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Terremoto del Belice – 1968

 

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TERREMOTO DEL BELICE

14 GENNAIO – 31 MARZO 1968

 

14 gennaio 1968, alcune scosse di terremoto fecero tremare la terra di Sicilia.
La Valle del Belice durante la notte, fu colpita da un evento sismico. Alle ore 2:25 una scossa violentissima e ancor più forte alle 3.03 raggiungendo il X° della scala Mercalli; epicentro diviso tra i comuni di Salemi, Gibellina, Salaparuta, Montevago, e Poggioreale. La realtà fu presto manifestata nella terribile verità e con i primi soccorsi si poté constatare che il sisma era stato più crudele di quanto si potesse immaginare. Le dimensioni della tragedia furono immani.
L’accorrere della protezione civile e dei Vigili del Fuoco, che ebbero il ruolo di protagonisti data la loro preparazione professionale nelle molteplici calamità, portò al salvataggio di decine e decine di vite. L’ordine immediato della Direzione Generale era di far affluire nelle zone terremotate il più ampio contingente di mezzi e uomini, sia dai vari Comandi provinciali sia dalle Scuole Centrali Antincendi.
Il comando delle operazioni venne affidato all’Ing. Riccardo Sorrentino, Ispettore Generale della VIII zona, in suo aiuto per esigenze organizzative ed operative, l’Ing. Fabio Rosati, comandante dei Vigili di Roma.
A Trapani veniva costituita la Direzione operativa, così come un ponte aereo con Roma: mediante venti vagoni volanti C-119 tra l’aeroporto di Ciampino e l’aeroporto di Birgi, il giorno successivo giungevano i primi rinforzi costituiti da centoventi vigili del nucleo centrale e seicentoventisette allievi vigili ausiliari dalle Scuole Centrali.
Per mare, provenienti da Civitavecchia, la Colonna Mobile Centrale comandata dell’Ing. Silvestrini, con centoventidue uomini tra graduati e vigili, completi di tutti i mezzi idonei al soccorso, giunsero a Trapani.
Arrivarono ancora nei giorni successivi altri contingenti provenienti da altri porti, con uomini, mezzi e tutto ciò che sarebbe tornato necessario allo svolgimento dell’intervento, nonché di attrezzature logistiche.
Il servizio degli elicotteri effettuò 126 ore di volo coordinato dall’ufficiale pilota Coppi e dai piloti Enrico Rinaldo, Guido Jadarola e Gilebbi.
Unitamente a due elicotteri VVF di Modena e Roma, anche gli elicotteri della Marina Militare, dell’Aeronautica e dalla Guardia di Finanza. Ebbero largo impiego in special modo durante il primo periodo dei soccorsi, con i trasporti urgenti dei feriti verso gli ospedali di Trapani e Palermo.
Le successive scosse di entità minore ed in fase decrescente venivano chiamate dai geologi "code" o di assestamento, e che nessuna preoccupazione esisteva circa il ripetersi di altre scosse, anche se violente.
Passarono dieci giorni da quando il fenomeno tellurico si manifestò in tutta la sua violenza, seminando morte e distruzione.

Senonché il giorno venticinque dello stesso mese di gennaio, alle ore 10:57, mentre tutto il personale era impegnato in un intensa attività operativa, si verificò un nuovo movimento di grave violenza e di lunga durata.
Poco dopo giunsero notizie radio dai vai settori: le più allarmanti ed angosciose provenienti da Gibellina, dove si lamentavano numerosi feriti e vittime tra il nostro personale.
L’annuncio gravissimo venne confermato via radio dall’Ing. Rosati, si dispose l’accorrere di più soccorritori per Gibellina da altri comuni.
A breve si poterono accertare le vittime tra i nostri vigili con numerosi feriti, ma quattro persero la vita.
Questi luttuosi avvenimenti non poterono non incidere sullo stato d’animo dei vigili già fisicamente provati dal lavoro protrattosi senza sosta per dieci lunghi giorni e in condizioni di vita disagiata, sul ritmo intermittente delle scosse e sotto l’incubo continuo dei crolli.
Così alla stanchezza fisica si aggiunse il dolore per i compagni caduti, oltre ad uno stato d’ansia per quanto ancora poteva accadere.
Quattro nuovi nomi vennero incisi sui marmi dei caduti nel Sacrario delle Scuole Centrali:

Brigadiere Alessio Mauceri, di anni 53, del Comando Provinciale VVF. di Palermo

Vigile in servizio discontinuo Giovanni Nuccio, di anni 28, del Comando Provinciale VVF di Palermo

Vigile temporaneo Savio Semprini, di anni 30, del Comando Provinciale di Modena

Allievo Vigile Ausiliario Giovanni Carturan di anni 20, in servizio di leva presso le Scuole Centrali Antincendi

Vite travolte proprio dove nei giorni scorsi si erano prodigate a salvare vite e beni altrui, e dove il giorno venticinque erano intenti a svolgere le mansioni a loro affidate fra case diroccate e muri pericolanti, smassamento di macerie, riapertura di strade, demolizioni, ricerca delle salme, recupero di preziosi, oggetti d’arte e masserizzie di ogni genere.
L’ago del sismografo arrivò all’VIII° della scala Mercalli, per Gibellina fù fatale: si verificarono numerosi crolli di muri perimetrali gia lesionati dal precedente sisma e il Brigadiere Mauceri con il vigile Nuccio e con il Carabiniere Nicolò Cannella trovaro una morte istantanea sotto un violento peso di macerie in Corso Umberto, poco lontano in via Calvario, in simili circostanze rimaneva vittima l’allievo vigile Carturan, il destino per il vigile Semprini riservò una fine ancora più drammatica, avrebbe potuto salvarsi, se nel fuggire da tale pericolo non avesse trivato la strada sbarrata da un autovettura messa di traverso: fu schiacciato tra la vettura e il muro che in quel momento crollava.

La partecipazione del Paese fu molto sentita al lutto del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco; un solenne rito funebre venne celebrato nel Sacrario dei Caduti presso le Scuole Centrali Antincendi. I feretri, avvolti nel tricolore, erano stati trasferiti dalla Sicilia a Roma con un aereo speciale e a rendere l’estremo omaggio agli eroici vigili vi erano i familiari delle vittime, il Presidente della Repubblica, il Capo del Governo, il Ministro dell’Interno, le più alte autorità civili e militari, plotoni di Vigili del Fuoco e dell’Esercito resero gli onori.
Fu un rito suggestivo e solenne, dando la misura non solo del profondo cordoglio e dell’omaggio alla memoria tributato ai caduti dai più qualificati rappresentanti del popolo italiano, ma anche dei sentimenti di gratitudine delle popolazioni beneficiarie in ogni occasione, anche a prezzo di gravi tragedie, dagli appartenenti al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

-   da i quaderni di protezione civile

– per il GSVVFRoma  Enrico Branchesi e Claudio Gioacchini

                                                                                                                                                                                               FOTO IN ALLESTIMENTO

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L’8 settembre dei Vigili del Fuoco di Frascati – 1943

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L’ 8 SETTEMBRE DEI VIGILI DEL FUOCO DI FRASCATI

di Enrico Branchesi

 

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Vigile del Fuoco porta in salvo una donna estratta dalle macerie.

In quel periodo nulla faceva presagire il disastro che seguì. Italia e Germania entrarono in guerra contro la potenza anglo-americana.
Già dal gennaio 1942 nella città di Frascati ci fu un primo insediamento di truppe tedesche, con sede a Villa Campitelli, l’anno trascorse per gli ospiti forestieri ed i nostri Vigili continuarono il loro lavoro come del resto tutti i frascatani.
Intanto proprio per esigenze belliche il distaccamento fu rinforzato da personale volontario del Nord Italia richiamato in servizio ed inviato nei corpi che necessitavano di maggior personale.
Il 5 settembre dello stesso anno 1942, durante un intervento di un incendio ad un laboratorio pirotecnico, un vigile dell’85° Corpo Vigili del Fuoco “Trento”, Giorgio Ermanno Melchiori, fu investito da una violenta esplosione, trovandovi la morte.
Tragica sorte che gioca spesso con il destino di ognuno di noi specie quando si “vive pericolosamente” come era caro dire ai pompieri del tempo. Altre città italiane erano intanto prese di mira dai bombardieri alleati che seminavano morte e distruzione. Tuttavia Roma ed il suo hinterland sembrava fossero protette dalle incursioni per la presenza del pontefice.
L’illusione svanì invece il 19 luglio del 1943, giorno di un’amara e triste realtà per Roma che sentì per la prima, ma purtroppo non ultima volta, il sibilo delle bombe in caduta, quel grido che fa orrore. Il quartiere di San Lorenzo venne centrato dagli ordigni americani, palazzi divennero enormi cumuli di macerie.
I vigili di Roma lavorarono per giorni e giorni nella speranza di salvare ancora delle vite umane sepolte dai crolli.
Ma il tempo correva, Mussolini che si trovava quel giorno a Feltre per incontrare Hitler nella vana speranza di sganciarsi dal conflitto, fu colto da imbarazzo incredibile e l’evento accellerò la congiura ordita da Grandi e dagli altri membri del Gran Consiglio del fascismo. Il 25 luglio il Re Vittorio Emanuele III, trovando finalmente un valido pretesto, si sbarazzò dell’ingombrante primo ministro. Il regime crollava sotto i colpi dei suoi stessi rappresentanti e il fascismo implodeva su se stesso clamorosamente.
Ai giorni del governo Badoglio seguì da lì a poco il drammatico 8 settembre 1943, per i cittadini di Frascati, da ricordare e dimenticare nello stesso tempo. Tutti sanno che quel giorno nei cieli della città, mentre l’Italia crollava nel caos alla notizia dell’armistizio, passarono i B17, le fortezze volanti statunitensi, sganciando, intorno le ore 12, circa 1300 bombe. L’armistizio era stato già firmato da giorni e sarebbe stato annunciato la sera stessa.

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Piazza S. Pietro, pomeriggio 8 settembre

Obiettivo ufficiale della missione era il Comando germanico che il Maresciallo Kesserling aveva posto nella città di Frascati. Curioso personaggio, militare inflessibile, stimato dai suoi avversari che lo chiamavano “il sorridente Albert” per via di una sorta di paresi alla muscolatura facciale. Uomo fermo e gelido ma che non esitava a passeggiare per la città senza mancare di riservare cortesie ed effusioni agli abitanti della città. Condusse la guerra in Italia con forza e non meno fermezza impose nella lotta ai partigiani.
Comunque nell’incursione persero la vita circa 500 civili e 200 militari tedeschi, e metà degli edifici furono distrutti.

 

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Militari italiani e tedeschi, Piazza del Gesù

 

Per i locali Vigili del Fuoco il lavoro non mancava davvero, nonostante fossero pochi e non sapessero da dove cominciare, innumerevoli furono i salvataggi da loro portati a termine. Persone che chiedevano aiuto in ogni angolo, incastrate da travi di tetti o semicoperte dalle macerie e situazioni allucinanti, tanto che aiuti arrivarono anche dai colleghi del vicino distaccamento di Marino.
Anche da Roma partirono in molti con automezzi ed attrezzature, ma da parte dei tedeschi ci furono impedimenti nel proseguire la marcia dei soccorsi che arrivarono solo dopo qualche giorno. Ma il loro ardimento era alto, vista anche la precedente esperienza con il bombardamento del 19 luglio sulla capitale.
Per le vie della città la gente pareva smarrita, alla ricerca di parenti ed amici, per tanti ci fu l’amarezza di non ritrovare la propria casa, lacrime e grida di disperazione s’udivano in ogni strada.
I vigili del locale presidio di via Matteotti, come i civili, subirono la violenza delle bombe, vennero sorpresi all’interno della caserma, alcune testimonianze dicono che i poveretti resi inermi da quel frastuono assordante e dalle mura che tremavano, impossibilitati ad uscire per rifugiarsi, si raggrupparono abbracciati tutti insieme, stringendosi tra loro nell’ angolo più sicuro della loro caserma.
Superarono l’incursione senza conseguenze, in quanto la struttura fu danneggiata nel lato opposto ai locali da loro occupati. Una volta ripresi dallo smarrimento, uscirono di corsa in strada per constatare l’avvenuto, vagliando velocemente i danni per il successivo soccorso.

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In questo scatto si nota il danno prodotto nel retro della struttura della scuola dall’incursione, come citato nel testo.

Di lì a pochi giorni, il 23 settembre, il comando tedesco si trasferì da Frascati verso il monte Soratte, e durante la ritirata i militari germanici portarono via forzatamente i mezzi di soccorso. 

I vigili davanti alla minaccia delle armi rimasero inermi ed umiliati ………

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Tratto da “I Pompieri nel Comune Tuscolano”

di Enrico Branchesi – 2011

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I sommozzatori del 1° Corpo di Roma – 1955

LUGLIO 1955: UNA RICERCA PARTICOLARE PER I SOMMOZZATORI DEL 1° CORPO DI ROMA

Di Alessandro Fiorillo

12 luglio 1955, un giorno come tanti della calda estate romana. Sulle rive del Lago di Albano (località “Culla del Lago”), a Castelgandolfo (nota per essere la residenza estiva del Papa), venne fatto un macabro ritrovamento: ricoperto da un tappeto di fogli di giornali, recanti la data del 5 luglio, fu trovato il cadavere nudo di una donna, senza testa e con un unico elemento in grado di far risalire alla sua identità, un orologino da polso marca Zeus, che l’assassino si dimenticò di occultare (1).

Per una particolare operazione di ricerca subacquea venne richiesto l’intervento dei vigili del fuoco del 1° Corpo di Roma, che immediatamente inviarono sul posto una squadra di sommozzatori e nuotatori guidati dall’Ing. Marticari (2). L’oggetto della ricerca fu la testa della povera donna, brutalmente uccisa qualche giorno prima con sette coltellate. L’omicidio avvenne nello stesso luogo del ritrovamento del corpo, si pensava pertanto che la testa poteva esser stata gettata in acqua. L’esplorazione fu particolarmente difficile per la natura vulcanica del lago, che presentava un fondale che sprofondava rapidamente ed era ricoperto quasi totalmente di alghe. S’immersero due vigili sommozzatori, equipaggiati con apparecchio ad ossigeno, mentre i vigili nuotatori, muniti di pinne, maschera e di semplice tubo respiratore, scesero in apnea non oltre i sette metri di profondità, limite della visibilità. In due giorni di ricerche si ebbe un accuratissimo esame di un gran tratto costiero, esplorato fino ad una profondità di 20-25 metri, senza avere però la possibilità di scendere oltre. Utilissima per tutta la durata dell’intervento fu un imbarcazione leggera in duralluminio, munita di motore fuori bordo Evinrude da 35 HP, che da poco tempo era in dotazione al 1° Corpo di Roma.

Tutte le fasi delfoto 1 (FILEminimizer)le ricerche furofoto 2 (FILEminimizer)no attentamente seguite dagli investigatori, dalla stampa e dal pubblico, partifoto 3 (FILEminimizer)colarmente colpito dall’efferatezza del delitto. La testa della povera donna non fu mai ritrovata. Si risalì però alla sua identità grazie all’orologio da polso (prodotto in appena 150 esemplari, il che facilitò le indagini): si trattava di una domestica siciliana che lavorava a Roma, Antonietta Longo, di 30 anni. Il giorno prima della sua morte ai genitori arrivò una missiva, spedita da Antonietta il 1 luglio, che così recitava: “Siate felici per me, sto per sposarmi con un uomo perbene. Arriverò in paese con lui a breve. Se Dio vuole presto vi darò un nipotino”. Il caso di Antonietta Longo è ancora oggi un caso irrisolto.

NOTE:

(1) Il ritrovamento del corpo, in realtà, avvenne 2 giorni prima ad opera di due uomini che soltanto 48 ore dopo si decisero ad avvisare i Carabinieri.

(2) Nello specifico furono inviati 2 vigili sommozzatori e 10 vigili nuotatori che proprio in quei giorni stavano effettuando un corso di nuoto per salvamento, di cui era istruttore era il Vice Brigadiere Federico D’Andrea.

Bibliografia:

Antincendio, (VII) 8, agosto 1955, p. 469.

http://www.loccidentale.it/node/93154

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Incendio ai Mercati Generali 1943

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INCENDIO AI MERCATI GENERALI

1943,
il nostro bel paese si trovava in piena crisi, una data che ci ricorda subito l’ultima guerra, erano passati pochi giorni da quando gli alleati conquistarono la Sicilia con l’intento di avanzare verso nord costringendo il Regno d’Italia alla resa, cercando di provocarne la fuoriuscita dell’Asse. Queste operazioni portarono morte e distruzione in molte città Italiane, gli Anglo-Americani pur di cacciare l’invasore tedesco non esitavano a bombardare ogni punto cruciale; i loro quartier generali, obbiettivi sensibili come scali ferroviari, porti, aeroporti e strade di collegamento importanti. Per i vigili del fuoco ci fu gran lavoro, il più straziante era il recuperare le vittime rimaste sotto le macerie, spegnimento di incendi, messa in sicurezza di stabili pericolanti ecc. Nonostante tutto questo vi erano sempre gli interventi ordinari, quelli che purtroppo accadono ancora oggi, si va dal banale danno d’acqua all’incendio di vaste proporzioni.

Ed è proprio di un incendio impegnativo che questa ricerca racconterà. Era il 16 giugno del 1943, in via Genova di turno al centralino il vigile Monti, alle 18:30 dopo aver risposto al telefono e dato l’allarme, notifica un incendio presso i mercati generali tra via Ostiense e via Francesco Negri, sembrava bruciassero dei banali legnami. Non essendo stata specificata la gravità del sinistro venivano inviate semplicemente, la I celere e la I ordinaria. (La celere si intende un piccolo autocarro veloce, attrezzato per la preparazione dell’intervento all’arrivo della partenza ordinaria, se di importate rilevanza) In questo caso veniva accertato che si trattava di un incendio nella zona centrale di un grande reparto all’interno dei mercati generali, confinante con via Francesco Negri. All’ arrivo dei vigili l’incendio aveva già assunto vaste proporzioni, facilitato dalla grande abbondanza di materiali infiammabili. Nelle immediate vicinanze del rogo non erano presenti idranti, l’incendio necessitava di una grande quantità di acqua. Immediatamente vennero richiesti alla caserma centrale l’invio di tutte le autobotti disponibili coinvolgendo anb 001ca 001he quelle del servizio comunale, nonché di altre partenze dalla vicina sede Ostiense. Sul posto a dirigere le operazioni in primo momento vi erano gli Ufficiali Riccardo Calpini e l’Ing. Oriani, successivamente assumeva la direzione dell’intervento l’Ing. D’Acierno. Diffusasi la notizia in tutta Roma, anche il Direttore Generale dei Servizi Antincendi Alberto Giombini, si intrattenne lungamente sul luogo dell’incendio. Nel frattempo che le fiamme continuavano ad alimentarsi aiutate dal forte vento, i vigili tentavano di arginare il fuoco con miseri getti d’acqua provenienti da alcune cassette per l’innaffiamento esistenti nel mercato. Il personale della I orinaria provvide allo stendimento di una lunga condotta da 70 mm attaccata ad un lontano idrate sulla via Ostiense, anche qui i risultati furono scarsi, all’erogazione l’acqua usciva con una minima pressione. Ormai in quella zona più o meno circoscritta vi era un gran fervore, il fuoco minaccioso era sotto il tiro dei vigili che, anche se con poco materiale estinguente riuscivano appena ad arginarlo e ad arrestare il suo propagarsi. La prima autobotte mandata dalla centrale fece il suo arrivo, i vigili accorsi per primi poterono finalmente tirare un sollievo, mentre un primo e poderoso getto da 70mm andava a proteggere la parte estrema del reparto interessato, un punto dove anche la grande tettoia dello scalo ferroviario interno ai mercati poteva rimanerne coinvolta. Nel frattempo, e prima che fosse possibile disporre di getti di acqua da 70mm ad erogazione continua, il fuoco, negli altri reparti e proprio nel punto dove era iniziato il tutto divampava nuovamente e sempre più violento. Il forte vento di levante ed il materiale contenuto nei vari reparti interessati non fecero altro che accrescere la violenza del fuoco. Le autobotti richieste erano arrivate, portando con se la ragione della vittoria sul fuoco, e proprio quando i vigili ormai allo stremo delle proprie forze, dopo poco si ebbe la ragione definitiva del sinistro. Circoscritto il fuoco, iniziò il lungo lavoro per lo spegnimento di innumerevoli focolai, una bonifica che interessava sia l’interno dei mercati generali che l’esterno in via Francesco Negri.
Il lavoro si pote’ considerare concluso intorno alle ore 22:30, gli automezzi e gli uomini rientrarono nelle proprie sedi, ma venne lasciato sul posto fino alle ore 03.00 del mattino, una sola squadra di sorveglianza. Durante l’intervento ci fu una considerevole collaborazione da parte di alcune squadre antincendi del genio e dell’aeronautica. Vennero impiegati per l’intervento; la I celere, otto partenze ordinarie, dodici autobotti con 180 vigili, ventuno autobotti del comune provvedevano al rifornimento idrico. Furono versati sull’incendio circa 800 metri cubi di acqua, si consumarono 650 litri di benzina e 1450 litri di gasolio. Durante l’intervento ci fu anche il crollo parziale di un padiglione che travolse un militare del genio ed il vigile Boccalati Ludovico del corpo di Vercelli, i due soccorritori riportarono solo lievi ferite. E’ da tener presente che l’incendio pote’ assumere vaste proporzioni per l’assoluta mancanza di riserve d’acqua nell’interno dei mercati, per la scarsità e la distanza degli idranti dalla zona dei mercati stessi. Le cause dell’incendio rimasero ignote. I danni ammontarono a circa 2.000.000 di lire.

 

 

Dalla relazione del Geometra Calpini
del 16/06/1943 n° 7353                                                                                                             GSVVFRoma

E.B.

                                                                                                                                                                                                 ….

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Restauro a Sant’Ignazio di Loyola – 1962

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CHIESA  SANT’ IGNAZIO  DI  LOYOLA

RESTAURO  DEL  DIPINTO REFFIGURANTE LA FINTA CUPOLA

di Claudio Morganti

    C’è un episodio in cui i vigili del fuoco di Roma, hanno prestato la loro opera, per un’operazione volta alla recupero  e alla conservazione del patrimonio artistico  e culturale della  città. E’ accaduto nell’anno 1962, e si trattava di un’importante dipinto, conservato nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, inserita nell’omonima piazza, sede dei Padri Gesuiti. Di questo fatto non si è conservata nessuna memoria nella storiografia dei vigili di Roma, pertanto è stato dimenticato  dai più anziani, e completamente ignorato dai più giovani.
Ora, per cercare di colmare questa lacuna, affinché un tratto della nostra storia non vada perduta, su sollecito di un amico- meritoriamente impegnato nella ricerca di memorie mi accingo a parlarne, anche se sono trascorsi ormai 50 anni, poiché ne fui protagonista insieme a un’altra trentina di colleghi, guidati dal  nostro Comandante ing. Giuseppe Oriani. Premetto, e mi scuso per questo, che questo racconto potrebbe contenere qualche imperfezione o omissione, poiché vado a memoria , il tempo trascorso è molto, e spesso non aiuta i ricordi.
Secondo la storia, la chiesa fu’ costruita tra il 1625 e il 1680  in piena epoca Barocca, e nel progetto  iniziale era prevista una cupola, posta all’incrocio  tra la navata centrale e il transetto.
Però i denari erano finiti  e la cupola non si potette costruire.  Si decise all’ora  (forse in via provvisoria), di fare una cupola finta cioè, realizzare  un dipinto prospettico, in modo che l’osservatore, ponendosi in un punto preciso del pavimento,  avesse la sensazione di trovarsi sotto una vera cupola.  Intanto si era giunti nel  1710, e l’opera fu’ affidata  al  Padre Gesuita Andrea  Pozzo; famoso architetto e pittore dell’epoca, molto abile nelle  prospettive. (da vedere anche la volta a botte della navata centrale).
L’artista realizzò il dipinto su un telo circolare  con un diametro di 16 metri, tanto era il  tamburo su cui doveva poggiare la cupola in muratura.  Il  telo  fu’ sostenuto da  una robusta intelaiatura in legno, che per  ragioni di dimensioni e di peso venne diviso in tre parti, con  due tagli paralleli al diametro,  collegate sul posto  con chiavarde e staffature. La  sua posizione è ubicata a 20 metri dal pavimento. Passò il  tempo, la cupola  non venne più costruita, e il telo/cupola rimase al suo posto per circa 250 anni.  Durante tutto questo tempo,  la polvere, il fumo delle candele, la patina del tempo, e causa anche dell’ incendio di un baldacchino durante un funerale,  e altre cause. La pittura aveva perso la sua lucente freschezza e vivacità, il restauro s’era reso necessario ed urgente.
La tela , causa il tempo, s’era resa friabile; l’intelaiatura in legno era deteriorata  insieme a tutta la ferramenta di staffaggio, inoltre era pesantissima.  Sganciarla dai vincoli murari calarla a terra senza  danneggiarla era un’impresa che avrebbe preoccupato chiunque.  Io non so’ come sia avvenuto, e quali siano stati i motivi, ma l’incarico di svolgere quel compito fu’  assunto dal nostro Comandante: l’ing. Oriani. Un valente Comandante che  ricordo con ammirazione, tra tante cose, fece costruire lo stabilimento balneare di Torvajanica, nel 1963.
Sul luogo venne costruito un traliccio circolare di 16 metri di diametro, per un’altezza di metri 1,20. (fig.1) Furono collocate 16 carrucole di rinvio, lungo il perimetro, facenti capo ad altri verricelli a manovella, collocati su un muretto di rialzo  al di sopra del telo da tirare giù. Il traliccio fu’ sollevato con movimento lento e simultaneo dei verricelli, fino ad appoggiarlo sotto il telo dipinto. Previa imbottitura, onde evitare il contatto diretto del ferro con la tela, per non rischiare di rovinarla.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     (fig. 2 lato A)  Il dipinto ormai poggiante sul traliccio, liberato dai vincoli della muratura, fu’ calato a terra con un movimento inverso dei verricelli. Fu’ smontato e trasportato in laboratorio dai tecnici del restauro.
Il movimento dei verricelli fu’ eseguito dai vigili del fuoco del comando di Roma, sotto l’occhio vigile del Comandante.     Occorsero due vigili per ogni verricello, che operarono con sentimento tecnico e disciplina,  affinché il pesante traliccio  si sollevasse perfettamente in piano, senza squilibri o posizioni fuori piano che  potevano causare pericolose oscillazioni.  Per questo, uno di noi scandiva con il megafono i giri delle manovelle,  onde evitare i suddetti pericoli.  Fu’ una bella faticaccia, nonostante il rapporto con vite senza fine, la manovella del verricello era molto dura a girarsi;  in due persone ce la facevamo appena.    Per sollevarlo ad altezza dovuta, circa 20/25 metri, occorsero quattro/cinque ore di lavoro, i vigili le impiegarono con devozione, sacrificando  anche il tempo libero.
Dopo qualche mese, terminato il  restauro, il dipinto fu’ agganciato sotto  il traliccio e tirato  nuovamente su, col il già descritto movimento dei verricelli , e sistemato nella sua sede originale.
Con questa operazione il traliccio è divenuto il supporto permanente del quadro/cupola, FIG. 2 lato B, pronto ad  essere di nuovo calato ogni volta che se ne presentasse la necessità.
Quel dipinto, ritornato a nuova vita dopo il restauro, (fig. 3) è ora visibile a chiunque voglia ammirarne la sua bellezza, recandosi in quella chiesa, senza trascurare il cuore della sua storia, resa possibile anche nell’anima dei vigili del fuoco di Roma.
Nella (fig. 4) e’ visibile un modellino in gesso dell’epoca di come avrebbe dovuta essere la cupola se fosse stata costruita

fig.1

 

                                  

                                  
fig. 2

 

 

 

 

 

fig. 3

 

 

fig. 4

 

 

 

 

 

 

I vigili di Roma intenti alle operazioni.

 

 

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L’Associazione Nazionale Nastro Tircolore

                                                                                                                                                                                                                                                                                                .

L’Associazione Nazionale Nastro Tricolore

di Alessandro Mella

 

Un ringraziamento speciale a: Antonio Bianco, Alessandra Rutigliano ed agli amici del Gruppo Storico VVF Roma

 

 

Il valore civile

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Molte delle onorificenze e degli ordini cavallereschi europei hanno origini piuttosto antiche. All’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861, la nazione appena unificata ereditò gran parte del sistema premiale dell’ormai ex Regno di Sardegna. Tra gli ordini e le onorificenze vi erano le medaglie concesse al valore civile. Fu nel 1851, il 30 di aprile, che il Re Vittorio Emanuele II le istituì la prima volta per colmare un vuoto ormai fortemente sentito[1]. Il suo regno, infatti, disponeva dei valori militari e dell’Ordine militare di Savoia (d’Italia dal dopoguerra) per premiare i soldati ed ufficiali che si erano dimostrati particolarmente meritevoli in azioni di carattere bellico e militare ma non aveva alcuna specifica decorazione che potesse gratificare coloro i quali si erano resi protagonisti di gesta straordinarie nella quotidiana vita del paese. Nacque con questo spirito il concetto di “valore civile” che dal Piemonte fu poi esteso a tutta Italia all’indomani della sospirata unificazione nazionale. Al termine del secondo conflitto mondiale anche il sistema premiale italiano fu gradualmente modificato ed armonizzato dalle istituzioni della Repubblica Italiana. A tal fine anche le ricompense al valore civile furono oggetto di una accurata rivisitazione con la legge 13 del 2 gennaio 1958. Il fine era quello di "premiare atti di eccezionale coraggio che manifestano preclara virtù civica e per segnalarne gli autori come degni di pubblico onore" siano essi compiuti sia da singole persone che da reparti militari, enti, corpi ed istituzioni che avessero esposto coscientemente la propria vita a pericolo certo nel compiere l’atto meritorio. Tra questi, secondo la normativa, spiccavano: salvare persone esposte ad imminente e grave pericolo; impedire o diminuire il danno di un grave disastro pubblico o privato; ristabilire l’ordine pubblico, ove fosse gravemente turbato, e mantenere forza alla legge; arrestare o partecipare all’arresto di malfattori; compiere atti finalizzati al progresso della scienza o in genere al bene dell’umanità e tenere alti il nome ed il prestigio della Patria. Proprio per questo furono quindi istituite le medaglie d’oro, d’argento e di bronzo al valore civile e l’attestato di pubblica benemerenza. Le prime tre concesse dal Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell’Interno e l’ultimo direttamente da questi. Di norma, a meno che l’evento abbia i caratteri dell’atto coraggioso la risonanza nella pubblica opinione tali da permettere al Presidente una concessione diretta, la proposta viene vagliata da un apposita commissione comprendente un prefetto, un senatore, un deputato, due rappresentanti della Presidenza del Consiglio dei ministri, un generale dell’arma dei Carabinieri, un rappresentante della Fondazione Carnegie e un componente dell’amministrazione civile del Ministero dell’Interno[2].

 

L’Associazione Nastro Tricolore

Nel dopoguerra molti Vigili del Fuoco avevano ricevuto medaglie al valore civile a suo tempo meritate nel corso dei numerosi interventi di soccorso prestati nel conflitto appena terminato e non solo. Forse incuriositi dall’Associazione Nastro Azzurro (che allora come oggi raccoglieva i decorati al valore militare) alcuni pompieri decisero di fondare un sodalizio che potesse raccogliere attorno a se i decorati al valore civile, di tutti i corpi od amministrazioni dello stato o liberi cittadini, assumendo un nome che si ispirasse a sua volta al nastrino di quelle insegne. Con questo spirito nacque l’Associazione Nazionale Nastro Tricolore nell’ormai lontano 1958. In poco tempo l’organizzazione si guadagnò un vasto consenso al punto da ottenere il riconoscimento d’ente morale con il DPR 776 del 30 luglio 1966[3]. Molti nomi celebri aderirono di buon grado all’associazione e ci piace ricordare, tra i tanti, il celeberrimo comandante Stefano Gabotto che ne fu presidente ed accanito sostenitore ed il mai dimenticato maresciallo Mayer che le dedicò, quale segretario della medesima, tanta passione nel corso della sua lunga vita. Oggi ricopre la prestigiosa carica di presidente nazionale l’ing. Guido Parisi dirigente generale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Tra le finalità previste dallo statuto del sodalizio vi sono, oltre al riunire i decorati e parenti di decorati, la tutela della memoria dei caduti al valore civile e dei valori per i quali essi si sono sacrificati nonché l’assistenza agli iscritti ed alle loro famiglie. Proprio per questo nel corso degli ormai diversi decenni di attività esso si è occupato di numerose iniziative quali quella di promuovere l’intitolazione di vie e piazze a decorati caduti o la celebrazione della “Giornata del decorato[4]. Nel corso degli ultimi anni, dopo un periodo di grandi difficoltà legate anche al temporaneo passaggio della sede nazionale da Roma a Napoli, l’Associazione Nastro Tricolore ha ripreso con vivacità le proprie attività cercando di mantenere vivi i propri valori ed ideali anche attraverso un protocollo di intesa siglato con l’Associazione Vigili del Fuoco del Corpo Nazionale che ha permesso, tra l’altro, la partecipazione del medagliere a numerosi eventi di carattere civile e militare quali cerimonie e commemorazioni sempre con la scorta dei soci di quest’ultima contribuendo così ulteriormente a farne conoscere l’esistenza e soprattutto a mantenere vivi quei principi nobilissimi cui essa fa riferimento e che ne costituiscono l’irrinunciabile bagaglio etico e valoriale. Oggi il sodalizio affronta un momento certamente non facile dovuto al calo naturale dei propri iscritti poiché negli ultimi anni sono state limitatissime le concessioni di decorazioni al valore civile individuali a Vigili del Fuoco e soprattutto perché spesso ci sono difficoltà a raggiungere ed interessare quei decorati che non appartengono a tale categoria ma ad altri enti e corpi dello stato e che spesso ne sconoscono l’esistenza. Come se si fosse generata una curiosa tendenza a ritenere l’Associazione un poco settoriale e limitata a quel mondo (quello dei Vigili del Fuoco) che l’ha vista nascere e maggiormente vivacizzata nel corso degli anni. Una sorta d’equivoco che, grazie anche alle moderne tecnologie, forse si potrà sfatare con una finalizzata comunicazione che permetta a tutti di farne conoscere la natura assai variegata nonché le molte e preziose finalità. I valori, le idee e le speranze che da più di cinquant’anni la animano sono comuni ad ogni divisa, ogni uniforme ed ogni abito borghese e possono trovare sicuro rifugio, e soprattutto fertile terreno per crescere e germogliare, in ogni cuore. Ecco perché l’Associazione Nastro Tricolore continua e continuerà, seppur tra le mille difficoltà causate anche dal difficile momento storico ed economico europeo, a farsi promotrice di iniziative tese a perseguire tenacemente le proprie finalità con la speranza, sempre viva, che nuovi iscritti e nuovi simpatizzanti possano contribuire a garantirne la sopravvivenza anche nel nome dei generosi che un tempo la vollero, la fecero crescere e la difesero giorno dopo giorno.

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[1] http://www.quirinale.it/qrnw/statico/onorificenze/cennistorici/valorcivile.htm (19/02/2013).

[2] http://www.quirinale.it/qrnw/statico/onorificenze/ValorCivile/fonti_ValCivile_a.htm (19/02/2013).

[3] http://www.vigilfuoco.it/aspx/Notizia.aspx?codnews=11405 (19/02/2013).

[4] Mezzo secolo di pubblico onore, Guido Parisi, Obbiettivo Sicurezza numero 3 novembre 2008, p. 57.

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Operazione Shingle – 1944

Operazione Shingle 

I Vigili del Fuoco c’erano?

di Alessandro Mella  

“Avevo sperato di lanciare sulla spiaggia di Anzio un gatto selvatico, mentre invece mi ritrovo sulla riva con una balena arenata!”

WINSTON CHURCHILL

 

Premessa 

Nel Dicembre del 1943, Churchill e Roosevelt si erano incontrati per fare il punto della situazione del conflitto in corso. Tra i tanti punti all’ordine del giorno ci fu l’ideazione di uno sbarco in Italia allo scopo di alleggerire la pressione esercitata dal nemico sui reparti impegnati a sfondare la linea Gustav per puntare verso Roma, in quel momento ancora occupata dalla armate germaniche. L’idea, suggerita proprio dal Primo Ministro britannico, parve trovare gelida accoglienza tra le gerarchie militari come conferma un appunto del Gen. Lucas, a capo delle operazioni, relativo proprio al ruolo di Churchill nella vicenda:

« L’intera faccenda puzza di Gallipoli, ed evidentemente sulla panchina dell’allenatore c’è sempre lo stesso dilettante »

Ed è noto che nel 1918 i nemici degli inglesi, gli ottomani, ebbero la meglio. Tuttavia l’operazione scattò il 22 Gennaio

Carri armati Sherman sbarcano ad Anzio-1944

1944 quando, alle 02.45, le truppe angloamericane misero piede sulle coste laziali.  Tuttavia, com’è noto, l’operazione non ebbe gli esiti sperati poiché, anche causa di una serie di errori strategici degli Alleati, il Maresciallo Kesselring, ebbe tutto il tempo di organizzare la resistenza tedesca. Il consolidamento della testa di ponte dell’Asse inchiodò gli inglesi e gli americani per moltissime settimane, al punto che i 50 kmche dividono Anzio da Roma furono percorsi e conquistati faticosamente in ben 4 mesi. Gli alleati vi persero ben 42.000 uomini contro i 25.000 dei tedeschi e quello che doveva essere un colpo di mano audace ed ardito divenne una vera e propria campagna militare, al punto che lo sbarco, l’Operazione Shingle, passò poi alla storia come “Battaglia di Anzio” per via dei numerosi scontri e combattimenti che precedettero l’ingresso degli angloamericani a Roma il 4 Giugno 1944.

 

 

I Vigili del Fuoco e l’Operazione Shingle

 Avevo sentito varie volte parlare di una presenza dei Vigili del Fuoco italiani in quel delicato contesto, ma ne trovai una sola traccia nell’autorevole volume “Oltre il fuoco”, pubblicato nel 1991.. Nel libro, l’autore,  l’Ing. Nicola Colangelo, narrava di come le autorità del Governo Militare Alleato avessero avuto la falsa notizia che i servizi antincendi nei territori occupati fossero inefficienti ed inattivi. Fu per questo motivo che si scelse del personale del 54° Corpo Vigili del Fuoco “Napoli” per costituire un reparto speciale da impiegarsi al seguito delle armate angloamericane. Aggregati a reparti secondari della V Armata, gli uomini, al comando dell’Ing. Sinigaglia, furono imbarcati su una tipica nave da carico classe “Liberty” e, in vista dell’avanzata verso Roma, sbarcati nel Maggio del 1944 dietro alle linee di combattimento. Grande sorpresa ebbero giungendo nella Capitale, non senza incontrare il fuoco nemico, quando scoprirono che malgrado le difficoltà e le ruberie d’automezzi da parte dei tedeschi in fuga dalla città, il Corpo di Roma era perfettamente in grado di soccorrere la popolazione. Fu forse per questo motivo che la colonna non si fermò a Roma ma, come riporta il libro citato, proseguì, insieme ai reparti antincendio del Genio del Corpo Italiano di Liberazione, al seguito dei reparti inglesi ed americani fino a Bologna, nel corso della loro lunga, ma vittoriosa “Campagna d’Italia”.

Due scatti fotografici

 Per molto tempo non avevo dato molto spazio a queste vicende, proprio perché mi mancavano riferimenti precisi sulla faccenda che avrebbe meritato, ed indubbiamente merita, un approfondimento qualora un domani documenti e notizie su questa pagina di storia piuttosto affascinante venissero a galla. Tuttavia, tornai a pensarci e decisi di dedicarvi un breve articolo per merito di due scatti fotografici recentemente scoperti e che, molto probabilmente, ritraggono dei vigili di quel reparto. Innanzitutto, a giudicare dalla poca marzialità e del disordine nelle divise delle persone ritratte, le cui cravatte non erano uniformi ed i baveri delle camicie erano portati sopra il colletto della giubba, ritenni di poter collocare quelle immagini dopo il 1943. Precedentemente, tali pratiche erano infatti punite severamente. Le giacche erano delle modello 1940 con i bottoni di frutto e le fiammette senza fascio littorio usate dal Settembre 1943 in poi. Ma colpiva l’uso del basco in capo alle persone ritratte. Ovviamente non si trattava di militi del Battaglione Santa Barbara, sciolto molti mesi prima, e, dato l’abbigliamento, nemmeno di personale del servizio portuale. Eppure il basco suggeriva un impiego in mare, proprio come i casi già citati. Ad eccezione dei paracadutisti, l’uso del basco in Italia era prerogativa dei reparti “da sbarco”, d’impiego “anfibio” o, comunque, marittimo. L’aspetto di quegli uomini era particolare e suggeriva che la foto fosse stata scattata molto avanti rispetto all’inizio del conflitto. I volti, poi,

Le due foto, molto probabilmente ritraggono alcuni Vigili della colonna AMG a Napoli poco prima della partenza. Collezzione Fabio Calò

 

sembravano avere tratti somatici simili a quelli molto diffusi nell’Italia meridionale. Iniziai a chiedermi se potessero essere i componenti di quel reparto che sbarcò ad Anzio proprio nel 1944. Date, particolari e dettagli potevano davvero sposare quella possibilità. Difficile avere la certezza assoluta, ma un ulteriore elemento di sostegno a questa tesi venne da un amico napoletano che, dopo aver visto le due foto della collezione di Fabio Calò, mi dette una notizia. Secondo Luigi Castiello, infatti, le foto erano state scattate a Napoli, nel quartiere Chiaia, presso la Scuola Carlo Poerio, che egli ben conosce e che ospitò spesso i reparti dei Vigili del Fuoco nel periodo bellico e con ogni probabilità anche la Centuria del Battaglione Santa Barbara destinata di rinforzo a Napoli nel 1942. Giova ricordare che la colonna era stata creata dell’Allied Military Government  proprio nella splendida città partenopea! Un altro tassello andava al suo posto.

 

Conclusioni

Il ritrovamento delle fotografie oggetto di questo studio non basta certamente a chiarire al meglio l’affascinante vicenda che vedrebbe i pompieri nuovamente protagonisti della grande storia di questo paese. Tuttavia, costituisce un grande passo avanti e va dato merito al libro del Comandante Colangelo di aver dato, molti anni fa, le prime timide notizie sulla vicenda. La storia ha sempre tante pagine da scoprire e forse questa troverà presto nuova luce man mano che particolari e dettagli potranno emergere dalle nebbie del tempo.

Soldati della Wehrmacht presi prigionieri di guerra nel corso dei combattimenti sul litorale Laziale

L’autore desidera ringraziare Fabio Calò, Luigi Castiello e Marcello G. Novello. 

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Olimpiadi di Roma – 1960

OLIMPIADI di ROMA 1960
Affermazione prestigiosa dei Vigili del Fuoco

 

di Enrico Branchesi

NINO BENVENUTI

Ai XVII Giochi Olimpici, svoltisi a Roma, partecipò anche il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco con una nutrita squadra di atleti: cinque ginnasti, un pugile, due nuotatori e due pesisti.

Il pugile, era in servizio presso le Scuole Centrali Antincendi, gareggiava nella categoria dei pesi welter e riuscì ad imporsi guadagnando la medaglia d’oro. Si trattava del nostro carissimo Nino Benvenuti che sconfisse il sovietico Radonyak.
Benvenuti aveva già conquistato nel 1957 – 1959 il titolo di campione europeo, per la categoria welter pesante.

Paolo Galletti, il nuotatore, era un vigile del fuoco volontario nella città di Firenze e portò la maglia azzurra difendendo il primato italiano dei 400 metri stile libero.

Andrea Borgnis con Luciano De Genova scelsero la specialità atletica del sollevamento pesi. Borgnis, un milanese, della categoria massimi – leggeri, sollevò da terra, in sole tre prove, 407,5 Kg.
De Genova, iGiovanni Carminucci l biondo molto noto in atletica come una persona semplice e tenace, riuscì ad entrare in nazionale nonostante una brutta operazione al ginocchio sinistro.

Altra affermazione importante arrivò nella specialità della ginnastica artistica. I vigili che si impegnarono con la squadra che si cimentava in questa disciplina appartenevano ai comandi di Milano, Torino, Venezia, Genova e delle Scuole Centrali Antincendi di Roma.
La preparazione sportiva della ginnastica artistica richiese anni di lavoro per raggiungere una formidabile tecnica di allenamento.
Le gare di Roma furono le prime, dopo quelle di Los Angeles del 1932, in cui gli italiani, Neri e Guglielmetti, guadagnarono la medaglia d’oro sulle parallele e sul volteggio a cavallo. Nella competizione di Roma ’60 la medaglia d’argento venne conquistata da Giovanni Carminucci nelle parallele, il vigile rappresentò un’affermazione individuale di importantissimo rilievo.

Nella ginnastica a squadre i ginnasti del Corpo Nazionale portarono il loro contributo conquistando la medaglia di bronzo.
Le affermazioni in campo Olimpico della nostra Amministrazione furono merito di quei gruppi sportivi che seppero operare con diligenza e serietà favorendo proprio il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco anche curando appassionatamente la formazione dei propri atleti.

Al riguardo non possiamo dimenticare il nome del professor Enrico Massocco, Direttore Ginnico Sportivo delle Scuole Centrali Antincendi, che da molti anni si dedicava con entusiasmo alla preparazione ginnica, ottenendo risultati molto soddisfacenti dall’addestramento del vigile del fuoNino Benvenuti co, strettamente in sintonia con l’attività professionale e quotidiana che li distingue. Il metodo organizzativo del professore consisteva nel curare assiduamente la preparazione dei migliori atleti. La sua capacità di motivare le persone e la sua autorità contribuirono a portare alla realizzazione di una serie di brillanti successi nelle Olimpiadi di Roma e negli eventi sportivi dei decenni successivi.

Per tale competizione, Roma, venne presa d’assalto dai tanti appassionati delle varie discipline, la città vide aumentare in modo notevole il volume del traffico urbano, hotel e campeggi divennero praticamente stracolmi, quindi anche i pericoli ed i rischi aumentarono notevolmente. Per l’occasione venne istituito un nuovo servizio dai vigili del fuoco di Roma: le "pattuglie mobili".
Erano in tutto dieci squadre ciascuna formata da una campagnola e da un autopompa. Erano automezzi strettamente collegati via radio con la centrale di via Genova, ed una di queste squadre venne collocata nei pressi del villaggio olimpico.
Il comandante, Giuseppe Oriani, illustrò alla stampa tale servizio, divenuto operativo dal 20 agosto per poi terminare il14 settembre.
Le pattuglie erano così composte: cinque dei sette vigili prendevano posto sull’autopompa mentre gli altri due sulla campagnola con a bordo attrezzatura varia, come autoprotettori, una motopompa, tubi, estintori ecc.
La loro dislocazione non superava il raggio di sette – otto chilometri dalla centrale, i percorsi erano prevalentemente verso il centro, in modo da raggiungere con la massima rapidità il luogo del sinistro.
Con la temporanea assegnazione del personale dalle varie sedi preesistenti, alle nuove pattuglie mobili, il comando dei vigili del fuoco di Roma richiamò in servizio centocinquanta volontari, ragazzi che avevano già effettuato il servizio militare nel Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

Pattuglia mobile in servio nei pressi dello stadio Olimpico

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Soccorso Estremo – 1959

SOCCORSO ESTREMO

 

 

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Roma 23 aprile 1959, piazzale degli Eroi.

In un grande caseggiato al 4° piano, viveva la protagonista del fatto che per discrezione nomineremo con le sole le sue iniziali, G.P., allora trentatreenne e residente in quell’appartamento con il padre.

G.P. già da tempo soffriva di esaurimento nervoso tanto da dover essere curata in una clinica, al suo ritorno era apparentemente guarita, tuttavia bastò un sol litigio con il padre a far tornare quei malori avuti prima del ricovero in ospedale.

Il portiere del palazzo avvisato da inquilini sorprese la giovane donna sul terrazzo, tra l’altro pericolante, e dovette sudar sette camice per avvicinarla e riportarla giù, giunta sulla porta di casa si chiuse dentro e barricò la porta. Subito dopo si cominciarono a sentire dei forti rumori, vetri che si infrangevano, mobili che cadevano, tutto che si rompeva, la donna era in grave pericolo e minacciava il peggio. Nel frattempo i Vigili del Fuoco arrivarono prontamente sul posto celermente avvisati, alcuni si recarono subito sul pianerottolo delle scale nell’intento di sfondare la porta, un altro coraggioso vigile si calava esternamente dal piano superiore, pian piano per sorprendere la giovane ed immobilizzarla.

G.P. si accorse che la stavano chiudendo, senza pensarci troppo spalancò una finestra e si gettò a capofitto nel vuoto, altri vigili rimasti in strada sotto le finestre erano pronti con il telo rotondo ed un altro indirizzava un idrante sulle finestre come per tenerle chiuse dal muro d’acqua.

Fu una sorpresa per tutti, vedere la giovane spuntare all’improvviso, ma con riflessi sempre pronti il vigile con l’idrante indirizzò il getto d’acqua sotto di lei cercando di ammortizzarne la caduta e la prontezza dei ragazzi con il telo riuscì a scongiurare una tragedia quasi certa. Un impresa non facile, calcolando anche i mezzi e le attrezzature che si avevano a disposizione allora (rispetto a quelle di oggi!) ma come sempre l’estro del “Pompiere” venne premiato ed anche quella volta il premio fu quello di aver salvato una vita con un getto d’acqua. 

(tratto da un quotidiano del periodo)

 

La squadra che effettuò l’intervento

 

 

 

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San Lorenzo – il bombardamento del 19 luglio 1943

ROMA, 19 LUGLIO 1943: LA MORTE SCENDE DAL CIELO

 

di Alessandro Fiorillo

Sei giorni prima della caduta del fascismo, alle ore 11.08, dal cielo di Roma inizia a cadere l’inferno. I quartieri più colpiti saranno quelli di San Lorenzo e del Prenestino Labicano, oltre alla città universitaria, la stazione Termini, l’aeroporto Littorio e altre zone di Roma. Ai cosiddetti obiettivi sensibili si aggiunsero le case, i palazzi, le scuole, le chiese. Un giorno terrificante, caratterizzato da diverse incursioni, che si ripeterono nei giorni e nei mesi successivi.

I NUMERI DELL’INCURSIONE:

Dalle basi dell’Africa settentrionale, la mattina del 19 luglio 1943 si levarono in volo ben 662 bombardieri statunitensi, scortati da 268 caccia. Gli aerei volavano a ventimila piedi di quota, per evitare il fuoco nemico della contraerea italiana. Nel corso del bombardamento persero un solo velivolo, abbattuto nei pressi di Pratica di Mare. Un tentativo di contrasto dell’azione aerea alleata fu tentato da 38 caccia italiani, 3 dei quali furono abbattuti. In poco più di due ore d’incursione vennero sganciate circa 4000 bombe, per un totale di 1060 tonnellate di esplosivo.

LA CRONACA DELLA GIORNATA:

L’attacco aereo si sviluppò in sei ondate successive e colpì soprattutto gli scali ferroviari Littorio e San Lorenzo, e gli aeroporti Littorio e Ciampino. Gli obiettivi principali erano quelli che oggi diremmo “sensibili”, quali appunto le strutture ferroviarie ed aeroportuali necessarie per lo spostamento di truppe, merci e rifornimenti. Chiaramente si puntava a mettere in ginocchio le già provate strutture produttive e le reti di comunicazione del paese. Ma come ben sappiamo a fare le spese più tragiche dell’incursione aerea alleata saranno soprattutto gli abitanti del popolare quartiere di San Lorenzo, e quelli del quartiere Prenestino. Gli ordigni caddero su via dei Volsci, via dei Sabelli, via dei Sardi, via dei Marrucini, via dei Vestini, via degli Enotri, via degli Equi, piazzale Prenestino, via di Villa Serventi, via Casilina, e la lista è ancora molto lunga. I cortili, le loggette, i ballatoi e i luoghi di svago e socializzazione vengono sventrati dal fuoco distruttore delle bombe. In via dei Marsi venne colpita la “Casa dell’infanzia” di Maria Montessori. A via dei Latini due palazzi vennero completamente distrutti. In via dei Marrucini una bomba penetrò sino alla cantina dove si erano rifugiate diverse persone, in maggioranza donne e bambini. Ne morirono 97. I vigili del fuoco impiegarono sei giorni per tirare fuori i cadaveri. Anche l’orfanotrofio di via dei Sabelli venne colpito, e dopo trentasei ore di duro lavoro i vigili del fuoco estrarranno i cadaveri di 78 bambini e 6 suore. Il pastificio Pantanella, vicino a Porta Maggiore, bruciò per tre giorni prima che i vigili riuscirono a domarne completamente le fiamme. Lo stesso cimitero del Verano subì grandi devastazioni, con le tombe divelte e le salme dei defunti che si mescolarono ai cadaveri della gente, sorpresa dai bombardamenti, mentre si trovava al cimitero per pregare sui sepolcri dei loro cari. La Basilica patriarcale di San Lorenzo, una delle sette basiliche della tradizione giubilare, subì gravissimi danni. La lista dei danni è ancora lunghissima, come quella delle vittime, stimate in almeno 3000 persone che persero la vita in quel tragico giorno. Ma non si è mai riusciti a stimare con precisione il numero complessivo delle vittime, i resti di alcune delle quali non sono mai stati ritrovati. Nell’ambito dei tragici avvenimenti di quel giorno riporto queste brevi riflessioni del figlio di un sopravvissuto al bombardamento, il sig. Maurizio Fedele, residente al quartiere Prenestino-Labicano:

"Mio padre – che è un genitore modello e (ci tengo a dire) ha voluto per me un’educazione cristiana (…) ha perso la fede in Dio per una tragedia di guerra: il bombardamento della Chiesa di S. Elena a Ponte Casilino, dove nel ’43 morirono centinaia di fedeli lì riuniti in preghiera."

Un ulteriore carico di orrore emerge dalle parole del sig. Franco Ergasti, altro sopravvissuto dei bombardamenti, sepolto dalle macerie e salvato da un soccorritore:

Non lo hanno mai voluto raccontare, ma quei piloti si divertivano a sparare sui bambini e sui civili che scappavano. Sulla linea dritta della Tiburtina si abbassavano e sparavano. Andate a vedere sugli alberi di piazzale del Verano, quelli più vecchi. Ci sono ancora i fori dei proiettili”.

Non serve aggiungere altro, bastano queste testimonianze per ricordarci ancora che le guerre riescono a tirar fuori soltanto il peggio dall’animo umano, in evidente contrasto con quelle istanze di solidarietà e altruismo che quel giorno videro protagonisti, ancora una volta, i vigili del fuoco.

Nel corso dei lavori e della sistemazione dei locali che oggi ospitano il Museo storico dei vigili del fuoco di Roma, è stata ritrovata, abbandonata e dimenticata (1), una lista originale scritta con calligrafia chiara e precisa da un vigile del fuoco di quegli anni, probabilmente nell’atto di riordinare le sequenze relative al numero e ai dati degli interventi effettuati in quel giorno. Una lista molto lunga, a testimonianza della tragicità degli eventi e all’eccezionale quantità di lavoro che dovettero affrontare e fronteggiare i vigili del fuoco.

Nella lista vengono citati gli indirizzi nei quali si è intervenuti, con le rispettive autovetture e squadre giunte sul posto. Vediamo ad esempio che il Carro crollo della Centrale venne inviato in un non meglio precisato Stabilimento ausiliario di via Principe Amedeo. Alla stazione Portonaccio giunse la terza partenza Centrale, la terza partenza Salaria e un l’autobotte tuscolana (probabilmente erano attivi dei presidi mobili sparsi per la città, in considerazione del periodo particolarmente critico a causa dell’evento bellico in corso). Alla città universitaria venne inviata la prima partenza Trionfale e all’Aereoporto Littorio una non meglio specificata seconda partenza, un autobotte Salaria e 2 autobotti Governatorato. Un Isotta Fraschini venne inviata in via di Tor Pignattara, e in via Prenestina giunse un “1100 trasporto acqua potabile”. La lista continua, molto lunga e molto interessante. Le squadre dei castelli fronteggiarono la situazione all’aeroporto di Ciampino, dove giunsero la prima partenza Marino e la prima partenza Albano. Alla Scuola Cavalleria di Tor di Quinto giunse l’ “Autopompa 626 Trionfale”. Venne colpito anche il “Centro Chimico Militare”, probabilmente all’interno della città universitaria, dove fu inviata la seconda celere Centrale. A Largo dei Volsci giunse anche un “Unità Rieti” più altri “uomini” delle unità di Frosinone e Viterbo. Il “Carro crollo” con 50 uomini della “Caserma Collazia” fu impegnato nel quadrilatero compreso tra Via dei Marrucini, via degli Equi, via dei Latini e Piazzale Prenestino.

La lista continua ancora, e sicuramente ci sono altri spunti interessanti da approfondire. Questo vero e proprio documento inedito è tornato alla luce negli ex sotterranei del distaccamento di Ostiense, oggi sede del Museo storico, a ricordarci l’orrore di una delle più funeste giornate della storia di Roma, in uno dei più difficili momenti dove i vigili del fuoco della città sono stati mobilitati al completo, per fronteggiare, come era già accaduto ai colleghi di Milano, Torino e diverse altre città d’Italia, le terribili conseguenze di un violento e distruttivo bombardamento. Un ultimo dato interessante che emerge dalla lista, è l’informazione riportata sulla stessa secondo la quale alle 23.34 vi fu un altro allarme e nuovi bombardamenti che causarono altri crolli, incendi e l’invio delle squadre dei pompieri.

NOTE:

(1) Il recupero di questa lista originale degli interventi effettuati il 19 luglio 1943, lo dobbiamo alla sensibilità di Claudio Gioacchini, che anni fa la ritrovò, la salvò dall’oblio, e la donò al Museo Storico dove oggi è conservata.

INTERVENTI DI SOCCORSO PER L’INCURSIONE DEL 19 LUGLIO 1943

1

STABILIMENTO AUSILIARIO VIA PRINCIPE AMEDEO

CARRO CROLLI-CENTRALE

2

VILLA SERVENTI

1° ORDINARIA –TUSCOLANA

3

VIA MONTEBELLO

1° CELERE –CENTRALE

4

PIAZZA SANTA CROCE

1° PARTENZA –LATINA

1° CELERE – LATINA

5

CORSO VITTORIO   PALAZZO BRASCHI

2° CELERE –TESTACCIO

6

STAZIONE TERMINI

2° ORDINARIA –CENTRALE

7

VIA ETTORE GIOVENALE

2° PARTENZA –TUSCOLANA

1 AUTOBOT. GOVERNATORATO

8

CITTA’ UNIVERSITARIA (ISTITUTO CHIMICA)

1° PARTENZA –NOMENTANA

9

STAZIONE  PORTONACCIO

3° PARTENZA –SALARIA

3° PARTENZA –CENTRALE

AUTOBOTTE –TUSCOLANA

10

STAZIONE  TERMINI

UOMINI 2° PARTENZA ORDINARIA –CENTRALE

11

VIA  DEI MARRUCINI

VIA DEGLI EQUI

VIA DEI LATINI

PIAZZALE PRENESTINO

N° 2 ALFA 500 –COLLAZIA

CARRO CROLLI 50 UOMINI

CASERMA COLLAZIA

15

STAZIONE PORTONACCIO  (deposito locomotive)

2° ORDINARIA –LATINA

16

STAZIONE  TERMINI

1° CELERE –CENTRALE

AUTOBOTTE –CENTRALE

17

CITTA’ UNIVERSITARIA  (SCALO S. LORENZO)

1° PARTENZA  -TRIONFALE

18

VIA A.  GRANDI

CARRO CROLLI-SALARIO

19

ARCO DI SANTA BIBIANA

MACCHINA 666 –CENTRALE

AUTOBOTTE –CENTRALE

20

AEROPORTO  LITTORIO

2° PARTENZA –SALARIA

AUTOBOTTE  -SALARIA

2 AUTOB. GOVERNATORATO

21

VIALE MANZONI      FIAT

1° CELERE –CENTRALE

2° CELERE –CENTRALE

22

VIA  ROMANELLO DA FORLI’

MEDIOLANUM

2 AUTOB. GOVERNATORATO

23

MOLINO  PANTANELLA

635 –CENTRALE

3° PARTENZA –CENTRALE

6 AUTOB. GOVERNATORATO

24

VIALE  PRINCIPE  PIEMONTE

ALFA 1201 –CENTRALE

50 UOMINI DEL GENOVA CAVALLERIA

25

TOR  PIGNATTARA

ISOTTA FRASCHINI –A. DORIA

26

MOLINO  PANTANELLA

AUTOSCALA-CENTRALE

AUTOBOTTE-CENTRALE

2° CELERE –CENTRALE

27

OSPEDALE  N° 9  VIA VISCOSA

5° CELERE –CENTRALE

28

VIA  DEI SARDI  (deposito  birra)

1° PARTENZA –PRATI

29

SAN   LORENZO

38 R. SPA  -OSTIENSE

30

VIA  VAL MELAINA

2459  -NOMENTANA

31

CITTA’  UNIVERSITARIA

30.000 SPA –SALARIA

2 AUTOB. GOVERNATORATO

32

VIA  MONTECUCCOLI

621    -LATINA

33

STAZIONE   LITTORIO

ISOTTA FRASCHINI –A. DORIA

34

VIA DEI CAMPANI

AUTOAMBULANZA- CENTRALE

35

IDROSCALO  OSTIA

1° PARTENZA  -OSTIA

36

VIA  AUSONIA  (cinema   Palazzo)

1° CELERE  -SALARIA

1° PARTENZA –CENTRALE

37

VIA  FANFULLA DA LODI

1° PARTENZA –TUSCOLANA

38

VIA  ANTONIO  SCARPA

1° CELERE –OSTIENSE

2° CELERE –OSTIENSE

39

VIA  TIBURTINA

38  SPA  – TUSCOLANA

40

VIA  DEI  LATINI

AUTOSCALA –CENTRALE

41

VIA S. MARIA  MAGGIORE

1° CELERE –CENTRALE

42

VIA  CASILINA  ( VIA COSMO EGIZIANO )

ANSALDO  -COLLAZIA

43

VIA  SANTA  CROCE  (segheria)

CEIRANO  -LATINA

44

VIA  PRENESTINA

2° CELERE  -SALARIO

45

PIAZZA  SANTA  CROCE

AUTOCARRO

AUTOPOMPA

8° GENIO

46

PARCO  PRENESTINO

606 –LATINA

AUTOBOTTE  -CENTRALE

47

VIA  ROMANELLO DA  FORLI’

1° CELERE –CENTRALE

2° CELERE –CENTRALE

48

VIA FANFULLA DA LODI

VIA  PRENESTINA

N° 10 UOMINI CON N° 2

  30000 SPA-OSTIENSE

50

VIA PRENESTINA     VIA  FORTEBRACCIO

ANSALDO 2906-TRIONFALE

51

LARGO DEI VOLSCI

10 VIGILI DI RIETI CON 510 e 520

6 VIGILI DI FROSINONE

6 VIGILI DI VITERBO

52

PIAZZA  SANTA  CROCE

AUTOSCALA 30mt-CENTRALE

53

VIA  PRENESTINA

1100 trasporto acqua potabile

54

VIA  ETTORE  FIERAMOSCA

1° PARTENZA  -OSTIENSE

55

STAZIONE  CIAMPINO

1° PARTENZA  -MARINO

1° PARTENZA -ALBANO

56

VIA ACQUA  BULLICANTE

1° PARTENZA .-TRIONFALE

57

AEROPORTO  LITTORIO

38 R. S.P.A.

1 AUTOBOTTE

8° GENIO

58

VIA ASCOLI  PICENO

BIANCHI 2964  e

15 VIGILI  -CENTRALE

59

SCALO  SAN  LORENZO

ISOTTA FRASCHINI CON

12 VIGILI

60

AEROPORTO   LITTORIO

AUTOB. 30000 S.P.A. –OSTIENSE

38 R. S.P.A. DI AQUILA CON

7 VIGILI

62

VIA  CASILINA

ISOTTA FRASCHINI CON 15 VIGILI

63

VIA PRENESTINA

ISOTTA FRASCHIN CON 15 VIGILI

64

TOR  DI QUINTO  (Scuola  cavalleria)

AUTOPOMPA 626-TRIONFALE

65

CENTRO  CHIMICO  MILITARE

2° CELERE

66

STAZIONE  LITTORIO

1° PARTENZA- CENTRALE

8° PARTENZA – CENTRALE

68

VIA PONTELLI

IV° CELERE – CENTRALE

69

VIA  DEI  SABELLI

1° PARTENZA –CENTRALE

2° PARTENZA -CENTRALE

70

MOLINO  PANTANELLA  (vicinanze)

6 VIGILI CON 405  -CENTRALE

71

VIA CASILINA

POLISOCCORSO-CENTRALE

72

VIA  PRENESTINA (deposito ATAC)

30000S.P.A. –TRIONFALE

73

SCALO  SAN  LORENZO

30000 S.P.A. – TRIONFALE

74

VIA  DEI SABELLI

ATOPOMPA 635- OSTIENSE

75

VIA  DEI MARSI

MOTOPOMPA CON CAMIONCINO

CENTRALE

76

MOLINO  PANTANELLA

AUTOGRU’ PICCOLA

77

VIA  AQUILA

VIA  GRANDI

6 VIGILI D.G.S.A.

79

PORTA  MAGGIORE

6 VIGILI

80

VIA  DEI SABELLI

AUTOB. GOVERNATORATO

81

VIA CALTANISETTA

AUTOAMBULANZA -CENTRALE

82

VIA  PRENESTINA   (SNIA VISCOSA)

T  453  -TUSCOLANA

83

VIA DEI  SABELLI  ( fabbrica  birra)

T 2052. 300SPA –TRIONFALE

CARRO CROLLI2906-TRIONFALE

84

VIA  TIBURTINA

CARRO CROLLI-TRIONFALE

85

VIA  ROMANELLO DA FORLI’

T.453  -TUSCOLANA

86

VIA  DEI  RETI

ALFA 500  -OSTIENSE

87

STAZIONE  LITTORIO

T. 494   -SALARIO

CROLLI CON VITTIME:

Villa Serventi – Via Montebello – Città Universitaria – Via degli Equi – Via dei Latini – Via dei Sardi – Via dei Marzi – Via dei Volsci – Via dei Sabelli (Centro di Rieducazione Minorenni) – Via Aquila – Via Brancaleone – Via Pesaro – Via degli Aurunci – Via Macerata – Via Fortebraccio – Piazza F. Baldini – Via Perugia – Via Acqua Bullicante.

INCENDI:

Corso Vittorio Palazzo Braschi – Viale Manzoni (Soc. FIAT BIANCHI) – Ospedale n. 9 a Via Viscosa – Via Ausonia Cinema Palazzo – Via Antonio Scarpa – Tor di Quinto Scuola Cavalleria – Via Prenestina Deposito A.T.A.G. – Via dei Campani – Centro Chimico Militare.

I Vigili del Fuoco il 19 luglio 1943 hanno messo in salvo 477 feriti e recuperato 415 salme. 8 Vigili del Fuoco sono rimasti gravemente feriti durante le operazioni di soccorso. Uno di loro, Madocci Cairoli è deceduto il 7 agosto 1943 nell’ospedale del Littorio.

Cesare De Simone nel suo libro Venti angeli sopra Roma parla di 24 Vigili del Fuoco deceduti il 19 luglio 1943.

Testualmente: "Ne morirono 24 dei vigili del fuoco che operavano nelle zone  colpite dalla grande incursione del 19 luglio 1943, 12 rimasero schiacciati da crolli improvvisi di muri pericolanti, 4 non riemersero più dalle fessure create dalle bombe, 3 morirono asfissiati dalle fiamme dell’incendio del molino Pantanella, 4 furono uccisi da bombe a effetto ritardato, 1 cadde da un muro per salvare una donna bloccata."

Al momento non abbiamo trovato riscontri a queste informazioni riportate da Cesare De Simone, dalle nostre ricerche risulta un solo Vigile del Fuoco caduto (il già citato Cairoli Madocci, deceduto il 7 agosto del 1943 per le gravi ferite riportate il 19 luglio).

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Il disastro della Minerva film

 

IL DISASTRO DELLA MINERVA FILM

Da il Messaggero del 16 maggio 1947

Le vittime finora accertate ammontano a 25

Durante la giornata di ieri piccoli focolai di incendio si sono ancora manifestati nel tragico baratro in cui è sprofondata la “ Minerva film” dopo le esplosioni di mercoledì. Il più recente di questi focolai è divampato alle ore 1.30 di questa notte ma è stato subito domato. Alle 4 di ieri mattina i vigili del fuoco hanno estratto dalle macerie un cadavere irriconoscibile. I morti salivano così da 23 a 24. Alle ore 1.15 di questa notte sono stati rinvenuti altri resti umani completamente carbonizzati che non si è potuto stabilire se appartengono o meno a cadaveri già estratti. Si crede però possa trattarsi di una venticinquesima vittima. Vicino alle misere spoglie è stato rinvenuto il lembo di un abito da donna di tela blu. Di questi 25 cadaveri, 20 sono stati identificati. Dei 5 di cui ancora non si conosce l’identità, 2 sono certamente donne. Un cadavere potrà essere riconosciuto poiché presenta delle capsule d’oro sulla dentatura .L’altro, di più difficile riconoscimento, null’altro lascia all’attenzione di coloro che provano ad identificarlo che una cerniera di metallo, che potrebbe essere appartenuta a giarrettiere femminili come a un paio di bretelle maschili. Degli altri 3 cadaveri rimane così poco, che l’identificazione appare impossibile. Da questo momento, se altri cadaveri verranno trovati fra le macerie di essi non si recupereranno che le nude ossa. La polizia ha esaurito il suo difficile compito nella nottata e nella mattinata di ieri. Dopo 20 ore di ininterrotti confronti presieduti dal Dott. Macrì e dal commissario Cavallaro del commissariato Viminale, si è giunti alfine a ricostruire il disastro nelle sue cause. La polizia era rimasta impressionata dalla strana constatazione che nella sciagura gli unici a salvarsi, senza eccezioni, erano stati gli addetti al magazzino della “ Minerva film”. E’ noto che nella notte erano già stati fermati il dott. Castelli della società e alcuni dipendenti. Il direttore generale e consocio del proprietario della “ Minerva film” Mosco, signor Poitios era stato a sua volta invitato dalla polizia e dopo un primo interrogatorio avvenuto alle 3 di ieri notte, tanto il Mosco che il Poitios erano stati rilasciati. Sennonché, volendo ieri il Procuratore della Repubblica, ascoltare le loro dichiarazioni, ne ordinava la loro comparazione, ma né dell’uno né dell’altro si avevano più notizie.

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La Causa dell’incendio

Frattanto il dott. Macrì e il dott. Cavallaro con l’aiuto dei carabinieri avevano fermato 14 persone delle quali 10 rimanevano in stato di fermo.
Costoro appartenevano in gran parte al magazzino, altri erano addetti agli altri servizi .I fermati confessavano che quel pomeriggio si stavano trattenendo nel magazzino per fare una merenda verso le ore 18. Ad un tratto il Sallustio, dovendo portare delle pellicole a un’altra casa cinematografica pensava di unire ai rotoli anche un sacco di segatura. Nel prendere un sacco per immettervi la segatura ne sceglieva uno nel quale erano depositati dei residui di pellicola. L’operazione avveniva mentre il Sallustio stava fumando. Nell’alzare il sacco, la sigaretta cadde dalla bocca dell’operaio andando a finire fra le pellicole. Il Sallustio si chinava a raccogliere il mozzicone e lo ritrovava spento. Ma nell’istante stesso una vampata investiva il Sallustio. In preda al panico, costui si dava alla fuga, mentre un altro dei presenti il Cuccari afferrato un estintore tentava di dominare le fiamme. Ma gli altri in preda al terrore urlavano “Non c’è più niente da fare fuggiamo”. Fuggirono, infatti per la scaletta e uno di essi, il Puggini, avvertì del pericolo l’ufficio di distribuzione sito al primo piano. Coloro che erano nell’ufficio hanno pensato di dare l’allarme o hanno pensato solo a salvarsi? Questo è il punto sul quale si sta ancora indagando.

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Comunque il responsabile materiale del disastro, il vice magazziniere Vittorio Sallustio ha confessato la propria colpa. Ma già esistevano dei gravi precedenti, di cui bisogna dare sommaria notizia. Nello scorso dicembre il figlio di un dipendente della “ Minerva film” inviava una denunzia al Comando dei Vigili per rendere noto che nell’ufficio di via Palestro esisteva grande quantità di materiale infiammabile, che metteva a repentaglio la vita dei dipendenti. Fatta un’inchiesta si accertava la verità della denuncia, cosicché la polizia diffidava i dirigenti della società a tenere ancora nei locali il materiale stesso. Ma nulla veniva fatto anzi. È stato accertato che nel locale dove l’incendio si è manifestato ed anche in altri uffici esistevano latte di benzina a contatto con le pellicole. In una stanza parzialmente crollata fra le macerie, è stato rinvenuto un paio di mani, in un altro punto un piede dentro una scarpa, i resti pietosamente avvolti in lenzuola sono stati inviati all’obitorio.
Oltre a quello dei morti è aumentato anche il numero dei feriti, la sig.a OMISSIS insieme alla propria figlioletta che abitando in via Palestro 49 veniva travolta e calpestata dalla folla terrorizzata mentre si susseguivano le esplosioni. L’impiegata della “Minerva” sig. OMISSIS si feriva gettandosi dalla finestra del primo piano. Enrico Posentini nel coadiuvare i vigili del fuoco nell’opera di soccorso veniva travolto da due persone gettatasi dal secondo piano.

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i Gatti Neri

GATTI NERI VELOCISSIMI!

di Alessandro Fiorillo

Con l’appellativo "gatti neri" erano conosciute le Squadre Celeri, un corpo speciale dei Vigili del Fuoco negli anni 40. 23.3

Uno di loro Robero Donnini, (ci ha lasciato nel 2010 all’età di 96 anni), molto ci ha raccontato sull’organizzazione delle Squadre Celeri, sugli interventi, gli addestramenti a via Genova, sul fatto che erano "velocissimi" e in pochi secondi erano pronti sul mezzo ad uscire per l’intervento di soccorso. Il loro compito era quello di approntare l’intervento una volta giunti sul posto, arrivavano prima dell’autobotte, quindi preparavano tutto il necessario, tubazioni, manichette, lance e via iniziavano con l’opera di spegnimento dell’incendio.

Le Squadre Celeri furono piuttosto impegnate negli anni 40, soprattutto in occasione dei bombardamenti delle città italiane. A Roma, dove erano coordinate e dirette dall’Ufficiale Alberto Cosimini, intervennero incessantemente il 19 luglio 1943 durante il primo drammatico bombardamento della città (oltre1500 vittime accertate con stime che parlano di un totale di circa 3000 vittime presunte).

Recentemente, seguendo alcune testimonianze, siamo venuti a conoscenza del fatto che una di queste squadre celeri a Roma era in servizio all’interno del Vittoriano, il monumento meglio noto come Altare della Patria. Queste squadre di stanza nei sotterranei del Vittoriano erano a disposizione esclusiva del Capo del Governo, che spesso trascorreva le sue giornate nel vicino Palazzo Venezia.DSCI0004

Qualche giorno fa insieme al CR Claudio Gioacchini, siamo entrati nei sotterranei del Vittoriano. E abbiamo avuto conferma che, quasi 70 anni fa, lì sotto c’erano i vigili del fuoco, i "gatti neri" (tale nomignolo era dovuto al fatto che nella grande camerata di via Genova dove alloggiavano era dipinto un enorme gatto nero). Abbiamo trovato anche i nomi dei vigili, incisi sulle pareti (sono lì da quasi 70 anni, basta un infiltrazione d’acqua o un pò d’umidità per tirarli via…per fortuna abbiamo fatto in tempo a fotografarli, e a salvarli quindi dall’oblio). Quei sotterranei (il cui ingresso, come già detto, si trova sotto l’altare della Patria) venivano usati negli anni 40 anche come rifugio antiaereo, durante i bombardamenti. Sicuramente le postazioni dei Vigili del Fuoco e della Croce Rossa (abbiamo trovato nei sotterranei inequivocabili tracce anche della loro presenza) si trovavano lì anche per sfuggire alle potenziali distruzioni dei bombardamenti (per evitare quindi d’essere messi fuori servizio dagli stessi). Le gallerie che abbiamo esplorato sono soltanto una piccola porzione delle stesse, che si inerpicano nel sottosuolo di Roma e raggiungono anche posti relativamente distanti da Piazza Venezia (probabilmente passano anche sotto via del Corso e arrivano fino a Piazza del Popolo e forse oltre).

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Paolo Bertollini

Roma-Torvajanica 2 agosto 2009

Paolo Bertollini

Di Enrico Branchesi

clip_image002In questi giorni il solleone dell’estate si fa sentire, di notte l’afa prende il posto del sonno e di giorno si respira a mala pena, è una stagione all’insegna del bel tempo e del caldo torrido.

Ormai la gente è in movimento per le sospirate ferie ed anch’io sono entrato in quel girone tanto atteso.

Oggi è domenica 2 agosto con la mia signora ci siamo recati al mare, per la precisione a Torvajanica presso il lungo mare delle Sirene dove orami da anni c’è la stazione balneare per noi pompieri delle Scuole Centrali Antincendi, scusate Scuola di Formazione di Base.

Ogni tanto mi piace andare lì, è un posto dove prendendo il sole ci si può rilassare, incontrare i colleghi di tutti i giorni e quelli che ormai la loro parte l’hanno già fatta.

Tra questi ho incontrato l’ex C.R. Paolo Bertollini un pompiere vecchio stampo, classe ’23.

Gli ho chiesto se gli andava di raccontarmi del suo passato nei Servizi Antincendi dei vigili del fuoco.clip_image004

Entrato in servizio il 1° gennaio del 1942 come volontario nel 1° corpo di Roma, viene subito destinato alla casermetta di via Collazia (caserma istituita per esigenze belliche, i cui locali vennero requisiti dal ministero all’Ordine dei padri Minimi) per un breve periodo.

I vigili più giovani furono nuovamente trasferiti in via cortina D’Ampezzo nel quartiere di _Monte Mario, lì non trovarono locali adibiti a caserma ma bensì a somiglianti ad una scuola, infatti nel suo interno c’erano solo dormitori e aule, nessuna ombra di sezioni operative o mezzi di soccorso.

Nell’immediato confine era presente alla caserma “Olivelli” il raggruppamento del Genio Antincendi, dove i nostri giovani vigili venivano ospitati per l’addestramento pratico, vista l’esistenza di un castello di manovra.

Con esso si potevano cimentare e provare l’ebbrezza di lanciarsi nel vuoto per poi ricadere su di un telo rotondo o su un’altro a scivolo, i cortili permettevano lo srotolamento di tubazioni e sempre sulle pareti del castello imparare il montaggio della scala italiana e la salita di quella a ganci.

Logicamente i ragazzi dalle divise color caki erano guidati da istruttori, personale esperto e capace, tra loro ricorda il M.llo Cecchini, il V. scelto Gallina e il V.scelto Panunzi.

Finito questo periodo di corso, preparatorio al lavoro che i vigili avrebbero da lì a poco svolto con la realtà concreta di una città importante come Roma, furono destinati alle varie caserme di città.

clip_image006Il nostro testimone fece numero nella casermetta di via Pola, anche questa come Collazia requisitia per esigenze belliche.

L’entrata era abbastanza larga da poterci passare con i mezzi da intervento con un giardino spazioso dove poi fu costruita l’autorimessa e le varie stanze della casa adibite ad i vari servizi necessari.

L’importanza fondamentale di quella ubicazione strategica era la vicinanza con “Villa Torlonia” la residenza di Mussolini.

Il Bertollini infatti racconta che loro non potevano espletare nessun altro servizio per la città di Roma al di fuori che della villa del Duce, erano addetti all’incolumità delle persone e della struttura.

In servizio erano circa una ventina di vigili e ricorda ancora qualche amico che più aveva legato con lui come il vigile Frascarelli Leo, il Vigile Farina Cesare che era anche un pugile affermato, ed il capo autorimessa Trillò.

Per lungo tempo gli istruttori Giovanni Di Massimo e il fratello Mario ( lo scalpellino del Corpo di Roma) ed un altro brigadiere soprannominato “Break”, portarono i giovani vigili nella strada antistante alla casermetta per l’addestramento con le scale in previsione certa di un saggio che da li a breve si sarebbe tenuto alle Scuole Centrali Antincendi alla presenza di Benito Mussolini e del ministro tedesco Ribentropp. (di questi nomi ci siamo soffermati per la sicurezza, ed è certissimo).

Per Bertollini l’esperienza nei vigili del fuoco termina nel settembre dello stesso anno, per il richiamo alle armi dal Regio Esercito, li espresse a domanda per il Genio Antincendi, vista la sua passata esperienza nel Corpo

Nazionale dei Vigili del Fuoco, fu accontentato ed assegnato alla 10 comp. Genio di Bologna.clip_image008

Le vicissitudini della guerra lo portarono in Corsica per poi tornare al seguito degli americani sulla linea difensiva Gustav, i ricordi vanno nella provincia di Caserta dove erano a protezione di un vasto deposito di carburanti.

Nel ’46 fu congedato definitivamente dal servizio con il Regio Esercito.

IL 1° aprile del 1953 tornò in servizio nei Vigili del fuoco, assegnato al 35° Corpo di Frosinone, poi dislocato presso le Scuole Centrali Antincendi come falegname, viste le attitudini e capacità in carpenteria, nel reparto assegnatogli incontrò altri colleghi. Con Umberto e Claudio Pierimarchi, fecero lavori importanti come il totale rivestimento in legno del nuovo castello di manovra delle scuole, il famoso “ K2”, prepararono il castello provvisorio in piazza di Siena per la manifestazione del ’56, ancora nel ’61 furono chiamati a Torino al campo Ruffino dove in 2 mesi innalzarono il castello di manovra per una manifestazione notturna.

Questa occasione non la ricorda volentieri, un suo caro amico e collega, il Brig. Soiat, profugo Polesano perse la vita per un infarto.

Così si conclude questa chiacchierata con Bertollini papà del mio amico Roberto anche lui C. R. istruttore ginnico alle Scuola Formazione di Base, alla sua età una mente così lucida e sicura non è certo cosa di tutti i giorni, ho apprezzato molto la sua storia molto interessante che ci ha dato modo di capire cos’era la casermetta di via Pola, unica la sua testimonianza anche relativamente alla sede di un’altra scuola come quella di Monte Mario.

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Incendio al Palazzo della Cancelleria

PALAZZO DELLA CANCELLERIA
 ROGO DI FINE ANNO – 31 DICEMBRE 1939

di Claudio Gioacchini ed Enrico Branchesi

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E’ il 31 dicembre del 1939, nella sede Centrale dei Vigili del Fuoco di Roma si festeggia l’anno che se ne va. Tutto trascorre tranquillo, non ci sono state richieste di soccorso nemmeno per la pericolosità dei fuochi d’artificio di fine anno. Ma ecco, finito il brindisi, il suono della sirena per la prima partenza, esattamente alle ore 0,15 del nuovo anno. La segnalazione arrivata al centralino di via Genova è di un violento incendio divampato al palazzo della Cancelleria, situato tra Corso Vittorio e Campo De’ Fiori, struttura del 1513, ad oggi Tribunale della Santa Sede, sulla lunga facciata in stile rinascimentale è incorporata la chiesa di San Lorenzo in Damaso. Tra le prime squadre, anche il vigile Roberto Donnini, entrato nel Corpo di Roma nel 1938, la testimonianza dell’evento lo riporta indietro nel tempo, i suoi ricordi ancora lucidi sono di un gran bagliore visibile già da via Nazionale, un rosso vivo a contrasto con il buio della notte. Dietro di loro a seguire altre autopompe, autoscale, e quanto poteva servire per ogni evenienza. I vigili arrivati sul posto constatavano che l’incendio divampava in modo violento nella chiesa e particolarmente nella copertura della navata centrale, controllato proprio dal nostro testimone Donnini, nel salone dei cento giorni, nell’attiguo salone dei Vescovi e nella copertura provvisoria, costruita a protezione dei lavori in corso su via del Pellegrino, e il fuoco minacciava di estendersi su tutto il palazzo.

L’incendio, per la sua vastità minacciava di avvolgere il tutto in un unico rogo e i vigili affrontarono l’impresa con potenti getti d’acqua da tutti i lati, nonostante le difficoltà da superare come l’intenso calore, il fumo densissimo, crolli continui di materiali vari, e i passaggi ostruiti che rendevano difficoltoso lo stendimento delle tubazioni di mandata. Sul posto il Comandante dei Vigili di Roma ed il Sottufficiale Alberto Cosimini che, con notevole capacità, posizionarono i vigili nei giusti settori, e riuscirono, anche con la prontezza ed i mezzi a disposizione, ad arrestare e circoscrivere l’implacabilità delle fiamme. A Donnini fu assegnato il compito di spegnimento nella parte alta dell’edificio, dove le enormi capriate in legno antico erano ridotte a tizzoni carbonizzati, e Roberto ricorda che a Roma c’era la neve ed anche se era su un rogo, quindi il calore doveva sentirsi, dal gran freddo le mani a contatto con la lancia che buttava acqua, si congelavano.

Nel frattempo una squadra forzava una porta della sacrestia verso il lato di via del Pellegrino perché l’accesso della chiesa era impraticabile a causa delle fiamme, così si poté consentire al parroco ed ad altri funzionari della Santa Sede di mettere in salvo gli arredi sacri, mentre altri vigili addetti ad operazioni di spegnimento all’interno della chiesa provvedevano al recupero di altre opere preziose. Un maggiore sforzo per i vigili fu chiesto per l’Aula Magna, un tesoro d’arte, che il fuoco avrebbe distrutto per sempre.

Il grande incendio era stato stretto in una morsa su tutti i fronti e quindi circoscritto. Piccoli focolai qua e là, e i vigili, con seri rischi, per estinguerli definitivamente dovevano cimentarsi in ardui passaggi, come camminare su dei cornicioni ed addirittura sugli spessori dei muri. La chiusura dell’intervento si poteva ritenere conclusa dopo circa 9 ore di faticosa lotta contro il fuoco. Per maggior sicurezza e a garanzia di ogni improvviso evento, sul posto veniva lasciata una squadra di vigili per tutto il giorno e la seguente notte.

Durante l’opera di spegnimento accorsero sul posto Autorità e Funzionari, il Direttore Generale dei Servizi Antincendi, l’Ispettore Generale, il Governatore di Roma, il Prefetto,il Questore ed altri funzionari dello Stato del Vaticano. Nella mattina successiva giunse in visita il Cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato di Sua Santità, il quale a nome del Vaticano proferì parole di alto elogio per la professionalità e l’ardimento del 73° Corpo dei Vigili di Roma.

Bibliografia:
Rivista Vigile del Fuoco – aprile 1940

 

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Crollo del Palazzo di San Michele a Ripa – 1962

CROLLO DEL PALAZZO SAN MICHELE A RIPA

Di Claudio Gioacchini ed Enrico Branchesi

Il complesso dell’Istituto San Michele a Ripa è situato sulle rive del fiume Tevere, proprio davanti a Porta Portese. Una struttura monumentale nota per l’accoglienza dei ragazzi abbandonati ed il loro recupero educativo.
Nel 1679 fu Carlo Odescalchi a fondare questa opera assistenziale, affidando all’architetto Carlo Fontana il compito di costruire un carcere minorile annesso al già esistente ospizio.
Un edificio polifunzionale in cui si raggruppavano varie attività.

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Alla fine del 1800 fu adibito prevalentemente a struttura carceraria e vide la detenzione di molti oppositori di Papa Pio IX.
Dopo l’Unità d’Italia fu confiscata e nel 1871 nacque l’istituto Romano San Michele , affidato al Comune di Roma.
Dopo la trasformazione di Roma Capitale d’Italia, il San Michele divenne una storia di continua decadenza e degrado, il complesso a parte il carcere minorile, fu lasciato andare e vi si insediarono sempre più artigiani autonomi. Gli assistiti nel ’38 furono trasferiti a Tor Marancia. Nel giro di trent’anni gli edifici, occupati e devastati nel periodo bellico e nel dopoguerra da militari, da senzatetto e sfollati. La struttura, infatti nel gennaio 1962, crollarono in parte, il tetto e dei solai sottostanti.
Nel 1969 venne acquisito dallo Stato che destinò la struttura restaurata al Ministero dei Beni Culturali.

L’intervento dei Vigili

clip_image003La mattina del 29 novembre 1962, dopo una notte che aveva fatto registrare oltre 300 interventi, poco dopo le 9, un tipografo e alcune donne avevano chiesto l’intervento dei Vigili del Fuoco a Palazzo San Michele, qualcuno, aveva espresso seri dubbi sulla resistenza delle vecchie arcate interne dell’edificio ormai vecchie di qualche secolo. In quel momento tutto il Comando era impegnato sull’intero fronte della Provincia, mentre altri mezzi e uomini affluivano a Nettuno per arginare una minacciosa inondazione. Con una campagnola andarono in via di San Michele il vigile Pasquale Giuliano e l’ausiliario ventiduenne Lucio Bisonni. A questi due giovani si deve riconoscere il merito di aver evitato che la cronaca di Palazzo San Michele si trasformasse in una cronaca di morte. Sono i due vigili usciti dal crollo con la pelle segnata dal dolore. Il più giovane in gravi condizioni trasportato all’ospedale dell’isola tiberina. Bisonni è stato il protagonista d’eccezione ai quali i sopravvissuti scampati al crollo dovranno perenne riconoscenza.

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Giuliano e Bisonni, effettuarono il sopralluogo alle arcate del cortile interno, in alcuni appartamenti dell’ala centrale del palazzo, spingendosi poi, fin sul cornicione per controllare gli effetti delle infiltrazioni d’acqua. Ma la visita al cornicione in casi del genere, che costituisce il pericolo da prevenire, non aveva preoccupato i due giovani. Piuttosto le crepe al secondo piano fecero intravvedere nella drammaticità di quei minuti l’imminente pericolo.
Il vigile Pasquale Giuliano si allarmò subito e insieme al suo compagno cominciarono a far sgomberare gli appartamenti aiutando donne e bambini a scendere le scale. In pochi minuti una trentina di persone furono sotto il porticato nel cortile sulla strada.
Purtroppo il destino delle vecchie mura di Palazzo San Michele era ormai segnato. Pochi istanti ancora ed il crollo travolse pareti, soffitti, pavimenti ecc.
Il vigile Giuliano fu colpito ad una mano da un grosso pezzo di muratura, mentre Lucio fu quasi travolto riportando le ferite più gravi e poco più tardi nella camera di medicazione dell’ospedale Fatebenefratelli, gli venne diagnosticata una sospetta frattura della scatola cranica.
Dopo il crollo i vigili del fuoco intervennero in massa per rimuovere le macerie ed abbattere i muri pericolanti nonchè completare le verifiche in ogni parte ancora in piedi del vasto edificio ferito nel suo cuore più vivo. Dieci nuclei familiari potevano essere travolti nel crollo, se pochi minuti prima del cedimento nella parte superiore dell’ala centrale dell’edificio i primi due attenti vigili del fuoco non avessero preso la saggia e coraggiosa iniziativa di far sgomberare quanto più rapidamente possibile donne e bambini. Alcuni abitanti dell’ultimo piano rimasero in posizioni assai pericolose dopo il crollo e ci volle l’ausilio della scala aerea per poter mettere in salvo quelle dieci persone (tra donne e bambini) che non erano riuscite a lasciare lo stabile durante la prima evacuazione e che solo per un caso fortuito non vennero coinvolte direttamente nel violento cedimento della struttura. Sulle cause dello stesso non vi furono dubbi e la verità emerse chiarissima agli occhi di tutti: la pioggia della notte precedente, infatti, infiltratasi nel tetto già pericolante del vecchio palazzo, provocò un aumento del peso gravante sulla soletta e causò il generarsi di una ulteriore serie di crepe nelle pareti dell’ultimo piano, tanto che poi alcuni inquilini vedendole aumentare di misura e sentendo dei rumori strani e crepitii sospetti, chiesero un primo intervento presso la caserma di via Genova per assicurarsi che non vi fosse pericolo, il quale invece già si preparava a mietere innocenti vittime tra loro. Solo l’attenta analisi di quei due ragazzi impedì che la morte falciasse inermi vite tra gli abitanti del già vetusto palazzo.

Il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma con O.d.G. del 16 gennaio 1963 nella persona del Comandante Giuseppe Oriani rivolse “un vivo elogio al sottoelencato personale per la capacità e lo spirito di iniziativa dimostrato in occasione del crollo di via di San Michele” Giuliano Pasquale, Bisonni Lucio – Frascarelli, Duran, Liberati, Patini, Cianfarani, Nesto, Capazzi, Tamanti, Silvestri, Tuzzi, Portoghesi ,Proietti, Cantoro, Morigi, Marconi, Bonerba, Vacca, Ghighi, Milani.

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