Incendio della Basilica di San Paolo – 1823

                                                                                                        .

Basilica di San Paolo
Incendio del 15 luglio 1823

La basilica di San Paolo fu eretta nel 324 da Costantino il Grande, ubicata al di fuori delle mura Aureliane e a soli due chilometri da Porta San Paolo. Questo imponente edificio fu costruito sul podere di Lucina Matrona Romana, sopra il cimitero, dove venne sepolto San Paolo.
Nel 386 la basilica fu demolita, riedificata più ampia e dignitosa, per volere degli Imperatori Valentiniano, Arcadio e Teodosio; fu il Pontefice Onorio nel 423 a farla restaurare e in seguito altri Papi pensarono al suo abbellimento.
Nel corso dei decenni subì terremoti e incendi vari ma, senza particolari danni, rimase indenne fino al 1823, quando un incendio s’impadronì della basilica distruggendola quasi del tutto.
Non si poté certo attribuire la colpa ai monaci Cassinesi per la loro poca cura, poiché essi erano sempre pronti alla riparazione dei danni procurati dal tempo; fino al 1814 cercarono di portare ogni vantaggio per la cura del Santo luogo con le loro scarse risorse, pregando il Papa per un sostegno che servisse per gli innumerevoli restauri. Nel 1815 fu così  accordato un assegno perpetuo.
Un lavoro urgente era la realizzazione di una grande staffa in ferro con cui sostenere uno delle travi maestre della navata centrale, resa molto debole dal tempo; contemporaneamente sui tetti, per la sistemazione di canale e grondaie in rame, al fine di evitare infiltrazioni di acqua piovana, per una maggiore durata dello stesso, lavoravano dei muratori e stagnini.
Durante la notte del 15 luglio 1823, intorno alle ore quattro, cominciò a manifestarsi il primo focolaio; fu individuato da un buttero che si trovava nei prati attigui alla basilica intento al pascolo del bestiame; immediatamente egli corse ad avvisare gli occupanti della chiesa ed insieme cominciarono a sgomberare suppellettili e gli oggetti più preziosi, portandoli in un luogo sicuro e principalmente con affanno corsero a suonare le campane a martello per segnalare l’incendio. I padri Cassinesi, che in estate risiedevano nel monastero di San Callisto, avvertiti della disgrazia, corsero alla basilica arrivando verso le nove della mattina, trovandola ormai in preda alle fiamme.
Il fattore della basilica entrò nel tempio, dove la facciata ed il portico sembravano salvi e vide due travi interamente avvolte dal fuoco; nel giro di due ore le fiamme erano arrivate all’arco restaurato da Galla Placidia; finalmente, in quel momento giunsero i pompieri romani, ancora poco ed altre tre travi si sarebbero incendiate. Guidati dal comandante Giuseppe Origo e dal capitano Bellotti, la colonna dei soccorsi partì dalla sede di piazza Sant’Ignazio con tre carri con cavalli; due di essi trasportavano le pompe da incendio mentre il terzo fu pesantemente caricato con diversi attrezzi adatti all’intervento. Sul luogo del disastro i pompieri trovarono i dragoni pontifici, che più di tanto non potevano fare per scagionare tale rovina. Il signor Battisti, fattore del complesso religioso, andò incontro ai pompieri facendogli vedere i punti dove il fuoco era ancora pericolosamente attivo, con la possibilità di propagarsi; essi entrarono dalla cucina e man mano salirono verso il tetto dove tagliarono la continuità delle fiamme; così facendo, la sagrestia ed il monastero dei padri Cassinesi furono risparmiati dalle fiamme del rogo provocato dalla negligenza di uno stagnino che, dopo aver sistemato le grondaie del tetto della navata centrale, dimenticò acceso il fuoco che aveva usato per il proprio lavoro.

 

Incendio della Basilica di San Paolo (Ascanio di Brazzà)

A chi visse quell’esperienza parve di vedere il Vesuvio in eruzione; le fiamme prepotenti, visibili da lunga distanza si allungavano verso il cielo oscuro della notte, facendo intuire l’entità dell’immensa disgrazia.
Nessuno osava inoltrarsi nel Sacro tempio poiché enormi massi e smisurate travi già crollate ed altre pericolanti,  incutevano terrore per la minaccia di un imminente collasso.
La porta principale che fu donata dal Console romano Pantaleone di Amalfi e fatta arrivare da Costantinopoli, composta di robusto e massiccio legno ricoperto in fusione con bronzo e argento, fu danneggiata nell’incendio; i preziosi metalli che la adornavano fusero completamente facendo rimanere a nudo l’interno di legno (una parte è ora conservata nel chiostro del Santuario); della navata centrale della basilica, che con le sue quaranta colonne offriva all’occhio di chi entrava una magnifica veduta, dopo questa rovinosa disgrazia non rimaneva che cumuli di materiali in frantumi, colmando la vista di tristezza.
Qua e là qualche pezzo di muro rimase ancora in piedi e gli archi anneriti mostravano i segni della sofferenza. I pompieri che provvedevano allo spegnimento di piccoli focolai ancora attivi, muovendosi tra la confusione di calcinacci, capitelli ridotti in frantumi, colonne sdraiate per terra, candelabri anneriti e distorti, sacre immagini rese irriconoscibili, dipinti completamente bruciati, rimasero sconcertati da tanta violenza e rattristati da tanta desolazione. (1)

MATANIAINCENDIOBASILICADISANPAOLO1889 x articolo
Incendio e rovine della Basilica di San Paolo (Matania-1889)
Rovine della Basilica di San Paolo (Luigi Rossini 1790-1857)

Tuttavia non possiamo fare a meno di dire che in tale circostanza si distinse in particolar modo il Marchese Origo, comandante dei pompieri di Roma, il quale non risparmiò impegno e fatica al fine di riuscire nel desiderato intento.
Nel 1887, durante la ricostruzione della basilica, una compagnia di vigili comandata dal Cav. Vincenzo Gigli, ebbe l’incarico di innalzare le colonne della navata centrale; essi con una ben organizzata manovra che durò pochi minuti eressero la prima colonna, facendo rimanere meravigliati coloro che erano accorsi ad assistere tale ardito lavoro.
Il benemerito corpo che accorse sempre volenteroso tra fiamme e inondazioni, contribuì anche, con la sua opera, alla ricostruzione e alla decorazione dei più insigni monumenti della nostra città.
(2)

.

Per il GSVVFRoma
Enrico Branchesi – Claudio Gioacchini

(1) S. Paolo di Roma, – G. Marocchi 1823

(2) Benfenati, 1895

.

Author: enri