziamenti.

 

Statistica dei servizi prestati dal corpo di Roma nell’anno 1905                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

                                                                                           Gruppo Storico VVFRoma.

 

 

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Il terremoto del Vulture – 1930

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Il terremoto del Vulture
I soccorsi dei vigili di Roma

   

Alfredo Cecchini
Il vigile Alfredo Cecchini ritratto tra le macerie Villanova del Battista.
Attestato di pubblica benemerenza per il vigile Ascenzo Baccarini, per le azioni pericolose svolte nei comuni di Villanova del Battista e Lacedonia.

Alle ore 1.10 del 23 luglio 1930 due forti scosse telluriche, una sussultoria e l’altra ondulatoria, della durata complessiva di circa quarantotto secondi, si abbatté nel Sud d’Italia colpendo in particolar modo l’Irpinia ed il Vulture.
La violenza del sisma fece subito saltare le linee telefoniche e telegrafiche, mentre anche il servizio di illuminazione subì numerose interruzioni. Gravissime le conseguenze per le abitazioni e per la popolazione: nella sola provincia di Avellino, infatti, la più colpita fra tutte, sedici comuni subirono pesanti lesioni, mentre le vittime accertate risultarono mille cinquantadue. Drammatica la situazione nella provincia di Potenza con più di nove comuni lesionati e oltre duecento vittime. Danni e morti furono riscontrati anche nelle province di Foggia, e Benevento.
Particolarmente tragiche furono poi le conseguenze in campagna; Infatti, molti casolari, per resistere ai cambiamenti climatici, erano coperti da tetti pesantissimi, costruiti con materiale calcareo che crollando schiacciarono, senza possibilità di essere estratti vivi, i loro occupanti. È proprio nelle molteplici case campestri sparse nella zona colpita dal sisma che la maggior parte delle persone perse la vita.
Il bilancio conclusivo del disastro diventò pesantissimo: le vittime complessive furono oltre millequattrocento quattro, mentre il numero dei feriti superò i diecimila. Questo terremoto prese il nome dal monte Vulture, trovandosi proprio nel mezzo della corona interessata, infatti, alle sue pendici si contarono i danni più ingenti.
Il Governarato di Roma formò una squadra di Pompieri da poter inviare sul luogo del disastro, composta da un Ufficiale; l’ing. Osvaldo Piermarini, sei graduati di cui il capo reparto Ferruccio Reibaldi, il macchinista di I classe Umberto Cardoni, ed i capi squadra Ascenzo Baccarini, Pilade Binaldi, Carlo Clementi, Natale Torri e quindici vigili; Antonio Clabassi, Alfredo Cecchini, Romolo Cicchetti, Domenico Ferri, Fernando Flori, Egidio Frascarelli, Pasquale Morino, Pietro Mollichella, Antonio Negrini, Sebastiano Pacetti, Federico Palmocci, Augusto Pucci, Luigi Saini, Attilio Taccoli, Enrico Venanzini. Con loro portarono un camion con attrezzatura varia, un carro con motopompa e una vettura fiat 501. La colonna partì alla volta di Avellino con un treno speciale la sera del 24 luglio, carrozze e vagoni furono preparate per i soccorsi, con la squadra e gli automezzi prese posto anche il Governatore di Roma Francesco Ludovisi Boncompagni, che acco
mpagnò i soccorritori dell’Urbe su una tragedia epocale. Arrivò il giorno dopo sul luogo del soccorso a loro assegnato, il paese di Villanova del Battista, subito il Governatore di Roma mise il nostro ufficiale in stretta collaborazione con il colonnello Bracciaferri del I° reggimento bersaglieri, all’istante iniziarono il lavoro di soccorso con sei squadre di pompieri, lavoro di speranza nel poter ancora salvare qualche vita umana, purtroppo nessun lamento o invocazione di aiuto si udivano dalle macerie. L’opera di soccorso veniva perciò rivolta al recupero pietoso e rapido, vista la stagione molto calda, delle vittime sotto le macerie. Nei giorni precedenti una compagnia di avieri insieme al reggimento dei bersaglieri estraevano circa un centinaio di cadaveri che si andarono a sommare ai quarantatré estratti dai pompieri di Roma.
A Villanova, il giorno ventinove non vi era più nessuna vittima insepolta, le operazioni di ricerca e del recupero delle salme erano state condotte con grande celerità dai vigili romani, superando con grande abnegazione e costanti pericoli, tanto da meritarsi alti elogi da S.E. Leoni sottosegretario ai lavori pubblici, S.E. Baistrocchi comandante della divisione di Napoli, dall’On. Di Marzio e dal colonnello comandante della zona.
Il lavoro per i pompieri non terminava con il recupero dei morti, ma si estendeva sulle vaste operazioni di demolizione di muri pericolanti, al puntellamento delle poche case ancora agibili, al recupero di masserizie, animali e bestiame della popolazione che ormai non le rimaneva altro.
Durante la permanenza a Villanova, come a Lacedonia, i vigili con il loro comandante Piermarini pernottarono nelle tende, consumavano il rancio dei sodati ed osservavano il seguente orario di lavoro: 5.30 – 11.30, 15.00 – 19.30, orario che permise di ottenere un grande rendimento in pochi giorni. Tutti i vigili si comportarono in modo ammirevole, alcuni si distinsero particolarmente dimostrando capacità e coraggio come il sottocapo squadra Natale Torri, nel tentativo di recuperare viveri e biancheria, rimase ferito in un ulteriore crollo per un cedimento della pavimentazione, ricordiamo ancora Ascenzo Baccarini, Carlo Clementi, Alfredo Cecchini, Egidio Frascarelli, Pasquale Morino e Sebastiano Pacetti, furono coloro che si prodigarono in modo esemplare per sprezzo del pericolo e sicure capacità.
Il 30 luglio, la grande squadra romana era pronta per il rientro nella Capitale, prima di partire telegrafarono a S.E. Leoni comunicando il loro rientro, invece di acconsentire il politico li dirottò a Lacedonia per dare il cambio ai pompieri di Milano, li c’era ancora da recuperare gli effetti personali della povera gente ed un importante e pericolosa demolizione da fare, quella della chiesa del Purgatorio, ci vollero due giorni di lavoro difficile ed intenso, ma un cedimento improvviso travolse i vigili Pacetti e Negrini ed il capo squadra Clementi, quest’ultimo riportò una frattura scoperta del perone sinistro, dopo le prime cure dei medici venne trasportato all’ospedale di Avellino. L’Ufficiale dei vigili di Roma Osvaldo Piermarini con l’ing. Giovannetti del Genio Civile fecero un’accurata ispezione per le vie del paese, constatando che non vi era nessuna operazione da compiere di carattere eccezionale, il lavoro dei pompieri ormai limitato volgeva al termine.
All’alba del 4 agosto 1930 il gruppo dei pompieri di Roma riprendeva la via del ritorno con piena soddisfazione per il dovere compiuto, sicuri del lavoro svolto. Arrivarono alla stazione termini nella serata intorno alle ore 21.00, ad attenderli in stazione vi era il Governatore di Roma, esprimendo la sua gratitudine e della cittadinanza per l’opera benefica compiuta.

GSVVFRoma

Enrico Branchesi e Claudio Gioacchini                                                                                                                                                                                                                                                             

    da un rapporto dell’Uff. Osvaldo Piermarini 1930

 

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Incendio della Basilica di San Paolo – 1823

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Basilica di San Paolo
Incendio del 15 luglio 1823

La basilica di San Paolo fu eretta nel 324 da Costantino il Grande, ubicata al di fuori delle mura Aureliane e a soli due chilometri da Porta San Paolo. Questo imponente edificio fu costruito sul podere di Lucina Matrona Romana, sopra il cimitero, dove venne sepolto San Paolo.
Nel 386 la basilica fu demolita, riedificata più ampia e dignitosa, per volere degli Imperatori Valentiniano, Arcadio e Teodosio; fu il Pontefice Onorio nel 423 a farla restaurare e in seguito altri Papi pensarono al suo abbellimento.
Nel corso dei decenni subì terremoti e incendi vari ma, senza particolari danni, rimase indenne fino al 1823, quando un incendio s’impadronì della basilica distruggendola quasi del tutto.
Non si poté certo attribuire la colpa ai monaci Cassinesi per la loro poca cura, poiché essi erano sempre pronti alla riparazione dei danni procurati dal tempo; fino al 1814 cercarono di portare ogni vantaggio per la cura del Santo luogo con le loro scarse risorse, pregando il Papa per un sostegno che servisse per gli innumerevoli restauri. Nel 1815 fu così  accordato un assegno perpetuo.
Un lavoro urgente era la realizzazione di una grande staffa in ferro con cui sostenere uno delle travi maestre della navata centrale, resa molto debole dal tempo; contemporaneamente sui tetti, per la sistemazione di canale e grondaie in rame, al fine di evitare infiltrazioni di acqua piovana, per una maggiore durata dello stesso, lavoravano dei muratori e stagnini.
Durante la notte del 15 luglio 1823, intorno alle ore quattro, cominciò a manifestarsi il primo focolaio; fu individuato da un buttero che si trovava nei prati attigui alla basilica intento al pascolo del bestiame; immediatamente egli corse ad avvisare gli occupanti della chiesa ed insieme cominciarono a sgomberare suppellettili e gli oggetti più preziosi, portandoli in un luogo sicuro e principalmente con affanno corsero a suonare le campane a martello per segnalare l’incendio. I padri Cassinesi, che in estate risiedevano nel monastero di San Callisto, avvertiti della disgrazia, corsero alla basilica arrivando verso le nove della mattina, trovandola ormai in preda alle fiamme.
Il fattore della basilica entrò nel tempio, dove la facciata ed il portico sembravano salvi e vide due travi interamente avvolte dal fuoco; nel giro di due ore le fiamme erano arrivate all’arco restaurato da Galla Placidia; finalmente, in quel momento giunsero i pompieri romani, ancora poco ed altre tre travi si sarebbero incendiate. Guidati dal comandante Giuseppe Origo e dal capitano Bellotti, la colonna dei soccorsi partì dalla sede di piazza Sant’Ignazio con tre carri con cavalli; due di essi trasportavano le pompe da incendio mentre il terzo fu pesantemente caricato con diversi attrezzi adatti all’intervento. Sul luogo del disastro i pompieri trovarono i dragoni pontifici, che più di tanto non potevano fare per scagionare tale rovina. Il signor Battisti, fattore del complesso religioso, andò incontro ai pompieri facendogli vedere i punti dove il fuoco era ancora pericolosamente attivo, con la possibilità di propagarsi; essi entrarono dalla cucina e man mano salirono verso il tetto dove tagliarono la continuità delle fiamme; così facendo, la sagrestia ed il monastero dei padri Cassinesi furono risparmiati dalle fiamme del rogo provocato dalla negligenza di uno stagnino che, dopo aver sistemato le grondaie del tetto della navata centrale, dimenticò acceso il fuoco che aveva usato per il proprio lavoro.

 

Incendio della Basilica di San Paolo (Ascanio di Brazzà)

A chi visse quell’esperienza parve di vedere il Vesuvio in eruzione; le fiamme prepotenti, visibili da lunga distanza si allungavano verso il cielo oscuro della notte, facendo intuire l’entità dell’immensa disgrazia.
Nessuno osava inoltrarsi nel Sacro tempio poiché enormi massi e smisurate travi già crollate ed altre pericolanti,  incutevano terrore per la minaccia di un imminente collasso.
La porta principale che fu donata dal Console romano Pantaleone di Amalfi e fatta arrivare da Costantinopoli, composta di robusto e massiccio legno ricoperto in fusione con bronzo e argento, fu danneggiata nell’incendio; i preziosi metalli che la adornavano fusero completamente facendo rimanere a nudo l’interno di legno (una parte è ora conservata nel chiostro del Santuario); della navata centrale della basilica, che con le sue quaranta colonne offriva all’occhio di chi entrava una magnifica veduta, dopo questa rovinosa disgrazia non rimaneva che cumuli di materiali in frantumi, colmando la vista di tristezza.
Qua e là qualche pezzo di muro rimase ancora in piedi e gli archi anneriti mostravano i segni della sofferenza. I pompieri che provvedevano allo spegnimento di piccoli focolai ancora attivi, muovendosi tra la confusione di calcinacci, capitelli ridotti in frantumi, colonne sdraiate per terra, candelabri anneriti e distorti, sacre immagini rese irriconoscibili, dipinti completamente bruciati, rimasero sconcertati da tanta violenza e rattristati da tanta desolazione. (1)

MATANIAINCENDIOBASILICADISANPAOLO1889 x articolo
Incendio e rovine della Basilica di San Paolo (Matania-1889)
Rovine della Basilica di San Paolo (Luigi Rossini 1790-1857)

Tuttavia non possiamo fare a meno di dire che in tale circostanza si distinse in particolar modo il Marchese Origo, comandante dei pompieri di Roma, il quale non risparmiò impegno e fatica al fine di riuscire nel desiderato intento.
Nel 1887, durante la ricostruzione della basilica, una compagnia di vigili comandata dal Cav. Vincenzo Gigli, ebbe l’incarico di innalzare le colonne della navata centrale; essi con una ben organizzata manovra che durò pochi minuti eressero la prima colonna, facendo rimanere meravigliati coloro che erano accorsi ad assistere tale ardito lavoro.
Il benemerito corpo che accorse sempre volenteroso tra fiamme e inondazioni, contribuì anche, con la sua opera, alla ricostruzione e alla decorazione dei più insigni monumenti della nostra città.
(2)

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Per il GSVVFRoma
Enrico Branchesi – Claudio Gioacchini

(1) S. Paolo di Roma, – G. Marocchi 1823

(2) Benfenati, 1895

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Bernardo De Fabritiis – 1911

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BERNARDO DE FABRITIIS

 

Roma, 12 luglio 1911

 

                                                 Bernardo De Fabritiis 1911 x sito                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                In via Appia Nuova, all’altezza dei vecchi depositi dei tram sorgevano molti magazzini adibiti a depositi di foraggi per il servizio dell’esercito, nelle adiacenze altri magazzini stoccavano mobili. ferro, nonché fieno e paglia, e ancora stalle con dozzine di cavalli, rimesse con vetture e tante altre cose.
Una mattina, prima dell’alba, due donne mentre attraversavano la strada videro uscire del fumo da uno dei capannoni, cominciarono a gridare, al fuoco … al fuoco … fu il caos, molta gente ancora assonnata uscì all’aperto da ogni punto, correndo e gridando senza meta e soprattutto senza sapere cosa fare, intanto davanti al magazzino della ditta Casale, luogo da dove usciva il fumo, si radunò una folla di curiosi intenti a notare i progressi del fuoco.
In brevissimo tempo sopraggiunsero i vigili del fuoco provenienti da via Genova, prontamente avvertiti da uno dei curiosi che non si era fatto prendere dal panico e, sotto il comando dell’allora tenente Venuto Venuti, (dal 1930 divenne il comandante del corpo di Roma) arrivarono con una autopompa, una pompa a vapore, e attrezzi vari.
Iniziarono a rovesciare acqua sull’incendio quando il tetto era ormai precipitato, senza tralasciare gli stabili adiacenti, facile preda del fuoco.
Il capitano De Magistris, che aveva sostituito l’ing. Venuti, avvertì il personale che un muro stava per collassare e ordinò ai vigili di allontanarsi.
Un operaio si convinse di notare che un’altro fienile, posto alle spalle di quello incendiato andasse a fuoco, corse a comunicarlo al brigadiere Pagani che, con i vigili De Fabritiis, Canedella e Tisei accorsero nel punto sospetto, per far prima passarono vicino al muro pericolante, quello che il capitano si era raccomandato di starne lontano, constatarono che non vi era nessun altro incendio, era solo del fumo che il vento aveva trascinato dall’altra parte.
Il muro che minacciava di cadere era lato quindici metri e lungo quattordici, in quel momento si piegò su un lato e cadde sulla tettoia di un’altro fienile al primo piano, sotto l’urto violento sprofondò il pavimento e distrusse ciò che vi era al pian terreno, parte delle macerie di rimbalzo caddero in un cortile e ferirono il vigile Tisei, mentre una porzione pesante del muro colpì De Fabritiis, fu investito in pieno, i compagni lo soccorsero immediatamente e lo trasportarono all’ospedale San Giovanni, poco distante dal luogo della disgrazia.
I professori che lo visitarono riscontrarono la frattura del bacino e della gamba destra, una lacerazione della vescica, ferite in varie parti del corpo e una gravissima commozione cerebrale.
I medici rimasero impotenti, lo dichiararono in imminente fin di vita.
Dopo un’atroce agonia il povero vigile mise fine alle sue angosce.
Bernardo De Fabritiis, abruzzese, poco più che quarantenne lasciava moglie e due piccoli bambini.
La salma fu collocata in una camera improvvisata a cappella ardente, furono deposti fiori e tanti ceri accesi, e un drappello di vigili rimase come guardia d’onore.
Molte furono le visite per il vigile sfortunato, dall’assessore comunale, ufficiali, graduati e vigili del benemerito corpo di Roma, tutti andarono a portare un omaggio di ringraziamento al defunto collega.
I funerali si svolsero in forma solenne, la salma fu rivestita dai compagni con l’uniforme da parata, e rinchiusa in una doppia cassa di legno e zinco.
Il corteo cominciò a formasi alle nove e trenta di mattina sulla piazza di San Giovanni, era una giornata grigia con una pioggerella incessante.
Il corteo funebre era preceduto da un plotone di guardie municipali, un drappello di carabinieri, due drappelli di pubblica sicurezza, un plotone di vigili e la banda comunale.
Sul carro che trasportava la salma era ricolmo di corone e fiori, sulla cassa furono posti la divisa e l’elmo del defunto, ai lati del carro un drappello di vigili in divisa di rappresentanza come guardia d’onore.
Immediatamente seguivano il carro, i più stretti familiari, venivano poi le più alte personalità, come il sindaco di Roma Nathan, comandanti di ogni corpo e comandanti dei vigili del fuoco giunti da ogni città d’Italia, Napoli, Venezia, Teramo, Marino, Civitavecchia ecc., come pure ex vigili, il Principe Don Prospero Colonna che fu il primo assessore dei vigili.
La lunga colonna del corteo percorse via Merulana, Santa Maria Maggiore, piazza Vittorio, via Cavour, per fermarsi in piazza dei Cinquecento, dove il sindaco Nathan volle dare l’estremo saluto alla memoria del valoroso, appartenente ad un corpo dal nobilissimo compito di proteggere la cittadinanza da tristi evenienze, subito dopo intervenne l’ing. Fucci, comandante dei vigili di Roma, con un lungo discorso espresse il più caloroso cordoglio.
Il corteo ufficiale si sciolse, il carro con il feretro seguito da molti colleghi e familiari, proseguì per il cimitero del Verano, dove fu tumulato nella tomba dei vigili, del “Pincetto”.
(1)

(1) Coraggio e Previdenza 1911
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     GSVVFRoma                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Enrico Branchesi-Claudio Gioacchini

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Angelo Luswergh 1793-1858

di Enrico Branchesi e Claudio Gioacchini

Famiglia con origini bavaresi, Angelo Luswergh nacque a Roma nel 1793, dove impiantò uno stabilimento fotografico, in via del teatro Valle, che gestiva insieme al figlio Giacomo.

Angelo all’età di 19 anni entrò a far parte della grande armata napoleonica, partecipando alla campagna di Russia del 1812-1813; reduce di guerra venne decorato con la medaglia di Sainte Hélène, riconoscimento per aver fatto parte dell’esercito di Napoleone.

Si arruolò quindi nei Pompieri pontifici, arrivando fino al grado di tenente; qui si distinse per le sue spiccate capacità come quella di “macchinista” ovvero costruttore di strumenti scientifici, attività che svolse anche per l’Accademia dei Lincei e l’Università della Sapienza. Per conto dell’Osservatorio del Campidoglio costruì un macchina parallattica; lo stesso Pio IX rimase ammirato da tale magnificenza e innovazione.

Il 26 luglio 1829 il Comandante del corpo Pompieri di Roma, Giuseppe Origo, volle dare dimostrazione della resistenza al fuoco di abiti incombustibili, risultato di una ricerca da lui effettuata. I protagonisti della prova furono proprio Angelo Luswergh ed il vigile Domenico Marcelli che, indossando tali abiti,  riuscirono a passare più di dieci volte, per la durata di oltre quindici minuti, attraverso un corridoio incendiato alto due metri, appositamente costruito con materiali ignifughi; l’evento si svolse nella cornice dell’Anfiteatro Corea (così veniva chiamato all’epoca l’antico Mausoleo di Augusto).

Nel 1839 si ha notizia di elogi rivolti al tenente dei Pompieri per la costruzione di macchine idrauliche di notevole fattura particolarmente adatte agli incendi ed altri lavori del genere.

1) Pompa idraulica dell’epoca firmata da Giacomo Luswergh, figlio di Angelo. – 2) La stessa pompa in perfette condizioni arrivata fino ai nostri giorni. – 3) Placca stampata con la firma del costruttore.

Angelo Luswergh morì a Roma nel 1858 e le sue ceneri riposano nel cimitero monumentale della Capitale, nella antica area riservata ai vigili del fuoco di Roma ” il Pincetto”

Da i quaderni del gruppo storico dei romanisti

Niccolò Del Re – 2004

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La colonna dell’Immacolata – 1856

LA COLONNA DELL’IMMACOLATA

Immacolata, 1856b copia

 

Alla ben nota destrezza ed abilità dei vigili romani, con a capo Don Michelangelo Caetani, fecero ricorso, nel 1856, le autorità pontificie per un incarico che esulava completamente dalla loro ordinaria attività professionale. Si trattava di un opera ardimentosa: innalzare in piazza di Spagna un’alta colonna in marmo, monumento voluto da Pio IX a ricordo dell’Immacolato concepimento di Maria Vergine, proclamato in Vaticano dalla stessa Santità l’8 dicembre 1854.
L’intero corpo dei vigili fu mobilitato per procedere nell’ardua operazione ed il 18 dicembre 1856, in soli trenta minuti, la colonna marmorea venne posizionata in verticale nel suo perenne basamento. Lo straordinario lavoro, sotto la direzione artistica dell’Architetto Cavalier Paoletti, fu possibile grazie all’impiego di una speciale macchin1957 (2)a ideata e costruita dal pompiere Gioacchino Machi con la collaborazione dei suoi colleghi. Vista la bravura dimostrata dagli uomini del corpo venne loro riservato l’onore di collocare in cima alla maestosa colonna la bellissima statua bronzea dell’Immacolata, opera dello scultore modenese Giuseppe Obici, il 5 agosto 1857.
Il Comandante Caetani, al termine del prodigioso lavoro che i suoi vigili avevano svolto, pensò di ricordare l’evento e gratificarli con una medaglia che ricordasse l’impresa.
Rivoltosi al facente funzioni, Senatore di Roma Don Vincenzo Colonna, il comandante propose di dare un riconoscimento a quei pompieri, questi, desideroso di premiare le lodevoli gesta, commissionò una medaglia d’argento per tutti coloro che avevano collaborato volontariamente e gratuitamente all’innalzamento della Colonna in onore dell’Immacolata Concezione. Giunse perfino a far pressione affinché il Ministro dell’Interno decretasse che detti vigili potessero indossarla sulle proprie uniformi.
In occasione dei festeggiamenti mariani dell’8 dicembre la gente prese a raccogliersi attorno al monumento di piazza di Spagna e la folla dei fedeli andò intensificandosi sempre più fino ad assumere, nel 1948-49, le proporzioni di oggi. Il Vicariato di Roma e la Pontificia Accademia dell’Immacolata incaricarono allora il Comando dei Vigili del Fuoco di valutare se fosse stato possibile deporre dei fiori direttamente presso la statua della Madonna posta in cima alla colonna.
I Vigili del Fuoco, che tanta parte e tanto merito avevano avuto nella storia di questo significativo monumento, risposero con entusiasmo a tale proposta e da allora, 8 dicembre 1949 (da questa data in modo continuativo poiché, tuttavia, vi sono tracce di occasioni similari nel passato e di deposizioni antecedenti il secondo conflitto mondiale), rinnovano annualmente la scalata di trenta metri per deporre tra le braccia dell’Immacolata l’omaggio floreale.

                                                                               Enrico Branchesi – GruppoStoricoVVFRoma

       

(N. Del Re M. Origo – 55)

(Arch. Capitolino)

 

                        1999 2                                                                     DSC_2580b copiaDSC_2550b copia

 

Nota integrativa:

Sul volume di Franco Bartolotti “Medaglie e Decorazioni di Pio IX 1848-1878”  all’anno XII al numero 15 viene riportata una medaglia, non illustrata, così  descritta:

D/ PIUS IX PONT MAX AN SACRI PRINCIPAT XII Sotto: B. ZACCAGNINI F. Busto a  destra con triregno e piviale
R/ OB ERECT COLUM CONC IMM B.M. V DIC Sotto: B. ZACCAGNINI F. Statua  dell’Immacolata Concezione.
Diametro di 26,3 mm
Il libro di Bartolotti la riporta in bronzo e la descrive come una  Emissione del Ministero del Commercio a ricordo della erezione del  monumento.
Viene segnalata come presente nel museo della Zecca di Roma.
Per coloro che non hano studiato latino segnalo che OB significa PER…  quindi la legenda del retro è da leggere come “Per l’erezione della  colonna…”
 (Si ringrazia A. Brambilla – A.Mella – L. Castiello)

 

 

 

 

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Pietro Jonni 1848-1902

PIETRO JONNI

Il Capitano

Jonni 2bChiunque fosse passato per la caserma dei Vigili del Fuoco in via Genova, attraversando l’autorimessa e guardando il muro a mezza altezza dalla parte destra, avrà notato, incastonata, una targa in bronzo lunga circa un metro ed alta sessanta cm.. Si tratta di un bassorilievo che ricorda Pietro Jonni, sulla lastra bronzea appare la sua figura e la raffigurazione del principio d’incendio sviluppatosi nei magazzini dell’Unione Militare in via Cavour presso cui egli accorse poche ore prima della sua morte.
Nel centro della lapide in suo ricordo si legge – a Pietro Jonni Onore del Corpo dei Vigili 1848 – 1902, datata in piccolo 21 aprile 1904, riferimento al ricorrente Natale di Roma e della sua inaugurazione.
Chi di noi pompieri almeno una volta non è passato di lì? 
Sicuramente molti non ci avranno nemmeno fatto caso, oppure si saranno detti? chi era stò Pietro Jonni?
In questo articolo cercheremo di redarre una sua breve biografia. Una storia per noi importantissima poichè lo stendere delle pagine sull’onorato concittadino è un vero piacere ed altrettanto presentarlo a chi non lo conosce.
Egli nacque in piena estate, il 26 luglio 1831, da Raffaele e Rosa Ferrari, genitori modello che vivevano nell’onestà e nel rispetto di chiunque li conoscesse.
Pietro rimase orfano del padre all’età di 29 anni e si trovò nella difficile posizione di dover provvedere a se stesso ed alla famiglia. Durante l’età scolastica fece tesoro dello studio e di materie artistiche successivamente si applicò nell’arte muraria nell’intento di proseguire le orme del genitore defunto.
Il lavoro non gli mancava di certo ma la sua dedizione allo studio del disegno lo portava a frequentare le scuole serali con tanta passione che il prof. Stramazzi vantava molto di avere un giovane dalle più accese speranze.
Ben presto, visto i rapidissimi progressi, acquistò un’importante reputazione ed appoggiandosi al suo talento artistico indirizzò le sue attenzioni alla costruzione di fabbriche.
Nel 1847 venne ammesso al Corpo dei Vigili come soprannumero, con ripetuti solleciti passò in qualità di effettivo, nel 1866 gli venne concessa la promozione con il grado di caporale, accompagnata dal conferimento della medaglia al valor civile per l’opera di prontezza e sacrificio di se stesso nel luttuoso crollo di un appartamento di via del Babbuino.
Già dal 1847 venne seguito dall’oscuro occhio della polizia papalina per il suo ardente amor di patria e si distinse tra i più valorosi patrioti romani durante la difesa di Roma del 1849.
Le guardie non tardarono a trarlo in arresto, rimase in carcere per circa due mesi, quindi venne rilasciato per insufficienza di prove. Nonostante l’esito del processo che lo scagionava persecuzioni e molestie d’ogni genere proseguirono in modo costante, divenne addirittura uno stretto sorvegliato politico e questo lo costringeva a ritirarsi in casa prima del buio, la libertà con maggiori movimenti gli veniva data solo quando doveva prestar soccorso nei più gravi casi d’incendio. Per porre fine a tali ed assidui contrasti con lo stato Pontificio, nel 1868, lasciò con rammarico la beneamata città per esiliarsi a Firenze e qui continuò l’azione patriottica sjonni pietroenza tralasciare l’arte del suo mestiere che gli consentiva un buon sostentamento. Raggiunse un’eccellente reputazione ed il suo lavoro venne particolarmente apprezzato.
Intanto in Italia si verificarono grandi cambiamenti ed il 20 settembre 1870 si compiva il più glorioso degli avvenimenti che si sia registrato nei secoli.
Finalmente nella città eterna si respirava l’aria della libertà e Roma divenne Capitale d’Italia.
Il nostro valoroso pompiere con la gioia nell’anima e l’ansia nel cuore corse vero la sua amata Roma e fece immediato ritorno nella città eterna.
Raggiunto il quartiere dei Vigili venne promosso al grado di Sottotenente, riallacciò i rapporti di lavoro con i vecchi clienti, ed essendo sempre stato un cittadino amato, stimato e considerato un artista non gli mancò il lavoro con cui garantirsi una vita dignitosa.
Quale Ufficiale del Corpo dei vigili, in breve tempo si meritò un’altra promozione e nel 1871 fu nominato Tenente. Nel 1872 Luogotenente e nel 1873 ebbe la nomina a Capitano con mansioni di Comandante della seconda compagnia.
Diventò l’idolo del Corpo dei Vigili, aver condotto al salvataggio di una donna mentre stava per essere avvolta dalle fiamme di un violento incendio, fu uno splendido esempio delle sue elevate virtù. Tanto che nel febbraio 1876 la città di Roma gli decretò un’altra medaglia al valor civile.
Jonni operò con l’arte della decorazione e nei solenni funerali del Pantheon per il Re d’Italia Vittorio Emanuele II e gli venne meritatamente conferita la decorazione di Cavaliere della Corona d’Italia.
Sposato già dal 1858 con la gentildonna Adelaide Dominicis, di onorata famiglia romana, fu padre di tre figli Oreste, Giuseppina e Clotilde.
In mezzo secolo di carriera il Cav. Jonni si trovò più volte esposto a seri pericoli e non sempre gli riuscì di rimanere illeso. Una ferita alla testa, per la caduta di un trave, ed un’altra al piede destro, che ricordava con orgoglio, dimostravano che era sempre presente dove più urgeva il soccorso.
Ci piace ricordarlo come esempio per tutti i “Pompieri” e come cittadino dall’alta educazione, umile ma nello stesso tempo forte e sicuro, lo straordinario dono di genio e del portentoso ingegno fecero di lui una persona stimata e piena d’onore.
Ma quando corse a prestare la sua opera all’incendio dell’Unione Militare, mentre dava le prime disposizioni per la manovre, cadde a terra per non rialzarsi più.
Cadde sulla breccia, come cade un soldato nella battaglia, come cade un eroe.
I vigili di Roma ricorderanno uniti il nome del Capitano Pietro Jonni.

 

 di Enrico Branchesi
  Claudio Gioacchini – Bibl. Acc. Americana

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Fortunato Bonifazi – Civitavecchia

BRIGADIERE DEI VIGILI DEL FUOCO
FORTUNATO BONIFAZI

  

di Roberto Diottasi  

 

 

Nasce in Civitavecchia il 23 marzo 1880. Con gli anni diventa Vigile del Fuoco e da subito è apprezzato per le sue capacità operative. Durante il terribile terremoto di Avezzano e della Marsica del 13 gennaio 1915, è tra gli uomini che il comune di Civitavecchia invia per portare soccorso alla popolazione di Veroli (FR).
Muore a soli 38 anni il 3 giugno 1918 durante le operazioni di spegnimento di due motoscafi siluranti ormeggiati nella darsena del porto. Per meglio intervenire dovette esporre il suo corpo che venne colpito alla gola da una scheggia proiettata da una esplosione.
Per il suo esemplare comportamento fu insignito della medaglia d’oro valor civile concessa dalla Marina Militare. Di seguito, il rapporto d’intervento del Comandante Giorgio Mattei che descrive quei tragici momenti. (tratto dalle memorie del Comandante in Seconda Cav. Giulio Cesare Guglielmotti nel libro I primi cinquant’anni della Compagnia dei Vigili di Civitavecchia):
“Il 3 giugno 1918 appena iniziata la gloriosa difesa del Piave che doveva precedere la fine della guerra con la Vittoria, la Capitaneria del Porto avvertiva i Vigili di un incendio manifestatosi a bordo di due motoscafi ancorati nel bacino della Darsena. Accorsero immediatamente con pompe ed attrezzi, ed iniziarono la manovra di spegnimento e d’isolamento; meglio sarebbe stato prendere il provvedimento di far colare a picco le due piccole navi cariche di esplosivi ma si pensò di poterle salvare estinguendo l’incendio e di poter proteggere dalle fiamme i sacchi carichi di merci attraccati alla banchina, e i vigili iniziarono la loro opera; ma sventuratamente il fuoco si appiccò alla Santabarbara di uno dei due motoscafi si incendiarono le polveri e i proiettili e il povero Brigadiere Bonifazi Fortunato, che valorosamente impavido e fermo restava al suo posto, fu colpito alla gola da una scheggia di granata e cadde fulminato al suolo, vittima del proprio dovere, esempio di sacrificio e di abnegazione.
I motoscafi saltarono e poi si inabissarono nel mare. Il Comandante Mattei inviava al Municipio il seguente rapporto che è la più bella pagina della storia dei nostri vigili e che formerà per sempre l’orgoglio della nostra Città.
“L’anno millenovecentodiciotto il giorno quattro del mese di giugno alle ore 15 presso la Sede del Comando suddetto.
Premesso che la sera del 3 corrente alle ore 20 chiamati telefonicamente i vigili del fuoco, in seguito ad incendio sviluppatosi su due motoscafi antisommergibili (M.A.S.) ancorati nella vecchia darsena del Porto, accorsero muniti di pompe e attrezzi per prestare la loro opera.
Poiché la darsena era tenuta completamente sgombra per il pericolo di esplosione delle munizioni contenute a bordo delle due navi incendiate, i Vigili percorrendo la via soprastante la darsena che conduce al Lazzaretto giungevano in un punto, riparato da alto parapetto, proprio al di sopra, all’altezza di circa 20 metri, dei due motoscafi e di numerosi galleggianti in gran parte carichi di derrate alimentari e di combustibili.
Il Comando diede le opportune disposizioni per tentare di circoscrivere il fuoco e salvaguardare i galleggianti (chiatte) ancorate proprio a fianco dei motoscafi.
All’uopo furono armate le pompe e gli altri mezzi a disposizione del Corpo.
Il Brigadiere Bonifazi Fortunato era salito sul parapetto del muro prospicente la darsena, e tenendosi carponi attendeva a gettare acqua sui galleggianti, che per effetto del continuo lancio di materie infiammate minacciavano di incendiarsi.
Trascorso breve tempo, dai due motoscafi incominciavano ad udirsi detonazioni, dapprima lievi e poi man mano più forti, il che dimostra l’accensione delle munizioni in essi contenute. Il Comando, allo scopo di evitare sinistri e prevedendo che le esplosioni avrebbero aumentato di intensità, invitò più volte il Brigadiere Bonifazi a togliersi dalla posizione in cui trovavasi, che per quanto sufficientemente sicura, presentava qualche probabilità di pericolo, ed a ricoverarsi in luogo più riparato, sospendendo l’opera d’isolamento alla quale si era accinto salvo riprenderla appena possibile.Il Bonifazi spinto dal sentimento altissimo del suo dovere e dall’impulso dimostrato in tante altre circostanze in cui diede non dubbie prove di sprezzo del pericolo, volle rimanere fermo a quel posto, rispondendo continuamente con le testuali parole: “Permetta Comandante che compia intero il mio dovere”.
Poco dopo una scheggia di proiettile colpiva alla gola l’eroico Brigadiere togliendogli miseramente la vita, appena giunto nel Civico Ospedale.
Si fa risultare quanto sopra a perenne ricordo del Brigadiere BONIFAZI FORTUNATO, che nell’adempimento del suo dovere, spinto fino al sacrificio, lasciava la vita dando nobile esempio di se stesso. Ogni parola che si aggiungesse, diminuirebbe l’alta portata di questo supremo sacrificio, di tanta abnegazione, di così elevato sentimento del dovere.
Una parte della Caserma fu ridotta a camera ardente e la popolazione commossa ed ammirata, per due giorni continui si recò a deporre fiori sulla salma compianta. Il R.° Commissario invitò con apposito manifesto, la popolazione tutta a rendere l’estremo omaggio all’eroico Pompiere. Mai trasporto funebre fu più solenne e più commovente. Autorità, rappresentanze di Corpi Armati e l’intera popolazione seguirono mestamente il feretro. Parlò il R.° Commissario sulla vita privata esemplare e sullo stato di servizio del prode Bonifazi concludendo:
“Esempio incomparabile di coraggio e di abnegazione, il suo nome rimarrà scolpito nel cuore dei cittadini tutti e dei commilitoni che in lui apprezzarono le doti e le virtù di cittadino e di milite di questo benemerito Corpo di Vigili. Valga questa manifestazione di numeroso popolo a lenire l’immenso dolore, che il sacrificio di questa giovane vita ha procurato alla desolata famiglia.
Parlò anche l’Ufficiale Onorario Guglielmotti per porgere a nome dei superiori e dei compagni l’estremo saluto al primo martire del dovere di questa nostra Istituzione.
La salma fu sepolta nel colombaio dei vigili.
Con decreto Luogotenenziale 17 novembre 1918, fu conferita alla sua memoria la Medaglia d’Oro al valor civile e fu inviata al Comune l’insegna, assieme al brevetto dell’altissima sovrana concessione.
Per circostanze diverse, non prima di oggi, in cui si festeggia il cinquantenario dei vigili di Civitavecchia, si potè consegnare alla famiglia Bonifazi la medaglia d’oro ma oggi il Corpo adempie, al suo dovere eseguendo l’incarico colla maggiore solennità e oggi stesso viene scoperta una lapide scolpita nel marmo affissa nelle mura della caserma, colla seguente epigrafe:

IN MEMORIA DI FORTUNATO BONIFAZI
BRIGADIERE DEI VIGILI DECORATO DI MEDAGLIA D’ORO, AL VALORE CIVILE
PER CARITÀ DEL NATIO LOCO SE STESSO SU GLI SPALTI DEL LAZZARETTO OFFRI’ IN OLOCAUSTO
III GIUGNO MCMXVIII
ESEMPIO E MONITO CHE LA VITA NON A NOI MA A GLI ALTRI E’ DOVUTA,
PER IL BENE DI TUTTI.

 

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Ettore De Magistris

ETTORE DE MAGISTRIS, UFFICIALE DEI VIGILI DI ROMA

di Alessandro Fiorillo

           V. Comandante De Magistris Ettore rid.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   L’Ingegner Ettore De Magistris era uno stimato e valoroso Ufficiale del Corpo Comunale dei Vigili di Roma, era anche assistente di Geometria analitica e proiettiva dell’Università romana, e Professore nel Regio Istituto Tecnico di Roma.

Alcune sue pubblicazioni tecniche, a contenuto pompieristico, ebbero una certa diffusione ai suoi tempi, è il caso di un trattato sulla Scala Romana che scrisse nel 1895 su specifica richiesta espressa da vari Corpi di Pompieri d’Italia, curiosi di approfondire le conoscenze relative a questo strumento di grande utilità usato soprattutto dai vigili romani. Il testo, oltre che introdurre con alcune note storiche lo strumento oggetto dello studio, era corredato da numerosi e precisi calcoli sulla stabilità della scala (con o senza rompitratta), tecniche di montaggio, ecc.

Un paragrafo era dedicato alle operazioni di salvataggio con la scala, ne riporto un breve passaggio: “Il salvataggio su scala romana è sommariamente utile e facile, oltre che richiede, ciò che essenziale, brevissimo tempo. Due uomini, per mezzo di essa scala si recano al piano dove trovansi le persone da salvare; un terzo si ferma sulla scala all’altezza della finestra tenendosi nella posizione indicata per discendere ossia col busto in fuori e con le mani ai cosciali; i primi gli adagiano sulle braccia una di quelle, la quale si assicurerà con le braccia al collo di chi deve trasportarla. Se invece colui che debbesi salvare non è in grado, o per paura si rifiuta di prendere tale posizione, lo si legherà e, legato, si assicurerà con una corda al corpo del trasportatore.”

Ettore De Magistris elaborò anche un prezioso manuale intitolato Corso di istruzione sulla scala romana, corredato da un ricco apparato fotografico. Una copia di questo testo è conservata presso l’Archivio Capitolino. Il nostro Ufficiale però, oltre a dedicarsi agli studi e alle pubblicazioni di carattere tecnico, era anche un appassionato di ricerca storica, difatti fu sua una delle prime pubblicazioni sulla Militia Vigilum della Roma imperiale. Questa sua pubblicazione fu molto apprezzata all’epoca, sia negli ambienti pompieristici che in quelli puramente intellettuali, tanto che questo suo libro venne anche tradotto in varie lingue.

Ettore De Magistris, colpito improvvisamente da quello che fu probabilmente un forte stato depressivo, dopo due anni di sofferenze psicologiche morì purtroppo suicida, a soli 45 anni, nel febbraio del 1912. Descritto dalle persone e dai colleghi che lo conobbero come persona “di carattere giocondo e sereno, affabilissimo nel tratto“, divenne taciturno e cupo nei due anni che precedettero la sua tragica fine.

Per il Corpo dei Pompieri di Roma si trattò di una grave perdita, sia sotto il profilo operativo che intellettuale.

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I Pompieri di Roma al Concorso Internazionale di Torino del 1928

I POMPIERI DI ROMA AL CONCORSO INTERNAZIONALE DI TORINO DEL 1928

di Alessandro Fiorillo

Uno degli aspetti più interessanti della tradizione pompieristica del periodo comunale era rappresentato dai concorsi nazionali e internazionali, fondamentali per la diffusione delle nuove tecniche d’intervento e la condivisione delle ultime scoperte nel campo della tecnologia antincendio. Era un momento di confronto e di crescita per molti corpi di pompieri, durante il quale si stringevano contatti e rapporti di collaborazione utili, oltre che per l’aspetto formativo, anche per una progressiva standardizzazione del servizio sul territorio nazionale.

Famoso fu il Concorso Internazionale che si tenne a Torino, nei primi quattro giorni del settembre del 1928, per celebrare le feste centenarie di Emanuele Filiberto di Savoia e il decennale della vittoria nella Prima Guerra Mondiale. L’organizzazione fu curata dal Comandante dei Pompieri di Torino Ing. Viterbi, e il concorso rappresentò un evento di prim’ordine per la famiglia pompieristica italiana di quegli anni, sia perché fu occasione d’incontro per le rappresentanze di moltissimi Corpi di Pompieri d’Italia (compresi i Corpi di Palermo, Catania e Messina, ma anche molti Corpi di piccole città), sia per la presenza di Corpi esteri con i quali si poterono confrontare e conoscere nuove tecniche, attrezzature, tecnologie, ecc.

Alla manifestazione parteciparono circa 2000 pompieri, organizzati in non meno di 150 squadre e con la presenza di circa 300 autocarri. Per l’occasione venne costruito un vero e proprio villaggio in legno che servì per le manovre e le gare di spegnimento d’incendio, che resero l’evento particolarmente emozionante e formativo per le difficoltà reali e le simulazioni di salvataggio che dovettero affrontare i pompieri impegnati.

Ovviamente anche il Corpo dei Vigili di Roma partecipò al concorso, e una squadra di pompieri capitolini si recò a Torino portando con se un autopompa De Manresa da 1500 litri, un autocarro con due alzate di Scala Romana ed una FIAT 503 per i servizi del Comando. I pompieri romani affrontarono le prove del concorso il primo giorno della manifestazione, cioé nel pomeriggio del 1 settembre, subito dopo la prova sostenuta dai Pompieri di Milano che per l’occasione si cimentarono nell’opera di spegnimento dell’incendio di un fienile. Ai nostri toccò la prova di spegnimento dell’incendio della Casa del Fascio, con simulazione di salvataggio di una persona rimasta bloccata al secondo piano dello stabile. La seconda prova fu rappresentata dalle manovre di montaggio e smontaggio della Scala Romana, uno degli strumenti più tipici e spettacolari della tradizione pompieristica romana, e la manovra completa venne svolta in soli 12 minuti. E fu proprio la squadra dei Vigili di Roma a conseguire, in virtù del punteggio ottenuto, ben due premi del Concorso Internazionale di Torino, rappresentati dalla Grande Medaglia d’Oro offerta dal Duca di Genova per la manovra d’incendio e di salvataggio alla Casa del Fascio, e una Coppa d’argento offerta dal Comitato organizzatore del Concorso per la manovra della Scala Romana in briglia.

Il Comandante del Corpo di Roma, Ing. Giacomo Olivieri, venne nominato Membro onorario di due istituzioni pompieristiche: una portoghese ed una fra gli Ufficiali professionisti dei Pompieri inglesi.

Il personale del Corpo dei Vigili di Roma inviato al Concorso Internazionale di Torino del 1928 fu il seguente:

Comandante: Ing. Giacomo Olivieri

Vice Comandante: Ing. Ugolini

Capo Reparto Macchinista: Dottori

Capi Squadra: Ballerinie Bascheriniclip_image006[4]

Sotto Capo Squadra: Cenedella

Vigili: Benedetti, Filiberti, Flori e Ranieri

Bibliografia: Capitolium 1928, pag. 425, 426, 427. Archivio Storico Capitolino.

clip_image002[4]                                                                                               clip_image004[4]                                                                                                                              Manovra di spegnimento incendio della Casa del Fascio                                                                    Foto di gruppo di Ufficiali e pompieri partecipanti al Concorso                                                                                                                                                             Medaglia del pompiere romano Raimondo Ballerini

 

 

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Medaglie al V.C. conferite per l’intervento dell’8 giugno 1913 in via del Tritone

MEDAGLIE AL VALOR CIVILE CONFERITE A SEGUITO DEL SEGUENTE INTERVENTO:

8 GIUGNO 1913, CROLLO DELL’ALA DI UN PALAZZO IN VIA DEL TRITONE

MEDAGLIA D’ARGENTO

Ing. Cav. Uff. Fucci Giuseppe Comandante dei vigili, perché, nella notte dell’8 giugno 1913, essendo rovinata l’ala sinistra d’un vasto palazzo in via del Tritone, accorse a capo d’un drappello dei suoi militi, e con un servizio di pronto soccorso e di salvataggio efficace, trasse dalle macerie ben sedici persone seppellite.

Per lo stesso disastro:

Ing. Renato De Paolis, Sottocomandante

Ing. Giacomo Olivieri, Sottocomandante

Pillade Pinti, Maresciallo Testa Macario, Brigadiere Pio Recchi, Vice-Brigadiere Attilio Marcucci, Vice-Brigadiere Alfredo Romiti, Vice-Brigadiere Salvatore Moschetti, Vigile Giuseppe De Santis, Vigile Antonio Piras, Vigile Gioacchino Gaetani.

MEDAGLIA DI BRONZO

Per lo stesso disastro dell’8 giugno:

Ing. Carlo Giuliani, Vice-Comandante

Ing. Venuto Venuti, Sottocomandante

Attilio Olmeda, Vigile Enrico De Angelis, Vigile

NELLO STESSO ANNO, 1913, ATTESTATI DI BENEMERENZA SONO STATI CONFERITI A:

Roma,

Ing. Pasquale Sorbara, Sotto-Comandante

Alberto Albani, Vice-Brigadiere Giuseppe Montanelli, Caporale Mariano Caroli, Vigile Luigi Olivieri, Vigile Raniero Franzero.

Velletri,

Costantino Farina, Comandante

Cesare Caravà, Brigadiere Fernando De Angeli, Brigadiere Pietro Trenta.

Per una più precisa ricostruzione storica stiamo cercando informazioni, foto, materiale sui nominativi ed eventi citati in questa lista.

Se puoi aiutarci nelle nostre ricerche contattaci all’email: gruppostoricovvfroma@gmail.com

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Vincenzo Sebastiani

VINCENZO SEBASTIANI
“SOTTOCOMANDANTE DEI VIGILI DI ROMA”

di Alessandro Fiorillo

Questo articolo intende rievocare la figura del Sotto-Comandante dei Vigili di Roma Ing. Vincenzo Sebastiani, al quale è stata intitolata la caserma di Via Genova (Sede Centrale del Comando di Roma).
sebastiani 1Vincenzo Sebastiani nacque a Roma il 26 ottobre 1885. Fin da giovanissimo spiccò per le sue doti sportive, in particolare nel nuoto e nel ciclismo. Ma la sua passione più grande fu la montagna, fu infatti socio del Club Alpino Italiano e divenne uno dei primi alpinisti d’Italia e tra i fondatori della S.U.C.A.I. (Stazione Universitaria del Club Alpino Italiano) di Roma, e del “Gruppo Romano Sciatori” di cui fu eletto Vice Presidente. Stabilì una sede della società nella località abruzzese di Ovindoli, nei cui campi di neve si abbandonava alle escursioni con gli “ski” (nome con il quale, ancora nel 1917, erano chiamati gli sci). Questa sua passione per la montagna e il suo legame con il territorio abruzzese gli valsero, a seguito della tragica morte, l’intitolazione di un rifugio montano, ancora oggi esistente, tra il piano di Campo Felice (Aq) e le Montagne della Duchessa. Oltre che nello sport, spiccò negli studi accademici, conseguì infatti, presso la Regia Scuola d’Applicazione in Roma, la laurea di Ingegnere Civile. In seguito a un pubblico concorso, fu nominato “Sotto-Comandante dei Vigili”, nel cui corpo di Roma entrò nell’agosto del 1914, segnalandosi subito per la passione, l’intelligenza, il coraggio e l’alto senso del dovere. La sua opera venne particolarmente apprezzata durante le operazioni di soccorso dopo il tragico terremoto della Marsica (Abruzzo) del 15 gennaio 1915. Gli fu affidato il comando di una squadra di vigili romani, e con gli stessi si adoperò, instancabilmente, tra le macerie di Avezzano, compiendo anche personalmente difficoltosi e pericolosi salvataggi, grazie ai quali gli fu conferita la medaglia d’argento di benemerenza del Comune di Roma, quella d’argento di benemerenza assegnata dal Governo e la medaglia d’argento della Fondazione Carnegie. Richiamato alle armi col grado di Sottotenente di complemento del Genio, prima ancora dell’inizio della Grande Guerra, egli fu addetto ai Servizi Tecnici Aeronautici è più tardi fu inviato in zona di guerra con un parco Aerostatico. Successivamente, dopo la formazione delle sezioni dei Pompieri Militari, fu assegnato alla seconda armata, e gli fu affidato, dopo la presa di Gorizia, il comando della numerosa squadra dei “Pompieri Militari in Gorizia Italiana” (molti dei quali provenienti dal Corpo dei Vigili di Roma), comando che esercitò dal 14 agosto 1916 al 20 agosto 1917. Il 19 agosto 1917, mentre dirigeva un servizio di spegnimento sotto il tiro nemico, restò gravemente ferito, e morì il giorno dopo. Fu decorato con medaglia d’argento al valore, con la seguente motivazione: “Restava gravemente ferito mentre con abituale coraggio dirigeva le operazioni di estinzione di un incendio sul quale insisteva ancora il tiro di artiglieria avversario. Appena superata gravissima operazione, con esemplare serenità, si dichiarava contento di aver compiuto il proprio dovere”.
 Il Comandante del Corpo dei Vigili di Roma, ing. Giacomo Olivieri, dava comunicazione della tragica morte del Tenente Sebastiani attraverso un ordine del giorno, di cui ripropongo alcuni significativi passi: “23 agosto 1917. Con animo costernato partecipo al Corpo la morte eroica del Sotto-Comandante Ing. Vincenzo Sebastiani, avvenuta il 20 corr. Per granata nemica, mentre guidava con l’usato ardire i Pompieri Militari allo spegnimento di incendi nella città di Gorizia. I nostri Vigili che con lui divisero da oltre un anno i pericoli dell’ardua missione, che ne raccolsero il corpo infranto, e che sul letto di morte lo videro fregiato della medaglia d’argento al valore, ci diranno come di questa missione Egli fosse compreso e come sopra ogni altro sentimento avesse sacra la religione della Patria e del dovere. La memoria di lui ci sarà di sprone nei diuturni cimenti e formerà l’orgoglio della nostra famiglia, su cui risplenderà sempre di fulgida luce la bella e generosa figura del giovane Ufficiale, che per virtù di animo e di mente seppe conquistare il nostro affetto e la nostra stima, che consacreremo con un ricordo tangibile qui in mezzo a noi. Ing. Olivieri”. La morte del Tenente Ing. Vincenzo Sebastiani, che nell’ambito dei Corpi dei Pompieri di tutta Italia aveva saputo guadagnarsi l’ammirazione e il rispetto per il coraggio e la competenza, suscitò viva commozione. Ancora sul Bollettino Ufficiale della Federazione Tecnica Italiana Corpi Pompieri del 1922, viene pubblicata una lunga e commovente narrazione (ripresa dal periodico Coraggio e Previdenza del 1 dicembre 1922) che descrive il trasporto della salma di Vincenzo Sebastiani dal cimitero di Cormons a Roma. Vi si può leggere anche il discorso pronunciato in quell’occasione dal Comandante dei Pompieri di Gorizia, Ing. Riccardo Del Neri. Riporto brevemente alcuni passaggi della narrazione:
(…) La gloriosa salma partita da Gorizia giunse a Roma, domenica 11 dicembre s. a. , fu provveduto al suo trasferimento dalla stazione di Termini alla Chiesa della Madonna degli Angeli. La cerimonia riuscì quanto mai imponente ed il concorso degli amici, dei colleghi e dei soci del Club Alpino fu veramente straordinario. Tutti i pompieri di Roma, liberi dal servizio, seguirono volontariamente la salma (…). E’ stato già comunicato che il Municipio di Gorizia provvederà a murare a sue spese nella Caserma Pompieri una lapide in memoria dell’eroico ufficiale, che altrettanto farà il Corpo dei Pompieri di Roma e che il Club Alpino intitolerà al Suo Nome il rifugio sul Velino”.
Verrà anche creata, grazie soprattutto all’attivismo dell’Ing. Silvestro Dragotti del Comando di Napoli, una “Fondazione Vincenzo Sebastiani” il cui Capitale sarà poi impiegato per sussidiare pompieri infortunati o famiglie di essi.
Nel 1923, a cura del Reggio Commissario del Comune di Roma, verrà scoperta, nella caserma dei Pompieri di Roma di via Genova, una lapide a ricordo perenne del Sotto-Comandante Vincenzo Sebastiani (visibile ancora oggi), a cui verrà pure intitolata la caserma.

 

 

 

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Settimio Baldieri detto “il Pompierone”

 

 

Settimio Baldieri
“ Il Pompierone”

 

 

Baldieri Settimio copia ridottaGiovanni e Settimio Baldieri. Due componenti la balda schiera di cinque figli maschi, tutti volontari nel corpo dei pompieri, tutti ricordati per le loro eroiche gesta. Ma Giovanni e Settimio, pur nello stesso temerario coraggio dei loro fratelli, emersero su questi per altre preziose doti.
Settimio Baldieri, tenente dei pompieri arredatore e decoratore eccezionale, era conosciutissimo a Roma per la sua imponente mole e per la sua affettuosa cordialità.
Per Re Umberto I il tenente dei vigili Settimio Baldieri era soltanto il “Pompierone”. Il Sovrano non lo chiamò mai altrimenti nei due brevi periodi in cui il Baldieri, negli appartamenti del Quirinale destinati ad ospitare l’imperatore Guglielmo II di Germania eseguì tali e tante meravigliose opere decorative,per le quali il Re, oltre ad elogiarlo con parole di vivo compiacimento, lo nominò Cavaliere della Corona d’Italia. E quando l’Imperatore Guglielmo II prese possesso degli alloggi ad esso destinati e osservato da grande intenditore, l’arredamento e la parte decorativa degli ambienti, volle conoscere l’autore di tanto artistico lavoro, Settimio Baldieri …..non trovò affatto strano il desiderio del Sovrano. Si presentò….massiccio e disinvolto e accolse, in rigida posizione di attenti, gli elogi di Guglielmo II, così come aveva accolti quelli di Umberto I. Ma se il suo Re lo aveva creato Cavaliere della corona d’Italia, l’Imperatore, come per non essere da meno, volle decorarlo due volte, e qui sarà bene lasciar parlare lo stesso Baldieri.
“ l’Imperatore Gujermone doppo d’avemme stretta la mano, m’ammollò la decorazione dell’aquila Nera e quanno rivenne la siconna vorta a Roma, nun potette fa a meno de damme quella dell’aquila Rossa. E così come vedete, e mostrava il suo decoratissimo petto, mò posso fa pure concorrenza all’uccellaro. ” Ebbe infatti le due decorazioni che insieme a quelle ottenute per atti di coraggio ed altre opere meritorie, formavano nel suo ampio petto un bellissimo medagliere. Tuttavia il Baldieri, inimitabile artista dell’arte decorativa, non risulterà meno grande se lo andremmo a considerare quale ufficiale del corpo dei pompieri. L’Amministrazione comunale del tempo con a capo il Sindaco Principe Don Prospero Colonna, fu debitrice al tenente Baldieri della risoluzione dei gravissimi casi, determinatesi, sempre negli incendi che colpirono la città, per far fronte ai quali gli antichi vigili non possedevano davvero le moderne attrezzature di oggi. Basterebbe citare l’incendio del pastificio Pantanella, quello di palazzo Odescalchi e l’altro ancor più terrificante del Circo reale in via Vittorio Colonna, ove solo il coraggio e il sangue freddo del gigantesco tenente valsero a scongiurare disastri maggiori e perdite di vite umane. Da un bollettino dell’epoca apprendiamo infatti che: tale era l’impeto e la potenza del fuoco, che quasi tutti i pompieri, presi un istante dal panico, restarono stupiti ed inerti. Il tenente Baldieri comprese che doveva andare. con i suoi centoquattro chili di peso si lanciò sulla scala-porta ( circa 20 metri di altezza) la salì velocemente e da lassù impartì ordini a gran voce. I pompieri elettrizzati applaudirono, scattarono, agirono e ….. l’incendio fu domato. Il Principe Colonna che aveva cominciato a stimare moltissimo il suo tenente dei pompieri, finì col diventarne amico carissimo. Talchè, chiunque, in quel tempo, avrebbe potuto osservare sullo scrittoio del sindaco a Villa Massimo sulla via Sallustiana l’imponente effige di Settimio Baldieri, detto semplicemente da Re Umberto I “ Il Pompierone”.

“Strenna dei romanisti 1959”

 

 

 

 

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Giovanni Baldieri

Giovanni Baldieri
Un grande e ignorato figlio di Roma

BALDIERI_GIOVANNI foto RIDOTTA      Chi, circa sessant’anni fa, fosse passato verso sera per via Garibaldi al civ. 14, si sarebbe fermato ad ascoltare, piacevolmente sorpreso, il bel canto che da essa proveniva, i pezzi più noti del “ Trovatore “ e della “ Forza del destino” venivano interpretati con maestria somma, e nessuno avrebbe sospettato che gli esecutori di tanto repertorio non fossero veri e propri artisti di canto. Coloro, infatti, che si cimentavano in sì difficile interpretazione, erano Menicuccio Fumanti pittore e tenore, Giovanni Baldieri, pompiere e baritono ed infine il basso Faggioli unico professionista del canto. Ma Giovanni Baldieri non era soltanto pompiere e baritono non era soltanto un grande cuore di amico, ma un vero e proprio patriota che antepose sempre i doveri ai diritti del cittadino italiano. Ancora giovanissimo, fu tra i primi difensori di Roma, al Vascello. Il 20 settembre 1870, alla testa di un esiguo manipolo di suoi dipendenti pompieri, sgominati dopo una breve lotta gli occupanti del Campidoglio, inalberò con un’azione personale, il primo tricolore d’Italia sulla storica torre.
Tutti i moti popolari per l’unione di Roma alla madre Patria lo ebbero promotore instancabile e gli episodi gloriosi di Serristori, villa Cecchini e casa Ajani, recano il ricordo di questo eroico figlio di Roma. Era cospiratore Carbonaro, ma per esso la politica significava soltanto amor di patria. Sapeva che ai diritti del cittadino corrispondono altrettanti doveri, ma sembrava ignorare i primi, per l’intima gioia di adempiere i secondi sino al sacrificio della sua stessa esistenza. Era un’idealista e un forte.
Giovanni Baldieri sapeva amare Roma e la desiderava ardentemente capitale d’Italia. Coloro, che a prezzo di sacrifici inenarrabili, e sovente a prezzo della propria vita, agivano per questo fine, erano sacri a Giovanni Baldieri .Devesi alla sua opera instancabile se le onoranze tributate ai resti mortali di Angelo Brunetti e compagni ( tumulate sull’altura gianicolense a San Pietro in Montorio) riuscirono imponenti e degne di questi figli grandi d’Italia. Per sua personale iniziativa venne magnificamente addobbata tutta la via Garibaldi e sul prospetto della sua casa, fece effigiare dal Fumanti un grande ritratto dell’eroico “ Ciceruacchio”. E se il momento a Giuseppe Garibaldi non venne eretto nel giardino di San Pietro in Montorio, su un’area infelice e niente affatto degna dell’eroe, ciò devesi unicamente all’interessamento del Baldieri. Nella suddetta area era già stata rimossa una fontana marmorea per far posto all’erigendo monumento, quando il Baldieri, con romana passione, recatosi a conferire con l’allora assessore dell’urbanistica Giuseppe Desideri, ottenne che il monumento a Garibaldi sorgesse al cospetto dell’Urbe, nell’attuale ubicazione dominante.
Perfino il corpo dei pompieri si giovò della sua opera. Allora il corpo era formato da operai artigiani e capomastri, i quali prestavano servizio a turno nelle cinque inadatte caserme di Piazza Firenze, del Monte di Pietà, della Pilotta, Rusticucci e via Cernaia. Con l’estendersi della città e sorti i nuovi quartieri dell’Esquilino, Tiburtino e Testaccio il servizio dei pompieri era divenuto assai precario, e la deficienza di esso si verificò, purtroppo, nel grande incendio dello stabilimento Pantanella ai Cerchi, che provocò la destituzione del comandante Ing. Ingami. Il Baldieri, quale facente parte del corpo, propose su di un opuscolo l’accasermamento dei vigili, interessando nel contempo l’allora assessore Don Prospero Colonna. Questi infatti istituì il primo gruppo dei vigili accasermati nei locali di Piazza della Pilotta, ed in seguito, ad opera del Comandante Ing. Fucci, sorse la caserma di via Genova, nei locale dell’ex Eldorado, ove si tenevano fiere di vini. Franco nell’esprimersi, come gli era permesso dalla sua dirittura morale, sollecito nell’attuazione di ogni opera buona e giusta. Intrepido, direi quasi temerario, dinanzi al pericolo. Di statura al di sopra della media,dal corpo massiccio e ben piantato ( pesava circa 120 Kg.) era di sorprendente agilità. Lo prova il fatto che insieme al Vice comandante dei pompieri, capitano Jonni, salì un bel giorno sulla cima della guglia di Piazza del Popolo, con l’ausilio di una semplice scala armata, e giunto alla fine di tanto viaggio si sedette tranquillamente, insieme al capitano, sulle traverse della croce che sovrasta la guglia. E ciò dopo aver fatto togliere la scala. Distavano dal suolo 50 metri.
Giovanni Baldieri concluse la sua operosa esistenza il 29 luglio 1899. I suoi resti mortali riposano nel cinerario dei reduci delle Patrie Battaglie al Verano.
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             “ Strenna dei romanisti del 1948”

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Incendio dell’Ospedale della Lungara – 1922

L’INCENDIO DELL’OSPEDALE DELLA LUNGARA -  17/18 MAGGIO 1922

Per più giorni la cronaca cittadina si è occupata dell’incendio avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 maggio in alcuni locali di proprietà dell’ospedale di Santo Spirito (1). E poiché fatalità volle che, a causa di detto incendio, perissero sull’istante sedici cronici, ricoverati nella sala Viale, ed in seguito altri quattro sul totale di ventisette degenti in detta sala, ogni impressione e ogni giudizio furono commisurati a questo gravissimo lutto cittadino, sicchè fù perduto ogni senso obiettivo di serenità, furono trevisati altresì dati di fatto, e l’opinione pubblica, male informata, giudicò acerbamente importanti servizi pubblici e non risparmiò neppure il servizio dei Vigili del Fuoco, incolpandolo soprattutto di essere accorso in ritardo.

A comprendere come si svolsero i fatti è bene conoscere che al secondo piano di uno dei tanti fabbricati, che compongono l’ospedale santo Spirito, esistono affiancate l’una all’altra due sale: la sala Flaiani e la sala Viale, divise tra loro da un muro maestro per tutta la loro lunghezza, muro che si prolunga oltre il soffittone delle due sale fino al colmareccio del tetto.

In questo muro,all’altezza di oltre due metri dal pavimento, si aprono dei vani di finestra, senza infissi di sorta, che servono di comunicazione di aria tra le due sale. Il lato esterno di sala Viale guarda sui terreni dell’ospedale, lungo la riva destra del Tevere, tra il Ponte Vittorio Emanuele e il ponte di Ferro; il lato esterno di sala Flaiani guarda su una serie di cortiletti e di interni in direzione di via della Lungara. Questi due lati lunghi corrispondono alle gronde dell’unico tetto a padiglione che copre le due sale,avente,come dicemmo, per colmareccio, il divisorio. Sotto la sala Viale havvi un’altra sala che l’occupa per la maggior parte, detta sala Santa Caterina, mentre la parte rimanente è occupata da un piegatoio di biancheria, che, a mezzo di una porta è in comunicazione con un essiccatoio a vapore, che occupa quasi la metà della sala Flaiani. Nel detto essiccatoio, oltre le cabine, in cui si introduceva la biancheria da asciugare, si praticava altresì uno tendaggio esterno di lenzuola e d’altro, su canne, sostenute da filoni metallici attaccati a tanti anelli murati poco sotto il soffitto dell’essiccatoio. Nella camera dell’essiccatoio, in basso, a sinistra di chi entra da una scala a chiocciola di accesso all’essiccatoio, trovasi un grande sportello di ferro, che permette l’accesso nell’interno di una ciminiera che serve, di esito ai prodotti della combustione.

La parte anteriore della sala Flaiani è divisa dal rimanente con un tramezzo per ricavarne una piccola anticamera, cui si accede da una scala esterna e nella quale anticamera, si ha di fronte l’accesso l’ingresso della sala Flaiani, a sinistra l’ingresso della sala Viale.

Al termine della sala Flaiani vi è a destra una scaletta che conduce alle sottostanti sale di Santa Caterina ecc. ecc. Si comprende pertanto che l’unico accesso alla sala Viale, e quindi l’unica uscita della medesima, può effettuarsi dalla scala esterna, uscendo dalla sala Viale, passando per l’anticamera della sala Flaiani, che trovasi sull’essiccatoio della biancheria, e raggiungendo la scala esterna. Se uscendo dalla sala Viale e dall’anticamera della sala Flaiani, in luogo di volgere a destra verso la scala di uscita, si proseguisse di fronte, si accederebbe, attraverso un corridoio, ad altri reparti di chirurgia in un piano superiore, e girando sempre sulla sinistra, si raggiungerebbe l’armamentario chirurgico, dalla cui finestra si può vedere in direzione di un cortile (il così detto “ Campo infetto” perché lì avviene il deposito e la consegna della lavanderia infetta) senza tuttavia vedere il cortile stesso, perché la visuale è intercettata da minori costruzioni.

In questo cortile, cui si accede da via della Lungara 11 si affacciano le finestre dell’essiccatoio e nel medesimo trovasi un grande vascone vari metri cubi di acqua. Dallo stesso cortile si innalza la ciminiera che raccoglie i prodotti della combustione dei forni di due macchine a vapore Cornovaglia a servizio della lavanderia.  Nello stesso cortile vi sono le finestre di una sala dell’ospedale,detta di Santa Caterinella, e da esse si possono vedere assai bene le finestre dell’essiccatoio, la ciminiera ecc.ecc.

Al di sotto dei locali occupati dal piegatoio e dall’essiccatoio,che si trovano al primo piano, si hanno al piano terreno dalla parte di sala Viale, le macchine a vapore ed altro,dalla parte di sala Flaiani le lavatrici ecc. ecc. Il piano terreno è separato dal primo piano da volte in muratura, il primo piano è separato da volte in muratura,il primo piano è separato da secondo piano da soffitti di legno,rinforzati da travi di ferro scoperti.

I prodotti della combustione dei forni delle caldaie si dirigono in canali di fumo, che traversano il pavimento dell’essiccatoio fino a raggiungere la ciminiera, che trovasi nel lato esterno della sala Flaiani, nella prima parte di detta sala occupata dall’anticamera. L’accesso a detto essiccatoio è fatto per mezzo di una scala metallica a chiocciola,cui non si accede dai locali dell’ospedale,ma bensì dal salone delle macchine della lavanderia. La lavanderia non è a servizio dell’ospedale santo Spirito, il quale,essendo proprietario dei locali e del macchinario,ne ha affittato l’uso alla ditta Iacomini & C. che l’esercita per il Corpo della Reale Guardia.  Nel cortile detta del Capo infetto, si ha una porta, che attraverso l’abitazione di un custode conduce al terreno annesso alla lavanderia, cui può accedersi direttamente da un altro ingresso in via della Lungara 120. Detta porta è sempre chiusa e l’azienda della lavanderia può agire indipendentemente senza alcuna servitù di passaggio nella zona riservata all’ospedale.

La sera dell’incendio la sala Flaiani era completamente sgombra di malati; la sala Viali conteneva 27 cronici di età avanzatissima fino a 87 anni, il meno vecchio aveva 60 circa.

Quasi contemporaneamente e intorno alle ore 22.45 del 17 maggio un infermiere della sala di Santa Caterinella ed una suora dell’armamentario chirurgico avevano la sensazione di un principio d’incendio, ma, mentre la suora aveva una sensazione confusa, a causa della visuale non libera dalla finestra dell’armamentario al cortiletto del campo infetto,l’infermiere poté vedere che nel locale dell’essiccatoio stava covando un incendio. Tutto si limitava a un po’ di fumo,a qualche scintilla, senza chiarore e senza fiamme. Si recò ad avvertire il sorvegliante di servizio,dopo aver detto e fatto constatare la cosa a due compagni infermieri. Con il sorvegliante tornò al finestrone della sala di Santa Caterinella, e trovò la scena cambiata, sia pur non gravemente. Una fiamma si era prodotta ed usciva dalla finestra dell’essiccatoio più prossima alla ciminiera,dalle altre finestre né chiarore né  fiamme.

L’incendio si stava sviluppando, cominciava anzi a divampare, per una ragione assai semplice, che sembra oggi accertata. La notizia dell’incendio, ripetuta ad alta voce fra i tre infermieri, era stata udita dal macchinista della lavanderia, che abita con la famiglia in locali prossimi alla sala di Santa Caterinella. Questi pensò dapprima che l’incendio si fosse sviluppato in un deposito di trucioli, che si trovano nell’area esterna verso il Tevere in prossimità della caldaia, e sotto le finestre della Sala Viale ma, visto che da quel lato era tutto tranquillo, pensò alla camera delle stufe, e si recò in essa, salendo la scala a chiocciola. La trovò invasa da fumo fittissimo, senza avere impressione che vi fosse fiamma, traversò la sala, raggiunse la porta di comunicazione tra l’essiccatoio e il piegatoio, l’aprì, e in quell’istante, la corrente d’aria esterna, che invase l’essicatoio, cominciò a far divampare l’incendio che egli riconobbe sul suo capo. Uscì di corsa, dando anche esso l’allarme ad alta voce impressionato da questa, quasi direi, repentina apparizione di fuoco.

Da questo istante si organizzarono i servizi interni del personale ospedaliero, allontanando i malati dalla zona ritenuta pericolosa, e poiché si ebbe la sensazione che la sala Viale potesse trovarsi in qualche pericolo, perché, sebbene l’incendio si sviluppasse sotto la sala Flaiani, sgombra di malati, poteva da lì propagarsi al piegatoio che occupava nel piano sottostante la prima parte della Viale, si rivolsero i soccorsi anche in quella sala.

Frattanto un’infermiere ricevette l’ordine dal sorvegliante di telefonare ai vigili.

L’infermiere si diresse verso il portone principale dell’ospedale santo Spirito, ove trovasi gli apparecchi e voleva cercare il numero telefonico del posto di guardia di Piazza Rusticucci (S. Pietro) che è assai vicino all’ospedale, senza pensare, che i vigili si potevano chiamare senza numero. Fu allora che per risparmiare tempo nella ricerca, fu consigliato a un portantino di correre a piedi al posto di guardia per chiedere soccorsi. E difatti un portantino si recò al posto di Borgo e segnalò l’incendio. Fu immediatamente messo in marcia l’autocarro, prendendo su di esso il portantino. Mentre l’autocarro era per lasciare il posto, il Comando di via Genova che era stato avvisato in quell’istante per telefono, dava ordine a Borgo di partire per l’incendio e lo seguiva senz’altro con altri due autocarri, con la moto-pompa e con l’ufficiale di servizio Ing. Sorbara Pasquale, l’ora di partenza corrisponde alle ore 23.20. Naturalmente giunse per primo il posto di Borgo. Gli uomini si attaccarono al più prossimo idrante stradale situato presso l’arco dei Penitenzieri all’imbocco di via della Lungara. Con una brevissima tubazione,biforcata a mezzo di una cassetta di divisione, si misero all’istante in azione due getti, entrando dal portone di via della Lungara 116, nel cortile detto del campo infetto e, dirigendo i getti a due finestre nella camera dell’essiccatoio battendo direttamente il fuoco.

Subito dopo, con l’aiuto del Comando giunto già sul posto, si eseguì una seconda tubazione dall’idrante posto presso il portone del collegio militare in via della Lungara, e questa tubazione più lunga fu diretta, entrando dal portone in via della Lungara 120 e girando intorno al fabbricato, dentro la stanza del piegatoio, cui il fuoco si era rapidamente propagato.

Il fuoco quindi da questo momento era battuto direttamente da tre lance nelle due stanze di modeste dimensioni in cui si era sviluppato e propagato l’incendio.

Altri uomini intanto eseguirono una terza tubazione ad un terzo idrante, che trovasi in via di Borgo di santo Spirito presso il portone d’ingresso del palazzo dell’amministrazione ospedaliera, e da questo idrante il tubo, per mezzo di una tubazione in colonna, fu condotta nel corridoio antistante l’anticamera della sala Flaiani, per isolare il fuoco dalla parte degli altri padiglioni chirurgici.

Fu piazzata altresì la moto-pompa nel vascone del campo infetto, e perché, lavorando con due e talvolta anche con tre getti il vascone non si esaurisse, vi si immise per rifornirlo l’acqua di una tubazione attaccata ad una presa della rete di innaffiamento sul Lungotevere di faccia al portone del Collegio Militare, facendo agire questa tubazione a sbocco libero per avere la massima portata. La moto-pompa che somministrava getti a forte pressione doveva battere dal pavimento di sala Flaiani il soffittone di detta sala e il tetto.

Giacché era frattanto avvenuto quanto segue:

Sul principio del lavoro, quasi contemporaneamente all’arrivo dei vigili, era mancata ad un istante la luce in tutto l’ospedale, perché l’incendio aveva provocato un corto nel circuito principale. Il personale ospedaliero accese i lumi a petrolio, di cui è provvista ogni sala, i pompieri accesero le loro torce e proseguirono il loro lavoro in un disagio indicibile per la difficoltà immensa delle comunicazioni in un fabbricato così antico e vasto. I cronici di sala Viale si stavano allontanando faticosamente prima anche dell’arrivo dei vigili, operando a questa bisogna il personale sanitario di ogni grado, ma, dopo la rimozione del quarto malato, il fuoco che divampava tanto più furiosamente, quanto più lungamente era stato contenuto e che sembra nel suo periodo di preparazione avesse direttamente attaccato il soffitto, fece crollare istantaneamente quella parte di soffitto che costituiva quella parte di pavimento dell’anticamera della sala Flaiani e Viale, travolgendo per poco medici ed infermieri con le barelle di trasporto, se non fossero provvidenzialmente trattenuti dall’ufficiale dei vigili, che ebbe la sensazione del crollo immediato nel modo con cui le fiamme facevano breccia nel pavimento. Sala Viale fu tagliata fuori da ogni soccorso diretto. Le fiamme, invasero sala Flaiani, attaccando immediatamente il pavimento e il tetto. Nello stesso tempo, attraverso la porta d’ingresso di sala Viale e i finestroni senza infissi nel divisorio tra sala Flaiani e sala Viale; si rovesciò in questa tale un fumo denso e tossico, tale un calore, che i poveri ricoverati, vecchi, cronici con un minimo di resistenza organica furono vinti all’istante.

Tuttavia dal lato esterno sul Tevere, armata una scala romana sopra una malsicura tettoia di bandoni e divelti due ferri di una inferriata, furono potuti trarre in salvo da pompieri, da un’infermiere, coadiuvati da un brigadiere dei RR.CC. altri quattro malati. Alcuni cronici in condizioni quasi disperati e le salme delle vittime furono poi allontanati da sala Viale attraverso l’ultima finestra del divisorio tra Flaiani e Viale, superata con un pezzo di scala da una parte e uno dall’altra a guisa di una scala a libretto, il cui ripiano è rappresentato dalla soglia del finestrone.

Tutto questo insieme di fatti si è svolto in tempo assai breve, dopo di che non rimase che proseguire il lavoro di isolamento dell’incendio, che riuscì ottimamente.

L’incendio non raggiunse sala Viale, neppure il fondo di sala Flaiani, fu arrestato dinnanzi alla porta che dall’anticamera di sala Flaiani e attraverso il corridoio conduce da detta sala  agli altri reparti di chirurgia. In breve la sicurezza fu ridata in modo completo, ma il sacrificio di vite era stato compiuto.

I vigili, crollato il pavimento dell’anticamera Flaiani, non ebbero altro accesso nei locali che da una finestra in via della Lungara, salendo la loro scala romana ed entrando in una delle sale Baroni e, attraversando una serie interminabile di sale, scalette, corridoi ecc. raggiungendo di nuovo il fondo di sala Flaiani e Viale dalla parte opposta del pavimento crollato. Più tardi, abbattendo un muro in corrispondenza di un antico vano e, passando nella proprietà del manicomio di Santa Maria della pietà, poté evitarsi questo incomodo passaggio.

Intervenuti altri ufficiali del Corpo a dar aiuto al collega di servizio, fu con ogni cura e con un lavoro assai lungo, delicato e pericoloso, praticato il vuoto tra il soffittone di sala Flaiani e il tetto e, mettendo allo scoperto singolarmente ogni trave maestra del soffittone, di sala Flaiani, che ardeva nella sua testata verso il cortile di campo infetto, fu spenta con l’acqua fornita dall’idrante di via Borgo S. Spirito.

Il servizio di sicurezza fu mantenuto per vari giorni per timore che sotto i rottami del pavimento di parte di sala Flaiani e di una piccola parte del tetto crollati entro l’essiccatoio, covasse ancora il fuoco, come pure nella parte interna di qualche trave nel divisorio fra l’essiccatoio e il piegatoio. Presenziavano le operazioni fin oltre le due del mattino Autorità civili e militari a cominciare dall’on. Sindaco, Prosindaco, Assessore del Corpo, Prefetto, Comandante la divisione militare RR.CC., RR.GG.

Nelle prime ore del mattino S.M. la Regina Elena e S.A.R. la principessa Iolanda si recarono sul luogo della sventura, e accompagnate dal direttore dell’ospedale, visitarono i superstiti e i malati rimossi dalle sale più pericolose, che invero erano già tutti nella più completa tranquillità.

Altra visita compì poco dopo S.M. il Re di ritorno da Venezia recandosi direttamente a Santo Spirito dalla stazione ove al suo arrivo fu avvisato del sinistro.

Imponenti funerali testimoniarono la pietà del popolo di Roma alle povere vittime di un destino assai crudele. E i giornali che dovrebbero illuminare l’opinione pubblica esercitando il loro diritto di critica, hanno parlato, sballandole di ogni colore.

I vigili giunsero in ritardo e quindi discredito a così importante servizio pubblico.

La presente relazione dimostra che l’incendio fu appena segnalato nell’interno dell’ospedale verso le 22.45. che il primo avviso ai vigili fu portato di persona da un portantino, che ritornò sul posto sull’autocarro dei vigili alle 23.20.

In questo intervallo di tempo, nel quale si svolse un’opera di ricognizione, di avvertimento, di segnalazione interne nel personale ospedaliero, dovrebbe, se mai, ricercarsi se mancò la percezione immediata della necessità di chiamare per prima cosa i vigili. Ma la cronaca degli incendi di qualche entità purtroppo dimostra in modo continuo che gli incendi più gravi, i quali disorientano alcuni e impressionano gli altri hanno come triste effetto, tale deficiente segnalazione.

E’ innegabile che una mezz’ora di tempo ha grande valore in sinistri di questa natura, ma è pur vero che l’incendio non fu diagnosticato come un incendio grave,appunto perchè contenuto e quasi soffocato e, perchè avvertito sulle prime da un solo infermiere, corse di bocca in bocca al personale di turno, che per prima cosa pensò all’allontanamento dei malati che aveva in custodia dalle corse più prossime al fuoco. Solo quando la notizia dell’incendio del fabbricato da via dei Penitenzieri e Lungara giunse al portone principale di Borgo Santo Spirito furono avvertiti i vigili distaccando un portantino ivi di servizio e telefonando poi.  Il crollo dell’anticamera di sala Flaiani fu immediato, ciò che dimostra quale guadagno avesse fatto il fuoco prima di essere minimamente avvertito, I malati trovarono la morte unicamente nel loro letto o ai piedi del loro letto nella sala Viale investita dal fumo e dal calore, e tuttavia due giorni dopo uno dei principali periodici cittadini stampava a lettere cubitali “altri 4 cadaveri estratti dalle macerie”:

Nella sala Viale non entrò il fuoco, il quale attraverso un finestrone del divisorio lambì soltanto un letto come vedesi tuttora causando gravi ustioni a un povero degente che poi perì. Ma la sala Viale anche oggi ha intero il suo pavimento, avvallato soltanto in corrispondenza del piegatoio e tutto intero il tetto. Il crollo parziale avvenne solo nella sala Flaiani, completamente sgombra di malati. Le cause dell’incendio? Le responsabilità? È quello che il magistrato sta ricercando con l’aiuto di un perito giudiziario scelto nella persona del sotto-comandante dei vigili Ing. Pasquale Sorbara che era in quella notte di servizio.

Ing. Giacomo Olivieri

Sottocomandante dei Vigili

del Fuoco di Roma

NOTE:

1) – L’Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà alla Lungara. Noto anche come il Manicomio della Lungara o l’Ospedale dei Pazzerelli. Sorto intorno al 1550 in via della Lungara, ad opera di una confraternita di gentiluomini spagnoli vicini a Ignazio di Lodola, con lo scopo di accogliere i pellegrini giunti a Roma per il Giubileo del 1550.

Nel giro di pochi anni si trasformò però in ospizio per il ricovero e la cura dei poveri pazzi. Fino al 1725 svolse attività autonoma poi venne unito all’Ospedale di Santo Spirito sotto la cui amministrazione rimase fino alla caduta dello StatoPontificio. Dopo l’unità d’Italia il manicomio assunse lo status di Opera Pia fino a che nel 1919 passò all’amministrazione provinciale.

Si ringrazia la dott.ssa Tania Renzi per il prezioso aiuto nelle ricerche.

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   L’ospedale psichiatrico, durante la demolizione                                          L’ospedale raffigurato in una incisione

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I vigili di Roma in soccorso ad Arezzo – 1917

I VIGILI DI ROMA IN SOCCORSO AD AREZZO

di Enrico Branchesi

 

 

 

E’ il 26 aprile del 1917, ore 11:30 circa. Nell’alta valle Tiberina, nelle province di Arezzo e Perugia una scossa del IX° grado della scala mercalli provoca una cinquantina di vittime e ingenti danni in diversi comuni.

Immediatamente il Sottosegretario di Stato De Vito richiede al sindaco di Roma l’invio dei Vigili del fuoco nelle zone colpite dal terremoto, per le operazioni di soccorso alle popolazioni.

Su indicazione del comandante del Corpo di Roma Ing. Giuseppe Fucci venne incaricato per l’operazione l’esperto Ing. Venuto Venuti che a sua volta individuò 22 elementi per formare due squadre. Il materiale di soccorso era composto da una scala aerea “Magirus”, da un camion pesante, un autocarro, da un’autovettura, una scala romana, ed altre attrezzature. Venne tutto caricato su quattro vagoni di un treno speciale militare diretto ad Arezzo, la destinazione che doveva essere raggiunta dai Vigili del fuoco di Roma.

La mattina del 1° maggio, all’arrivo del treno nella città toscana, il sottocomandante di Roma Venuto Venuti, presi accordi con l’On. De Vito e con l’Ing. Perilli, Ispettore superiore del genio civile, radunò le due squadre che si avviarono con i propri mezzi verso Villa Monterchi distante 30Km. Da lì si divisero per raggiungere ciascuna la rispettiva destinazione di San Sepolcro e Città di Castello.

Nello stesso pomeriggio del 1° maggio iniziarono le operazioni di soccorso, in accordo con gli ingegneri del genio civile, che continuarono fino al 14 dello stesso mese.

Nel periodo del soccorso le due squadre usufruirono del vitto e dell’alloggio in forma gratuita ed in parte a proprie spese: la squadra di Città di Castello fu ospitata per intero dall’amministrazione comunale; la squadra di San Sepolcro ebbe egualmente alloggio gratuito e parte del vitto con rancio militare, completato con £ 2,00 a persona con un pasto giornaliero.

Furono effettuati abbattimenti, puntellamenti di costruzioni pericolanti, recuperi di masserizie e fu portato soccorso in un susseguirsi di centri abitati:

San Sepolcro, Citerna, Lugnano, Petretole e Monterchi quasi completamente distrutti, Città di Castello, Celle, Lippiano, Monte Santa Maria, Gioiello, Reglio, Rogacciano, Patanchia, Anghiari ecc.

L’operato dei nostri Vigili fu apprezzato ed elogiato dalle autorità Governative e militari, dai municipi e dalle popolazioni che espressero il loro compiacimento con telegrammi e lettere dirette, oltre che al comandante del Corpo dei Vigili del fuoco, anche al sindaco di Roma.

Furono ben 47 gli interventi principali, lavori compiuti per il consolidamento e il recupero anche di edifici di importanza storica, come nel caso della demolizione di pietre pericolanti sulla sommità del campanile della chiesa di San Francesco e la messa in sicurezza della croce in ferro dell’effige del Santo in lamiera e di una sfera in rame.

Questa operazione fu seguita con interesse dalla cittadinanza, per l’altezza del campanile di ben 43 metri e per la difficile manovra che gli arditi vigili del fuoco di Roma andavano a compiere, con la loro destrezza e disinvoltura nell’uso della famosa “Scala Romana”.

Anche il Duomo, un monumento nazionale di notevole portata, fu colpito. Vennero puntellati la trave principale e il colmareccio del tetto; nel timpano, in parte crollato, ci fu bisogno di rimuovere dei conci in pietra pericolanti che gravavano nella parte centrale e superiore.

Il lavoro venne eseguito con l’alzata della scala romana a 22 metri e con la scala aerea.

L’uso della Scala Romana si rese fondamentale, ed i pompieri romani ne erano fieri. Nessuno sapeva usarla con la loro destrezza e professionalità, avendo avuto modo in altre calamità, come nel terremoto del 1905 in Calabria, nel paese di Aiello, di raggiungere un alto grado di preparazione in questa specialità.

Altri interventi si susseguirono nei modi più svariati, l’abbattimento di muri pericolanti e di molti camini che incombevano il crollo sugli stessi tetti. La demolizione di una parte della scala, nella Regia Scuola Tecnica “Luca Pacioli” di San Sepolcro.

Nel paese di Celle, frazione di Città di Castello, si dovette abbattere il campanile, previo smontaggio e trasporto in basso delle tre campane.

La squadra di San Sepolcro si adoperò a mezzo del camion pesante condotto dal Brigadiere Dottori Edoardo, per la distribuzione di viveri ed indumenti, in almeno 15 centri percorrendo oltre 400 Km.

Il giorno 14 dello stesso mese di maggio venne riordinato il materiale, tutto il personale lasciava le zone colpite dal sisma per raggiungere la stazione ferroviaria di Arezzo, essendo sicuri di aver compiuto ogni sorta di messa in sicurezza e senza tralasciare nulla e nessuno che ancora poteva avere il bisogno ed il soccorso dei Vigili di Roma.

Il mattino successivo le squadre, gli automezzi e le attrezzature, seguivano in treno il viaggio giungendo nella capitale alle ore 18:00.

Nei giorni a seguire, riprese le normali attività di comando, in via Genova il Sottocomandante Ing. Venuti segnalava con il vivo compiacimento al comandante del Corpo l’encomiabile contegno tenuto da tutti i graduati e vigili delle due squadre durante la permanenza nei luoghi colpiti dal terremoto, e sentì di dover segnalare: i brigadieri Testa Macario e Belli Pietro, il vigile sottocapo Di Nardo Federico, i vigili Clementi Carlo, Tavani Angelo, Taveri Giulio  e Binaretti Pilade, distintisi in modo particolare in specialità e qualità nell’esecuzione di alcune delicate e difficili operazioni.

 

Da una relazione riassuntiva del Sottocomandante Ing. Venuto Venuti – Roma, 20 maggio 1917